Il Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta ci ha parecchio abituato ai suoi interventi tanto folcloristici, da cabarettista consumato, ma davvero poco utili allo snellimento della macchina burocratica e alla riduzione dei costi eccessivi della Pubblica Amministrazione! Si è ritagliato un suo proprio ed esclusivo spazio nel grande circo mediatico italiano in cui è solito piruettare come fautore della battaglia agli sprechi e alle inefficienze della pubblica amministrazione ed in cui ama sventolare i "presunti risultati positivi" raggiunti in termini di riduzione dell’assenteismo e di miglioramento della produttività nei suoi due anni di governo. Peccato, però, che quando la faccenda si fa seria, governo e maggioranza “anti-fannulloni” non riescano o non vogliano dire no!
NUOVE NORME. E’ il caso dell’articolo 6 del “collegato alla Finanziaria”, approvato in questi giorni alla Camera. Oggetto della norma sono gli adempimenti formali che la pubblica amministrazione deve fare quando si instaura un qualsiasi rapporto di lavoro. Secondo le norme attualmente in vigore (e rivolte sia ai datori di lavoro privato che agli enti pubblici economici che alle pubbliche amministrazioni), il datore di lavoro già cinque giorni prima dell’assunzione deve, attraverso la consegna della copia del contratto individuale di lavoro, dare comunicazione al dipendente assunto dell’instaurazione del rapporto di lavoro e deve, inoltre, comunicare “al servizio competente nel cui ambito territoriale è ubicata la sede di lavoro”, sempre con l’anticipo di cinque giorni ogni assunzione, proroga, trasformazione e cessazione di un qualsiasi rapporto di lavoro.
MENO RIGORE COL SETTORE PUBBLICO. Col nuovo provvedimento approvato alla Camera (passerà poi al Senato in quarta lettura), si stabilisce che il limite temporale per tutti questi adempimenti slitta al ventesimo giorno del mese successivo all'assunzione, alla proroga, alla trasformazione o alla cessazione del rapporto di lavoro. Ma - udite, udite - solo per la pubblica amministrazione. Per i privati e gli enti pubblici economici i tempi per inviare i dati (spesso si tratta di procedure telematiche) rimarranno gli stessi. Insomma se gli uffici pubblici, come i Ministeri, non riescono, a differenza del settore privato, ad inviare informazioni celermente, si provvede, non a sanzionarli, come vorrebbe la cosiddetta “riforma Brunetta”, bensì semplicemente a favorire i dirigenti che non riescono a far sì che i loro uffici lavorino in maniera efficiente, salvaguardandoli dalle sanzioni e costringendo, tra l’altro, ad una condizione di insicurezza e incertezza il lavoratore assunto nel settore pubblico.
A DIFFERENZA DEGLI SLOGAN. Nella
legge 15 , la Riforma Brunetta (“Delega al Governo finalizzata all’ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e alla efficienza e
trasparenza delle pubbliche amministrazioni”), approvata nel marzo 2009, vengono messi nero su bianco, allo scopo di “potenziare il livello di efficienza degli uffici pubblici contrastando i fenomeni di scarsa produttività e assenteismo”, degli obiettivi che la maggioranza di governo oggi disattende, nel silenzio dello stesso Brunetta: “Valorizzazione del merito e conseguente riconoscimento di meccanismi premiali per i singoli dipendenti sulla base dei risultati conseguiti dalle relative strutture amministrativa”, “assicurare elevati standard qualitativi ed economici dell’intero procedimento di produzione del servizio reso all’utenza tramite la valorizzazione del risultato ottenuto dalle singole strutture”, “introdurre metodi di incentivazione della produttività e della qualità della prestazione lavorativa”. Ma - vien da chiedersi - cosa c’entrano le norme di oggi con la “valutazione del personale e delle strutture”, con gli incentivi al “merito e alla premialità”, e con le pesanti “sanzioni disciplinari” di cui parla la legge 15 e continuamente sbandierate ai quattro venti da Brunetta?
TRASPARENZA A META’. Se non dovesse esprimersi apertamente contro questo provvedimento, per il Ministro sarebbe come arrendersi alle inefficienze alle quali ha dichiarato guerra. E sarebbe grave, in virtù del fatto che già sul tetto ai manager pubblici era arrivato pochi mesi fa un ulteriore dietrofront della maggioranza. Mentre da una parte, infatti, con la riforma Brunetta ci si preoccupa di “assicurare la totale accessibilità dai dati relativi ai servizi resi dalla pubblicazione tramite la pubblicità e la trasparenza degli indicatori e delle valutazioni operate dalla pubblica amministrazione” (anche attraverso internet), dall’altra si provvede a far sì che i manager pubblici continuino a guadagnare cifre esorbitanti.
NO AL TETTO AGLI STIPENDI. Il governo Prodi, con la legge
finanziaria 2008, ad esempio, aveva deciso di imporre un “tetto massimo” agli stipendi dei manager pubblici. Il tetto era di circa 300.000 euro all’anno. Naturalmente fatta la legge andava fatto il successivo regolamento. Senonchè, messa a punto, a febbraio 2008, la prima circolare ci ha pensato la crisi di governo a bloccare l’iter. Con l’insediamento del nuovo governo, poi, si è deciso di non dar seguito a quella scelta ed affossare il disegno. Approvato un primo provvedimento di proroga dei termini per l’approvazione del regolamento, con una successiva legge si sono apportate modifiche che di fatto, fanno saltare il
tetto. La finanziaria Prodi includeva negli elementi da considerare per costituire il tetto, anche lo stipendio o la pensione. Invece Brunetta ha deciso che pensione e stipendi non costituiscono voci valide ai fini del raggiungimento del tetto, ma che sia rilevante solo ed esclusivamente tutto ciò che va oltre stipendio o pensione.
300.000 SON POCHI. Precisamente col governo Prodi si era deciso che il tetto omnicomprensivo di chiunque riceva dalle finanze pubbliche emolumenti o retribuzioni non avrebbe dovuto superare quello del Primo Presidente della Corte di Cassazione e che non potessero essere computate in modo cumulativo le somme comunque erogate dall’interessato a carico del medesimo o di più organismi, anche nel caso di pluralità di incarichi da uno stesso organismo conferiti nel corso dell’anno. Nell’agosto del 2008 si è, invece, provveduto a sancire (con la
legge 129) “l’esclusione, dal computo che concorre alla definizione del limite, della retribuzione percepita dal dipendente pubblico presso l’amministrazione di appartenenza nonchè del trattamento di pensione”.
PIOGGIA DI MILIONI PUBBLICI. Insomma, se Brunetta ripete orgogliosamente che di qui a poco per tutti i cittadini sul web saranno accuratamente messi in bella mostra tutti i compensi dei manager pubblici, lasciando intendere una politica rigorosa anche su quel versante, non si comprende come mai finora non si sia mai minimamente opposto alle norme che hanno consentito ai Presidenti di Finmeccanica, Eni, Enel, e agli amministratori delegati di Ferrovie, Cassa Depositi e Prestiti, Eni ed Enel, nel 2009, di continuare ad incassare cifre (comprensive di arretrati) che vanno dai circa 700.000 ai 5.000.000 di euro: gli show televisivi vanno in una direzione, i provvedimenti approvati in un’altra.