venerdì 31 luglio 2009

Il "duello" delle primarie nel PD.

La sfida tra Dario Franceschini e Pier Luigi Bersani sul territorio si può riassumere così: per i candidati alle segreterie regionali, la mozione dell'attuale leader del Pd raccoglie nomi di spicco come Sergio Cofferati in Liguria, Cesare Damiano in Piemonte o la new entry Debora Serracchiani in Friuli. Bersani ha scelto di differenziarsi e ha chiesto di privilegiare candidati giovani e fortemente legati al territorio. Amministratori, per intendersi, e personalità che non abbiano altri incarichi come deputati o europarlamentari. C'è poi Ignazio Marino che dovrebbe poter contare su Beppino Englaro in Friuli e Felice Casson in Veneto. Il termine per presentare le candidature scade proprio oggi, 31 luglio. Molte caselle sono state già assegnate, ma in alcune regioni la situazione è ancora fluida. Un pò come per la composizione delle liste elettorali, il quadro certo si avrà solo all'ultimo minuto utile. Ieri è stata giornata di riunioni un pò dappertutto nelle regioni, specie laddove c'è ancora incertezza. Vedi il Lazio dove, per la mozione Bersani, si fa il nome di Stefano Fassina, ma non si escludono soprese dell'ultima ora. O la Calabria dove la mozione Franceschini è in bilico tra la riconferma di Marco Minniti o Pino Caminiti, già segreteria provinciale dei Ds a Reggio Calabria.

...e la "questione meridionale" nel Pdl.

La diagnosi tranquillizzante sullo stato dell'economia italiana presentata da Giulio Tremonti al Senato trova un parziale riscontro nelle parole di Barack Obama, secondo il quale siamo vicini alla fine della crisi. Il ministro dell'Economia, illustrando il Dpef, parla di un'Italia non in declino, più virtuosa rispetto alla media Ue, di un Paese con un'altissimo tasso di coesione sociale, di un sistema pensionistico tra i più stabili: i numeri della manovra sono "corretti e attendibili". Ma è una facciata dietro la quale è in corso una battaglia senza esclusione di colpi con i "sudisti" della maggioranza dalla quale si è già sganciato l'Mpa che non ha votato un Dpef giudicato "nordista". Lo scontro è precipitato nelle ultime ore e non sembra essere stato svuotato nemmeno dal vertice di Berlusconi con i suoi ministri (assente la siciliana Prestigiacomo, non invitata!?): il premier fa sapere che i tanto attesi fondi per il Mezzogiorno saranno assegnati a condizione che le regioni vigilino sulla loro effettiva destinazione a infrastrutture e investimenti produttivi; ma Raffaele Lombardo non sembra molto convinto, attende i "fatti" cioé che il Cipe (la cui delega è in mano al sottosegretario Gianfranco Micciché) sblocchi venerdì i Fas. Arturo Iannaccone (Mpa) dice chiaro che la politica degli annunci non attacca più. Difficile ridurre il tutto a una "questione siciliana", come vorrebbe la Lega: lo dimostra la lettera di Micciché al Cavaliere in cui si adombrano addirittura le dimissioni. Domani tra i due ci sarà un chiarimento, ma intanto il clima politico si va deteriorando: nel Pdl si accusano i "sudisti" di aver dato corpo a una sorta di "leghismo a rovescio" e dal movimento di Lombardo si continua ad evocare la nascita di un Parlamento del Sud speculare a quello che era il Parlamento della Padania. Lo stesso modo con cui il governo si è mosso sulla questione delle modifiche al decreto anticrisi lascia campo libero alle critiche dell'opposizione a cui nella circostanza si sommano gli autonomisti del Mpa: l'annunciato varo di un decreto per correggere le norme che il Senato deve ancora votare (per di più con la fiducia) consente al Pd di parlare di un "pasticcio inaccettabile" (Anna Finocchiaro) inventato solo per consentire ai parlamentari della maggioranza di andare subito in ferie. Indubbiamente un colpo all'immagine del centrodestra all'interno del quale finora il premier ha stentato a trovare un punto d'equilibrio tra asse del Nord e partito del Sud. La Lega infatti non rinuncia alle sue sortite, tutte indirizzate a difendere il profilo di forza autonoma: dalla missioni in Afghanistan al rigido controllo dei fondi del Mezzogiorno fino alla questione del legame tra insegnanti e territorio (con la surreale polemica sull'esame di dialetto): come dice Roberto Maroni, il sud è solo una delle tante questioni aperte e i lumbard non sembrano affatto intenzionati a fare molte concessioni. Ne deriva che i soldi al Mezzogiorno - secondo la Lega - potranno giungere solo in cambio di precise garanzie e bisognerà vedere se e come ciò sia possibile. Ma intanto per la prima volta l'asse del Nord sembra scricchiolare di fronte al sedimentare di vere pulsioni autonomistiche che hanno trovato nella coppia Lombardo-Micciché un tandem a prova di bomba. Il premier fa sapere che Tremonti "non è un mostro", è la realtà dei conti a costringerlo spesso a dire di no, ma la giustificazione per i "sudisti" non regge perché al Nord i soldi sono arrivati. Prima della chiusura estiva del Parlamento, comunque, Berlusconi è intenzionato a porre le basi per chiudere la questione meridionale, quasi un punto d'onore per chi ha risolto la crisi dei rifiuti di Napoli e sarà presente ogni settimana in Abruzzo per sovrintendere ai lavori di ricostruzione. Ma stavolta la soluzione potrebbe essere paradossalmente più difficile perché il partito del Sud rischia per la prima volta di determinare una crepa politica nella struttura stessa del Pdl.

giovedì 30 luglio 2009

Brunetta... un passo avanti e due indietro!!!















L'articolo 17 della cosiddetta manovra d'estate (Decreto legge 1° luglio 2009, n. 78 pubblicato in G.U. 1° luglio 2009, n. 150) introduce una serie di norme per il pubblico impiego, fra le quali segnaliamo:
- il ritorno delle "vecchie" fasce di reperibilità (10.00-12.00 e 17.00-19.00) per le visite di controllo in caso di malattia: viene, infatti, abrogato il secondo periodo del comma 3 dell'art. 71 del DL n. 112/2008, convertito in legge n. 133/2008, che prevedeva l'obbligo di reperibilità dalle ore 8 alle 13 e dalle 14 alle 20 di tutti i giorni (art. 17, comma 23, DL n. 78/2009);
- viene ampliata la competenza per le visite fiscali: nell'ipotesi di assenza per malattia protratta per un periodo superiore a dieci giorni, e, in ogni caso, dopo il secondo evento di malattia nell'anno solare, l'assenza viene giustificata non solo mediante presentazione di certificazione medica rilasciata da struttura sanitaria pubblica ma anche da un medico convenzionato con il Servizio sanitario nazionale (art. 17, comma 23, DL n. 78/2009);
- viene ripristinata l'equiparazione alla presenza in servizio, ai fini della distribuzione dei fondi per la contrattazione integrativa, di tutte le assenze giustificate, mediante l'abrogazione dell'art. 71, comma 5, DL n. 112/2008 (art. 17, comma 23, Dl n. 78/2009);
- si prevede che i contratti collettivi, per rispondere ad esigenze temporanee ed eccezionali, nel rispetto delle procedure di reclutamento vigenti, possano regolamentare anche il lavoro occasionale accessorio ex Dlgs n. 276/2003 e successive modificazioni (art. 17, comma 26, DL n. 78/2009).
E’ stato inserito, inoltre, un comma specifico: non solo le amministrazioni possono mandare in pensione obbligata i dipendenti che hanno 40 anni di anzianità contributiva (come ha previsto la legge dello scorso anno), ma nel calcolare i 40 anni di contributi si devono includere anche gli anni riscattati del servizio militare e della laurea. In questo modo la platea dei potenziali pensionandi diventa molto più vasta. Soprattutto per categorie come i medici, che hanno tutti alle spalle molti anni di università e di specializzazione. Le conseguenze di questa operazione sono immaginabili: secondo le stime fatte dall'Inpdap tre mesi fa, nel 2009 le uscite dal lavoro dei dipendenti pubblici batteranno tutti i record. A fine anno si dovrebbe arrivare a 134 mila pensionamenti, contro i 70 mila dell'anno prima. E al Tesoro qualcuno si agita! Chissà che Tremonti non ripensi alla norma sul congelamento delle liquidazioni per tre anni?

TANTI CARI AUGURI VITTORIO!

Vittorio Feltri è il nuovo direttore de "Il Giornale". L'incarico sarà effettivo a partire da lunedì 24 agosto. Alessandro Sallusti, invece, assumerà l'incarico di condirettore. Mario Giordano, attuale direttore del giornale della "Famiglia - Berlusconi", assumerà l'incarico di Direttore Nuove iniziative News Mediaset. I nostri più sentiti auguri di buon lavoro allo stimatissimo collega.

martedì 28 luglio 2009

Ma chi l'ha detto che "privato" è meglio che "pubblico"?















Ormai nessuno scrive più una lettera né tanto meno una cartolina. Ci sono fax, e-mail e sms! E quando dalla cassetta della posta del condomino vedi sbucare fuori qualcosa, o sono tasse e bollette da pagare, oppure pubblicità! Ma non auguratevi mai di trovare “la cartolina” color “giallo-paglierino” dell’avviso giacenza di una Raccomandata per mancata consegna: é in questo preciso istante che inizia il vostro calvario! Giorni fa, mi è capitato di trovare la famigerata “cartolina-gialla” nella cassetta della posta. Una mancata consegna di una raccomandata intestata, nientepopòdimenoche... a mia madre deceduta, poverina, più di otto anni fa! Con “la cartolina” ed il certificato di morte di mamma sono andata all’Ufficio Postale dell’Eur. Dopo aver preso dalla macchinetta “sputa tagliandi” il n°350 ho atteso tre quarti d’ora prima che sul display scattasse il mio turno! A parte il disguido di numerazione per cui al mio numero non corrispondeva lo sportello assegnato dal display - mi hanno “spedita” ad un altro sportello - i miei guai sono iniziati quando ho esibito “la cartolina”, il certificato di morte di mia madre unitamente al mio documento d’identità! L’impiegata dapprima mi ha chiesto il documento di riconoscimento di mia madre, che ovviamente essendo defunta non potevo certo esibire, e poi, non soddisfatta della documentazione che avevo presentato per ritirare “una semplice raccomandata”, farfugliando è sparita non si sa dove, forse a consultarsi con i colleghi o a prender lumi dal direttore dell’ufficio. Si è ripresentata dopo dieci minuti con il seguente verdetto: “Signora, per ritirare la raccomandata occorre l’atto notorio di successione, la delega di tutti gli eredi e la fotocopia del loro documento di identità”! Morale della favola dopo poco più di un’ora e mezza mi sono ritrovata a mani vuote! Oltretutto, avendo quattro fratelli di cui uno residente negli Stati Uniti, una sorella a Milano, una per fortuna a Roma e l’atro ricoverato in ospedale, forse quella raccomandata la ritirerò, se la ritirerò, il prossimo anno! Quello che mi chiedo - a parte il grottesco della situazione, a parte le sterili “brunettate” del ministro della P.A., a parte l’era tecnologica che farebbe pensare a tutt’altre situazioni - è questo: ma se al postino avesse aperto “qualcuno” la porta di casa sarebbe accaduto tutto ciò? E allora, perché tutte queste lungaggini, tutte queste scartoffie, tutta questa inutile e pletorica burocrazia all’Ufficio Postale? Eppure mi dicono che le Poste Italiane sono state “privatizzate” da un bel po’ di tempo!
di E.F.

Premio di produzione per i militari (FESI): ministeriali pagati più dei soldati al fronte!

Alcuni giorni fa, il ministro della Difesa ha firmato il decreto contenente i criteri per la distribuzione del Fondo Efficienza Servizi Istituzionali (FESI) per le Forze Armate dopo che, recentemente, lo Stato Maggiore aveva acquisito dalle relative sezioni dei Cocer un parere favorevole sui criteri di ripartizione sbilanciati a favore degli enti centrali rispetto a quelli periferici ed operativi. Il soldato in Aghanistan quindi, esposto a rischi anche mortali, percepirà 300 euro in meno del suo collega "ministeriale" che lavora in ufficio a meno egli non provenga, per sua fortuna, da una delle "strutture di vertice" designate a percepire un assegno più "pesante". I Cocer, dal canto loro, non si sono opposti alla proposta avanzata dalla Stato Maggiore - questo è il dato di fatto nudo e crudo - con il sigillo del ministro La Russa il quale, reduce da una recente visita ai nostri soldati in Afghanistan, ha dimenticato di informarli del decreto appena firmato. La difesa d'ufficio dei delegati militari per il vergognoso assenso a questa ripartizione che penalizza gli "operativi" rispetto ai ministeriali è - nei fatti - una resa incondizionata, almeno a leggere una recente delibera del Cocer dell'Aeronautica militare che per giustificare il proprio assenso alIa proposta dello Stato Maggiore aveva paventato "estenuanti e lunghissime procedure di concertazione per la ripartizione delle somme già allocate". "Sporchi maledetti e subito" - devono aver pensato i coceristi - fornendo una inconsapevole sponda a coloro che vogliono far dimenticare ai militari che il loro contratto è scaduto da ben 19 mesi. Non va sottaciuto, inoltre, che proprio le recenti concertazioni (DPR 171 e DPR 52) hanno destinato ai colleghi di "palazzo" un incremento dell'indennità operativa di campagna del 10% finanziato con risorse contrattuali di tutto il personale. Nell'ultima concertazione, in particolare, ben il 46,41% di quanto destinato al contratto normativo (fonte Cocer Esercito) è finito dentro l'incremento dell'indennità operativa di campagna. Perché tutti queste risorse (FESI+operativa di campagna) hanno preso la strada dei “Palazzi”? Perchè agli enti operatvi che danno il maggiore contributo in termini di uomini e mezzi sia per esigenze interne (pattugliamento delle città) sia per quelle esterne (missioni all'estero) viene riconosciuta una premialità economica inferiore a quella dei ministeriali? Adesso rimangono da definire i criteri per il FESI del 2009. Assisteremo ad una nuova vergogna?

lunedì 27 luglio 2009

"Rottamazione degli Statali": il governo demolisce il "dl Brunetta"!

Al via la norma definita ''rottamazione degli statali''! Tornano laurea e leva nel conteggio degli anni: i pubblici dipendenti che hanno accumulato 40 anni di contributi, compresi quelli figurativi, possono essere collocati a riposo dalle amministrazioni con un preavviso di sei mesi, anche se non hanno compiuto i 65 anni di età (limite per la pensione di vecchiaia). Da una parte si chiede alle donne di andare in pensione più tardi, perché non è giusto smettere di lavorare a 60 anni. Dall’altra si impone a tutti i dipendenti pubblici (donne comprese) di andare in pensione anche prima di aver compiuto 60 anni, perché bisogna rinnovare la pubblica amministrazione. Due emendamenti in evidente contraddizione fra loro vengono inseriti in una stessa legge! Questo è quanto prevede il cosiddetto decreto anticrisi approvato nelle Commissioni bilancio e finanze della Camera in barba a mister br. Sono esclusi da questa disposizione, che si applica per il tirennio 2009-2011, i magistrati, i professori universitari e i medici primari, mentre i medici di livello più basso rientrano nella "rottamazione". L'emendamento annulla la disposizione prevista nel "ddl Brunetta" in cui si faceva riferimento agli anni di contribuzione ''effettiva'', escludendo così i periodi di contribuzione figurativa che ora vengono computati nel calcolo dei 40 anni. Secondo quanto riferisce l’Inpdap, nel solo 2009 si arriverebbe a quasi 140 mila pensionamenti, cioè il doppio dell’anno scorso. Rientrerebbero nel limite, ad esempio, tantissimi medici che hanno riscattato gli anni dell’università e della specializzazione. Il nostro Paese è l'unico tra quelli dell'area Ocse in cui il rapporto tra medici in attività e popolazione è sceso, sempre tra il 1990 e il 2007, seppur di poco: siamo a circa 3,7 ogni 1.000 abitanti, contro una media Ocse del 3,1 (negli Stati Uniti ad esempio il rapporto è 2,4 su 1.000, in Francia 3,4). Intanto in Italia continuano a mancare decine di migliaia di infermieri rispetto al fabbisogno (60.000 in meno, secondo le stime di un paio di anni fa) e molte Regioni sono costretti a cercarli all'estero, soprattutto nell'Est europeo. La professione di infermiere non attira, e certo non aiutano i livelli retributivi più bassi di quelli di altri Paesi. Ma quando si parla, invece, di livelli retributivi molto più "alti" allora il discorso è completamente diverso ed ecco che spunta fra gli emendamenti presentati in commissione anche l'immancabile “leggina” ad personam. Le persone interessate in verità sono due. Uno è il direttore generale dell’Inps, Vittorio Crecco, l’altro è il direttore generale dell’Inail Alberto Cicinelli. Entrambi stanno per raggiungere i 67 anni, cioè l’età in cui tutti i dipendenti pubblici sono obbligati a lasciare il lavoro. Per loro, però, si sta prevedendo un’eccezione. Il tetto non vale più, e l’emendamento non indica neanche un limite più alto. In teoria, potrebbero continuare a lavorare per tutta la vita! Insomma una gran confusione! Da un decreto nato con il "presunto" intento di favorire la ripresa economica del paese, rischia di saltar fuori un nuova riforma previdenziale per il pubblico impiego con tante regole, cavilli e scappatoie, a volte anche personalizzate, che fanno a pugni fra loro, con il dl brunetta e con il comune buon senso.

Il perno della nostra società è la Funzione Pubblica.

Di questi tempi c'è ancora parecchia gente che pretende più che desiderabili situazioni di garanzia del reddito, di economia solidale, di finanza etica, dagli imprenditori privati. Questa umanità, di buona volontà, sì, ma vittima di un progressismo dell'assurdo, non s'avvede che etica e solidarietà sono qualità che possono e debbono essere richieste innanzitutto alle attività di proprietà collettiva, sarebbe a dire alla "Funzione Pubblica". Nella pratica queste persone, lasciatesi fuorviare tanto dai media ufficiali quanto da quelli alternativi, pretendono che la collettività ottenga dai privati quello che essa stessa non è ancora divenuta capace di fare! Come recita quel proverbio? "Chi non vuole chieda, chi vuole faccia". Ebbene: il progressista risvegliato, accortosi dell'inganno in cui è caduto, ha da impegnarsi "anema e core", per recuperare il tempo perduto, affinché l'economia pubblica per prima divenga conforme ai suoi migliori ideali. A quel punto, se l'economia privata vorrà sperare di sopravvivere, sarà costretta a competere con l'economia pubblica sul terreno di valori che essa per prima avrà iniziato a calcare. Si badi: anche oggi l'economia privata segue l'economia pubblica. Ma la segue sul terreno di marciume che gli apparati statali hanno accumulato nei sei decenni di vita della nostra Repubblica. Di fatto il perno della nostra società è la Funzione Pubblica. Tutto quel che fa, nel bene o nel male, viene ripreso e seguito dalla restante parte della società. E per questo è sulla Funzione Pubblica che dobbiamo intervenire. Pretendere che i privati garantiscano redditi, siano etici e solidali, mentre gli apparati pubblici accaparrano, escludono e corrompono, è furbizia che poteva venire in mente solo alle subdole menti dei tanti professori e professoresse che, nei loro seminari e convegni finalizzati al rinnovamento, a parole, sono progressisti ma, nei posti fissi all'interno dei baronati accademici, nei fatti, sono decisamente retrogradi. Il progressismo deve imparare la lezione. Non fidiamoci più di nessuno. Quando più ci parlano di valori, di etica e solidarietà, tanto più dobbiamo diffidare e stare in guardia! Adesso abbiamo Internet. Possiamo fare a meno di intermediari. Ora possiamo finalmente cercare la verità da noi stessi e decidere quale, delle mille versioni che ci si presentano, descriva meglio lo stato reale delle cose.
di Danilo D'Antonio

Servizio Civile: una scelta che cambia la vita!

Oggi è l'ultimo giorno utile per presentare la domanda di partecipazione alle selezioni per il Servizio Civile. Scade infatti alle 14 del 27 luglio il bando di concorso per entrare a far parte dei 27.145 volontari che il prossimo anno accederanno ai progetti da realizzare in Italia e all'estero presentati dagli Enti iscritti all'albo nazionale. Possono presentare domanda (per un solo progetto) tutti i cittadini italiani che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età e non abbiamo superato il ventottesimo. L'impegno sarà di 12 mesi e prevede un rimborso spese di 433,80 euro mensili. Da alcuni anni l'esperienza del Servizio Civile si estende anche fuori dai confini nazionali. Quest'anno saranno seicento le persone coinvolte in progetti di cooperazione internazionale, sostegno alle comunità italiane all'estero e, soprattutto, assistenza alle realtà disastrate del Terzo mondo. Negli anni passati i volontari del servizio civile all'estero sono intervenuti in Europa dell'Est per attività di promozione culturale, in Africa, America centrale e del Sud in progetti di cooperazione allo sviluppo e di assistenza. Altre attività hanno riguardato interventi di ricostruzione post-conflitto. Per presentare la domanda basta andare sul sito dell'Ufficio Nazione del Servizio Civile, scegliere l'ente in cui si vuole prestare servizio, cliccare nella sezione Allegati e compilare la domanda. Una volta stampata la domanda la si deve inviare - insieme al Curriculum vitae e ad una copia del documento d'identità - all'indirizzo dell'ente prescelto.

venerdì 24 luglio 2009

Addio all'inflazione programmata per gli aumenti agli statali.


















Ai contratti del pubblico impiego validi per il triennio 2010 - 2012 si applichera', in sostituzione dell'"inflazione programmata", il nuovo indice IPCA, basato sulla previsione dell'andamento dei prezzi al consumo depurato dalle variazioni di prezzo dei beni energetici importati. L'applicazione del nuovo indicatore, che era previsto nell'intesa per il pubblico impiego stipulata con le Parti sociali e che e' un indice armonizzato con tutti i Paesi europei, e' prevista nel Documento di Programmazione Economico-Finanziaria approvato in questi giorni dal Consiglio dei Ministri. L'Istituto di Analisi Economica (ISAE) ha gia' calcolato il valore dell'indice previsionale per il quadriennio 2009 - 2012 che e', rispettivamente, di 1,5 - 1,8 - 2,2- 1,9. Nel pubblico impiego l'indice verra' applicato alle sole voci stipendiali e il recupero dell'eventuale scostamento tra valore previsto e valore effettivo avverra' nel primo anno del successivo triennio contrattuale. In occasione della prossima presentazione degli atti di indirizzo per il rinnovo dei contratti saranno anche verificate le eventuali risorse da destinare alla contrattazione integrativa, che potranno essere aumentate fino al 30% dei risparmi sui costi di funzionamento derivanti dai processi di ristrutturazione all'interno delle P.A. Il Governo attribuisce infatti grande importanza al piano di riforma della Pubblica Amministrazione che introduce, al fine di migliorare la qualita' e l'efficienza dei servizi pubblici, criteri di premialita', valutazione dei risultati e trasparenza, i quali dovrebbero portare ad una riduzione dei costi dei servizi erogati alle famiglie ed alle imprese, ad una riduzione della spesa pubblica e, in definitiva, contribuire al rilancio dell'economia e della competitivita' delle nostre imprese.

Calano i morti sul lavoro: dati incoraggianti.

Le morti sul lavoro nel 2008 sono state 1.120 in calo del 7,2% rispetto al 2007. E' quanto emerge dal Rapporto Inail 2008 in cui si sottolinea che "pur nella drammaticità dei numeri, che rimangono comunque inaccettabili, va fatto rilevare come si sia conseguito un incoraggiante record storico: per la prima volta dal 1951 nel nostro Paese il numero dei morti per infortunio sul lavoro è sceso al di sotto della soglia dei 1.200 casi l'anno".

giovedì 23 luglio 2009

Concorso VV.F: il lato "oscuro" del Ministero dell'Interno.

Salve, vorrei esporre un serio problema riguardo ai concorsi che vengono fatti nel corpo dei Vigili del Fuoco. Sono molti i ragazzi che, vincitori di concorsi fatti negli anni passati, stanno aspettando di essere chiamati per entrare nel Corpo in modo effettivo, e a questo punto mi chiedo perchè vengono banditi altri concorsi? Non è più logico smaltire le liste gia esistenti e poi farne altri? Che fine fanno i giovani che hanno superato quelli precedenti? Quanto devono aspettare per essere chiamati? Per esempio lo scorso Luglio 2008 molti sono stati i giovani che hanno superato le prove fisiche e sono risultati idonei per la stabilizzazione dei vigili del fuoco volontari e discontinui. Di questi idonei alcuni sono diventati effettivi dopo un corso di 6 mesi inizato a Settembre, ma tutti gli altri ancora sono in attesa... Nel frattempo a Dicembre 2008 è uscito un nuovo bando per 814 posti!!! Ma quando verranno chiamati gli idonei del concorso precedente? E di quello precedente ancora? Sbaglio o c'è qualcosa di oscuro in questo? E perchè sul sito dei Vigili del Fuoco non vengono pubblicate le graduatorie dei giovani che hanno superato i concorsi? Questo è un argomento di cui nessuno parla mai, ma molto importante per far luce su lati oscuri del Ministero dell'Interno, si parla tanto di trasparenza, ma in questo ministero che fine ha fatto?
di V.

mercoledì 22 luglio 2009

Incarichi e consulenze per 1 miliardo e mezzo.

Sono state circa 11.608 le amministrazioni pubbliche che nel 2008 si sono avvalse di consulenze e collaborazioni esterne per complessivi 285.466 incarichi, compensi per 1,449 mld di euro. E' quanto comunica il ministero per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione che ha reso consultabili i dati comunicati dalle Amministrazioni pubbliche all'Anagrafe delle Prestazioni, relativamente allo scorso anno. Le comunicazioni sono aumentate del 18%: nel mese di settembre 2008, infatti, le amministrazioni che avevano effettuato la comunicazione per l'anno 2007 erano 9.843 unità, per 269.455 incarichi, per un totale di compensi erogati pari a 1.354.509.416,21 euro. Restano però un numero cospicuo di amministrazioni che non hanno trasmesso alcun dato sulle consulenze!

martedì 21 luglio 2009

Assunzioni in quattro Ministeri e al Senato della Repubblica.

Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 22 aprile 2009. Autorizzazione ad assumere unità di personale a tempo indeterminato per il Ministero dell'Interno, il Ministero della Giustizia, il Ministero dell'Ambiente e il Ministero dell'Istruzione (Gazzetta Ufficiale - Serie Generale n. 162 del 15.07.2009). Il Senato della Repubblica ha indetto un concorso pubblico per assumere a tempo indeterminato n. sette laureati in discipline giuridico-economiche con una votazione pari a 110/110. Il limite di età dei candidati è di 40 anni. Il profilo professionale d'ingresso sarà quello di "CONSIGLIERE PARLAMENTARE". Per i candidati c'è tempo fino al 17 agosto 2009. Le domande devono essere spedite al "Servizio del Personale del Senato della Repubblica - Codice A7 - Via della Dogana Vecchia, n. 29 - 00186 Roma". (Gazzetta Ufficiale - 4° Serie Speciale - Concorsi n. 54 del 17.07.209).

L'epilogo dello "sfascio": la militarizzazione della magistratura!

Dal prossimo autunno si potranno realizzare flussi tra uffici e amministrazioni e per gli Statali sarà mobilità a tutto campo alla ricerca del "posto migliore"! Il discorso vale soprattutto per l'esercito che, seguendo le orme dei poliziotti, cerca di aprirsi un varco non sul fronte nemico, ma tra gli apparati della burocrazia italiana alla conquista di qualche avanposto strategico e di ben più comede e molto più remunerate scrivanie: i sottufficiali dell'Esercito potranno approdare in magistratura! Queste le conquiste di mister br dopo la sigla dell'accordo tra il suo dicastero, il Guardasigilli Alfano e il presidente della Corte d'Appello del capoluogo veneto Romei Pasetti. Il ministro Brunetta, dopo le legnate ricevute dal collega di Via XX Settembre, corre in veneto e firma questo tipo di accordo: "Il mio provvedimento prevede una mobilità non solo spontanea ma anche 'spintanea' con incentivi e disincentivi. Anche perché - ha citato il ministro come a titolo di esempio - vi sono 30mila unità di personale dell'Esercito poco utilizzate: si tratta dei sottufficiali che gestivano gli uffici di leva. Noi vogliamo metterli in mobilità e riutilizzarli in altre amministrazioni trasportandone parte di questi in magistratura".

Requisiti per la pensione di reversibilità dei nonni ai nipoti.

Per assicurare uniformità di applicazione da parte delle sue sedi della sentenza della Corte Costituzionale con la quale è stato riconosciuto il diritto dei nipoti viventi a carico alla pensione di riversibilità dei nonni, l'INPDAP ha emanato recentemente ulteriori istruzioni per quanto riguarda il requisito della vivenza a carico. Il requisito risulta soddisfatto nei casi di mantenimento abituale dei nipoti minorenni da parte del nonno, di non autosufficienza economica dei genitori e di impossibilita', da parte di uno o di entrambi i genitori, di provvedere al mantenimento dei figli. I genitori non devono quindi svolgere alcuna attivita' lavorativa e non devono avere alcuna forma di reddito, da intendersi come percezione materiale di somme di denaro a qualsiasi titolo. La circolare precisa che non e' perfezionato il requisito dell'assenza di reddito quando il genitore e' titolare, tra l'altro, di assegno alimentare corrisposto al coniuge in caso di separazione o divorzio (con esclusione della quota destinata al mantenimento dei figli), di pensione di invalidita' civile, del reddito minimo di inserimento o di altre prestazioni corrisposte come contrasto alla poverta' e all'esclusione sociale, di prestazioni economiche previste da leggi regionali, di assegno di sostegno corrisposto dall'INPS ai nuclei familiari composti da almeno tre figli minori, di reddito derivante da immobili non adibiti ad abitazione principale, del reddito dell'abitazione principale, al lordo della deduzione fiscale. L'acertamento delle condizioni necessarie per il riconoscimento ai nipoti della pensione di riversibilita' e dell'assegno per il nucleo familiare verra' effettuato in modo rigoroso, anche per il tramite delle Forze di polizia, l'Agenzia delle Entrate, gli Uffici del Lavoro ed altre Pubbliche Amministrazioni.

lunedì 20 luglio 2009

La parola magica nella P.A. è: «comanda­to».

Per un dipendente pubblico essere co­mandato significa il trasferimento dal­l’amministrazione che lo ha assunto a un altro ufficio. Più comodo, più prestigioso, soprattutto meglio retribuito. Insomma, un destino super ambito. Anche perché dovrebbe essere riservato a pochi fortuna­ti destinatari di incarichi che non si po­trebbero ricoprire in altro modo. Tranne che al Consiglio regionale della Campania, dove i comandati da altre am­ministrazioni sono la bellezza di 223: per un costo di almeno una dozzina di milioni l’anno. Sono arrivati da tutte le parti. Dalle Asl. Dall’Inps. Dai mini­steri dell’Istruzione, delle Infrastrutture, dell’Economia, dei Beni Culturali, della Di­fesa, della Giustizia. Dai Comuni: perfino da quello di Siena. Dalle Province. Dalle Università. Ma c’è chi è stato comandato al Consiglio regionale della Campania an­che dalle Poste e dall’Atm: proprio così, anche l’azienda di trasporti controllata dal Comune di Milano. Siccome i distaccati dalle altre ammini­strazioni pubbliche non bastavano, allora con una leggina regionale del 2002 si è estesa la possibilità di far distaccare nel brutto palazzone del centro direzionale di Napoli dove ha sede il Consiglio, pure i di­pendenti delle imprese pubbliche. Ma nemmeno controllate completamente dal­lo Stato o dagli enti locali, visto che per farsi recapitare nel dorato mondo della politica campana era sufficiente risultare dipendente di una società nella quale la partecipazione pubblica non fosse «infe­riore al 49 per cento». Il giochino era sem­plice: bastava far assumere una persona da una società del Comune o della Regio­ne, dove si può entrare per chiamata diret­ta, e farla poi distaccare presso la segrete­ria di un politico. Dove, guarda caso, si trova la maggior parte dei comandati! Scorrendo il loro elenco si scopre che i di­pendenti di società, amministrazioni ed enti pubblici distaccati presso strutture politiche, come i gruppi dei partiti, sono circa 150. Alla segreteria di Alessandrina Lonar­do, presidente del Consiglio regionale nonché consorte dell’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, ci sono 14 comandati. Quelli del gruppo Pd sono 22: fra loro, secondo la lista, ci sarebbe anche una persona proveniente da Enel distribuzione spa, società che fa parte di un gruppo nel quale la partecipazione pubblica è ben inferiore al 49% previsto dalla legge regionale. Ben otto sono nel gruppo del Nuovo Psi. Una dozzina in quello di Forza Italia. E ben sei sono alle dipendenze del questore al personale Ful­vio Martusciello. Nel tentativo di mettere un freno a que­sto meccanismo infernale, qualche anno fa si decise di bloccare il flusso dei coman­dati dalle aziende pubbliche. Inutile dire che il promotore di questa iniziativa, il vi­cepresidente del consiglio regionale Salva­tore Ronghi, ora esponente del Movimen­to per le autonomie, non si fece molti ami­ci. Ma non aveva previsto l’inevitabile col­po di coda. Un giorno di gennaio del 2008, mentre si votava la legge finanziaria locale, passò senza colpo ferire un emen­damento trasversale che prevede di fatto la stabilizzazione nei ruoli del consiglio re­gionale del personale in posizione di co­mando proveniente da altre amministra­zioni: compresi, ovviamente, i circa 80 di­pendenti delle imprese pubbliche e para­pubbliche. Erano le tre del mattino. La norma in questione è l’articolo 44 della legge regionale numero 1 del 2008 e stabi­lisce che i comandati possono venire col­locati in un’apposita graduatoria e accede­re a «corsi concorsi» a loro riservati per passare a tutti gli effetti alle dipendenze del Consiglio. Per gestire questa procedu­ra è stata nominata il 2 luglio scorso una commissione di nove (nove!) persone pre­sieduta da un dirigente dell’amministra­zione, Girolamo Sibilio, ma con forti vena­ture politiche. Ovviamente bipartisan. Per dirne una, ne fa parte anche Anna Fer­razzano, vice presidente della giunta pro­vinciale di Salerno, già commissario di Forza Italia nella città campana. Secondo Ronghi ce n’è abbastanza per far scoppiare uno scandalo, mettendo an­che in azione la magistratura: «E’ del tut­to illegale assumere in questo modo i co­mandati provenienti dalle aziende a parte­cipazione pubblica. La legge stabilisce che non si possa venire assunti in una pubbli­ca amministrazione se non tramite con­corso pubblico, e sottolineo pubblico. I corsi concorsi previsti dall’articolo 44 ser­vono soltanto per aggirarlo facendo di­ventare dipendenti del consiglio regiona­le gli amici dei politici assunti fittiziamen­te dalle società miste». Non sarà un caso che da quando è nata la Regione Campania, nel 1970, nel consi­glio regionale non è mai entrato un dipen­dente per concorso pubblico. Il primo con­corso (per 36 posti) è stato bandito nel 2005, ma non è stato ancora fatto. E la pro­spettiva della stabilizzazione di tutti i co­mandati non lascia molte speranze a chi punta su quello per avere un lavoro. An­che perché costoro sono circa metà di tut­ti i dipendenti del consiglio. Che grazie ai comandi e ai distacchi sono diventati ne­gli anni più numerosi di quelli di Buckin­gham Palace, e oltre il doppio, in propor­zione agli eletti, rispetto alla Camera. Per ognuno dei 60 consiglieri regionali cam­pani ci sono circa otto dipendenti, a fron­te dei tre per ogni deputato che si conta­no a Montecitorio.
di S. Rizzo

PENSIONI: incontro governo-parti sociali.

Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ‘porta a casa’ un sì sindacale quasi unanime in tema di pensioni. “Siamo molto soddisfatti dell’incontro con le parti sociali - ha rimarcato il ministro - solo la Cgil si è espressa contro, ma con una posizione ragionevole”. C’è stato, ha aggiunto, “il consenso di tutte le organizzazioni tanto sulla destinazione delle economie, quanto sulla stabilizzazione del sistema previdenziale nel lungo periodo”. “Questo sistema - ha spiegato riferendosi in particolare all’emendamento che introduce una finestra mobile in relazione all’aspettativa di vita - porta cambiamenti impercettibili. Nessuna persona dovrà cambiare i propri programmi di vita”. Tornando poi alla misura che equipara gradualmente l’età pensionabile uomo-donna nel pubblico impiego, Sacconi ha chiarito che si tratta di “una decisione assunta perchè la Corte di Giustizia Ue ce lo ha imposto”. E comunque, ha ribadito, “solo nel comparto pubblico si può chiedere alle donne di lavorare di più”. Dagli emendamenti del governo sulle pensioni arriva “un utile contributo per la stabilizzazione del sistema”. E’ unanime il giudizio di Cisl e Uil sulle proposte dell’esecutivo relative sia all’equiparazione dell’età pensionabile di vecchiaia uomo-donna nella P.A. sia al collegamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita dal 2015. In particolare, secondo la Uil, la misura scelta per arrivare all’equiparazione nel 2018 non è altro che “una risposta molto graduale ad una sentenza inappellabile della Corte di Giustizia europea”. Dello stesso parere la Cisl, che fa notare come il governo abbia anche salvaguardato i diritti acquisiti al 31 dicembre 2009. Sulla cosiddetta finestra mobile che dovrebbe scattare fra poco più di 5 anni, Cisl e Uil, rimarcano il fatto positivo che il governo abbia scritto nero su bianco che i risparmi andranno al sistema previdenziale ed in particolare al fondo sociale già esistente e precisamente al capitolo "famiglia, donna, non autosufficienza". Su questo punto il sindacato "filo-governativo" sollecita, poi, una ulteriore riflessione sull’ipotesi di destinare i risparmi alla rivalutazione delle pensioni in essere. Di tutt'altro avviso, invece, la Cgil: “Per il bene del paese il tema delle pensioni andrebbe affrontato in maniera organica, la mia critica è di impianto, di metodo”. E’ il leader della Cgil Guglielmo Epifani a replicare così al ministro dell’Economia Giulio Tremonti che ha sottolineato come le nuove norme sulla previdenza sono state varate per il bene del paese e non per fare cassa. Epifani ha poi osservato che “i provvedimenti assunti pezzo per pezzo hanno ripercussioni negative e creano problemi e ingiustizie nel sistema: come nel caso dell’allungamento graduale dell’età pensionabile per le donne del pubblico impiego che crea una differenza con le lavoratrici del privato”. Secondo il leader della Cgil, la soluzione risiede in una maggiore flessibilità e in un ritorno alla riforma Dini: “se oggi siamo in queste condizioni - ha detto - è perchè siamo tornati indietro rispetto a quella riforma”.

Dal Viminale, "una sola domanda".

Spett.le Redazione,
sono qui per fare "una sola domanda", semplice nella sua formulazione, ma sicuramente difficile nella risposta! Come giustificano i “pezzi grossi” del Viminale le 60 ore - ed in alcuni, anzi, in parecchi casi assai di più - di straordinario al mese unite alle "indennità" di turnazione, di reperibilità e di Gabinetto per i dipendenti in servizio negli uffici privilegiati del Ministero dell’Interno! Mi chiedo come fa un impiegato normo-dotato e che dispone come un comune mortale di una giornata fatta di 24 ore a percepire dette indennità facendo anche 60 ore di straordinario, 6 ore di presenza, pausa pranzo e recupero del sabato? Facendo i "conti della serva" non riesco proprio a capire come fanno a contabilizzare il tutto. Infatti negli uffici “normali” - dove si fanno sul serio gli straordinari - non c'è materialmente spazio nè per le turnazioni, nè per così tante ore di lavoro "straordinario"! Mi domando e chiedo a voi tutti, in questo caso non si ravvede l'ipotesi di peculato o di truffa aggravata e continuata a danno dello Stato? I dirigenti che avallano queste nefandezze, in attesa che attivino i tornelli - che a mio avviso non partiranno mai per i troppi "impicci" che non si potrebbero più fare o che quanto meno sarebbero più difficili da fare - dormono sonni tranquilli?
di M.I.

venerdì 17 luglio 2009

Brunetta: can che abbaia non morde!

Indietro tutta! Questo è l'effetto bumerang della "cura brunetta". Dopo il RIpristino delle vecchie fasce di reperibilità relative alle assenze per malattia, dopo il REinserimento degli anni di laurea e del servizio militare nel computo degli anni contributivi, adesso gli statali RIavranno anche i soldi che gli erano stati tolti dalla busta paga e a mister brunetta non resteranno che le sue "faccine di gradimento"! Parliamo dei premi di produttività che il governo aveva tagliato con la manovra finanziaria dello scorso anno. Dopo mesi di "spot-brunetta", ora il ministero dell’Economia sembra orientato a restituire quei soldi che, come vale la pena ricordare, sono distribuiti in misura molto diversa a seconda dell’amministrazione di appartenenza. Ci sono dipendenti che vengono premiati con somme consistenti: alle agenzie fiscali un impiegato medio prende circa 5 mila euro lordi annui, all’Inps quasi 6 mila euro, più o meno lo stesso al ministero dell’Economia, al ministero della Salute si arriva addirittura a 10 mila euro lordi. Per un insegnante della scuola o per un dipendente di un ente di ricerca invece il "premio" è quasi... insignificante!

Privatizzare la pubblica amministrazione.

Mentre si discute di fantapolitica, i ministri berlusconiani «alla Brunetta» danno «scosse» continue alle tutele dei diritti e agli assetti democratici del paese. Mentre uno, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, evoca la teoria del complotto eversivo per destituirlo, e l’altro, Massimo D’Alema, chiama a raccolta l’opposizione in previsione di possibili «scosse», il governo cambia il paese, senza che i cittadini siano messi in grado di conoscere quello che succede. Sarebbe invece utile sapere in che modo procede il governo con quelle riforme, camuffate da semplificazioni o innovazioni, con cui in realtà intende cambiare strutturalmente gli assetti e gli equilibri del paese. A che punto è, per esempio, lo schema di decreto legislativo [in attuazione della legge 4 marzo 2009, n. 15] «in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni»? Che, detta così, sembra una buona iniziativa del ministro della pubblica amministrazione e l’innovazione, Renato Brunetta, contro la burocrazia che penalizza i cittadini e contro i pubblici impiegati fannulloni che la alimentano. Un altro bravo demagogo, non a caso fra i ministri più amati dagli italiani. In realtà, il sospetto è che questo decreto non raccolga pieni consensi neppure all’interno della sua maggioranza, oltre ad aver provocato la sollevazione dei sindacati del pubblico impiego, dell’ordine dei medici, delle forze dell’ordine e via dicendo. Perché le opposizioni, in parlamento e nella società, non scoprono qual'è la vera posta in gioco, la raccontano e la combattono? O dobbiamo sperare, come sul nucleare, che sia il ministro dell’economia Tremonti a bloccare, per motivi di cassa e di immagine di un governo che non aumenta le tasse, la rinascita dell’atomo voluta dal ministro dello sviluppo Scajola? Il cosiddetto decreto Brunetta ha già avuto diverse stesure, con alcune correzioni di rotta, ma non per questo più tranquillizzante. Il filo rosso è, comunque, il depotenziamento dell’amministrazione pubblica, se non addirittura una sorta di strisciante privatizzazione [anche se può apparire un ossimoro]. La dimostrazione più evidente sta nel capo IV dello schema del decreto, che agli articoli 12 e 13 individua «i soggetti del processo di misurazione e valutazione della performance organizzativa e individuale delle amministrazioni pubbliche». In una delle più recenti bozze circolate, il soggetto principale era un organismo centrale denominato «Autorità indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche», che opera in piena autonomia, in collaborazione con la presidenza del consiglio. L’Autorità è formata da cinque componenti scelti «tra esponenti di elevata professionalità, anche estranei all’amministrazione, con competenze comprovate sia nel settore pubblico che in quello privato». Due passaggi da brivido, innanzitutto perché un’Autorità [o Authority] viene istituita per rendere possibili privatizzazioni o liberalizzazioni di settori sui quali poi vigilare: anche in Italia, le privatizzazioni [o liberalizzazioni] delle grandi imprese di stato o dei servizi pubblici sono state precedute dalle Authority. Quindi, l’idea di fondo di Brunetta è di privatizzare [o liberalizzare] la pubblica amministrazione? Poi, sempre secondo la bozza, nell’Autorità che dovrebbe valutare le performance di un’amministrazione pubblica, per dire il ministero dell’ambiente, sono nominati anche esperti privati. Nulla esclude che siano, o siano stati, manager o consulenti di qualche grande gruppo industriale, che magari presenta un progetto alla Valutazione di impatto ambientale, che deve essere rilasciata dagli uffici di quel ministero dell’ambiente sottoposto alla misurazione e valutazione della performance, organizzativa e individuale, da parte dell’Autorità di cui è membro l’esperto privato di cui sopra. Con quale libertà e autonomia può essere fatta una Via a tutela dei cittadini e del bene comune? L’ultima bozza conosciuta del decreto Brunetta sostituisce la parola Autorità con Commissione [almeno nominalmente un passo avanti], il resto è invariato.
di Anna Pacilli

Pensioni: Cisl e Uil con il governo. La Cgil contro tutti!

Sindacati divisi sui due interventi in materia pensionistica inseriti dal governo nel dl anti-crisi: l'innalzamento dell'età pensionabile per le donne del pubblico impiego e l'aggiustamento sulla base dell'aspettativa di vita. Al termine dell'incontro con l'esecutivo, come da copione, Cisl e Uil (area PDL) hanno espresso parere positivo, mentre la Cgil (area PD) si mostra nettamente contraria alle due proposte definendole "del tutto inaccettabili". "Questi due interventi - fanno sapere da Corso Italia - significano una cosa sola: dire ai giovani che lavoreremo di più per prendere di meno. Tutti lavoreremo di più per prendere di meno". I segretari confederali di Uil e Cisl considerano invece le due misure "un utile contributo per stabilizzare il sistema previdenziale italiano". Gli interventi annunciati dal governo non sono una scelta per fare cassa nè un modo per togliere, ma per dare, avrebbe spiegato, secondo quanto si apprende, dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, nell'incontro con le parti sociali. Gli effetti economici, avrebbe assicurato Tremonti, rientreranno nel comparto del Welfare, l'adeguamento dei requisiti per l'accesso alla pensione alla speranza di vita si fonderà sulla demografia dei dati Eurostat e ci sarà assoluto automatismo. L'emendamento presentato al dl anti-crisi, avrebbe spiegato ancora Tremonti, introduce il collegamento tra l'andamento demografico e l'aspettativa di vita. Dal 2015, si verifica sulla base dei dati Istat ed Eurostat, se l'aspettativa di vita è salita o scesa sulla base dell'andamento nei cinque anni precedenti e così via. Nella prima verifica nel 2015 l'aumento dell'età non andrà comunque oltre i tre mesi.

giovedì 16 luglio 2009

Eta' pensionabile su indici Istat: Sacconi passa dalle parole ai fatti!

"L'aggiustamento dell'età pensionabile sugli indici Istat di aspettativa di vita è solo una misura di stabilizzazione eventuale". Lo afferma il ministro della Salute, del Lavoro e delle Politiche sociali Maurizio Sacconi, a margine del convegno del Terzo settore. "Ci potrebbe essere, nella peggiore delle ipotesi, un moderato innalzamento dell'età pensionabile nel tempo, ma sarà al massimo di tre mesi sul quinquennio precedente. E' un movimento impercettibile", sottolinea Sacconi, "che potrebbe anche non verificarsi, con l'abbassamento della aspettativa di vita dovuto all'arrivo di immigrati". Secondo Sacconi, questa misura rassicurerà i mercati sui conti pubblici e sarà impercettibile per gli italiani cui non rimane altro da fare che sperare in nuovi e copiosi flussi migratori! Così il ministro è passato dalle parole ai fatti, inserendo nel pentolone del decreto legge anti-crisi la norma che di fatto sposterà in avanti di tre mesi la finestra per poter andare in pensione. In pratica, ogni cinque anni, a partire dal 2015, l’Istat calcolerà se c’è stato un aumento della speranza di vita degli italiani nel quinquennio precedente. Come ovvio, pagare una pensione anche invariata per più tempo a un anziano significa aumentare la spesa complessiva. La legge Dini sulle pensioni prevedeva un ricalcolo dei cosiddetti «coefficienti» per tener conto di questo aumento della vita media dei pensionati, cosa che il governo ancora non ha realizzato. Per adesso si sposterà in avanti ogni cinque anni il momento in cui si può chiedere di andare in pensione. Il primo spostamento della finestra sarà di tre mesi, e ci sarà nel 2015. Per i coefficienti, si vedrà. Il ministro Sacconi dice che con questi correttivi "la sostenibilità del sistema previdenziale italiano risulterebbe la migliore o tra le migliori di Europa". Anche senza meccanismi "volontari", poco efficaci e accettabili, o "forti penalizzazioni che non sarebbero accettabili".

Altro che scudo fiscale, questo è un altro condono!

Dopo settimane di voci e smentite, lo "scudo fiscale" è arrivato ufficialmente in Parlamento. In poche parole chi ha portato, in nero, somme di denaro all’estero per sottrarle al fisco italiano e lucrarci lautamente sopra con giri ed intrallazzi che il comune contribuente italiano neanche può lontanamente immaginare, adesso potrà farle tranquillamente rientrare pagando una tassa del 5% ! Insomma in questo paese c'è chi vede andare direttamente nelle casse dello Stato la metà della propria busta paga e chi, invece, evade, sottrae del denaro allo Stato e dopo un po’ di tempo può farlo rientrare pagando una semplice mancia. Lasciamo perdere la giustizia nelle aule giudiziarie ormai persa e lontana dai tribunali civili e penali che ancora ostentano la targa assai anacronistica de "LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI", ma la giustizia fiscale, anche quella che fine ha fatto? Una cosa è certa: a pagare in Italia sono sempre i soliti! Dunque chi vorrà rimpatriare attività finanziarie o patrimoniali portate all’estero entro il 31 dicembre 2008 dovrà pagare un’imposta straordinaria del 5 per cento sul capitale. Chi aderirà avrà la certezza di non subire accertamenti, relativamente alle somme in questione, e si vedrà estinguere le sanzioni amministrative. Altro che scudo fiscale, qui siamo all'ennesimo condono: una vera vergogna, un favore che il governo fa a favore dei "ricchi-ladri". Allora perchè non abolire anche il sostituto d'imposta per i lavoratori e i pensionati, in modo da garantire anche a loro la possibilità di evadere allegramente il fisco?

Monitoraggio sull'applicazione della L. 104 nella P.A.

Il Ministero per l'Innovazione dà il via al monitoraggio sull'applicazione nelle P.A. della legge 104, che prevede la concessione di permessi retribuiti ai dipendenti per assistere i familiari con disabilità. Il monitoraggio, nella sua prima fase su base volontaria, terminerà il 29 luglio prossimo e coinvolgerà 15.000 amministrazioni, a cominciare dalle istituzioni scolastiche e dalle amministrazioni che hanno già partecipato a precedenti rilevazioni. Il monitoraggio viene condotto attraverso un questionario on line per raccogliere informazioni sull'utilizzo effettivo dei benefici previsti dalla legge: numero dei dipendenti, distinti per genere e fasce professionali, che ne usufruiscono, con quale frequenza e con quale grado di parentela. I dati raccolti verranno poi confrontati con quelli in possesso del Ministero, il quale dal canto suo ha rilevato che i permessi per la legge 104 rappresentano il 6% di tutte le assenze dal servizio e che nel Sud vengono utilizzati con maggior frequenza che nel Nord. La rilevazione, che viene effettuata in collaborazione con FISH, F.A.N.D., Unione Italiana Ciechi e Cittadinanzattiva, si inserisce nell'ambito di un progetto di modifica dei benefici previsti per i dipendenti pubblici, attualmente all'esame del Parlamento. Le modifiche riguardano soprattutto la possibilità di fruire dei permessi da parte di parenti e affini entro il terzo grado ai quali sarà consentita l'assistenza solo nell'ipotesi che i genitori o il coniuge della persona disabile abbiano compiuto 65 anni o soffrano di patologie invalidanti o siano deceduti. Inoltre la scelta della sede di lavoro dovrà essere effettuata in relazione al domicilio del disabile e non piu' del lavoratore.

mercoledì 15 luglio 2009

P.A.: dal 2010 donne a riposo con un anno in più ogni 24 mesi.

Per quanto riguarda le pensioni delle lavoratrici pubbliche l’intervento è maturo ormai da tempo: il governo dovrebbe muoversi entro la fine del mese per rispondere alla procedura aperta da Bruxelles, ed evitare di incorrere in una multa delle autorità europee. Le norme che disciplinano il pensionamento di vecchiaia nel pubblico impiego sono state infatti giudicate discriminatorie nei confronti degli uomini, i quali sono obbligati a lavorare fino ai 65 anni mentre le donne possono uscire a 60. L’obiezione non riguarda però la generalità dei lavoratori, per i quali questa differenziazione è ammessa (!?), ma solo il mondo del pubblico impiego - sul quale si continua ad intervenire non con la perizia di un bisturi sapinete, ma con la brutalità di un rozzo macete - il cui regime previdenziale è considerato di tipo “professionale”: in altre parole i differenti criteri pensionistici costituirebbero una discriminazione retributiva. Per porre rimedio a questa situazione il ministro della Funzione pubblica Brunetta ha da tempo delineato uno schema che prevede il passaggio graduale dell’età per la vecchiaia delle dipendenti pubbliche a 65 anni a partire dal primo gennaio 2010. Da quella data la pensione di vecchiaia si conseguirebbe a 61 anni: proseguendo con un “gradino” di un anno ogni due si arriverebbe ai 65 anni nel 2018. Verrebbero “salvate” le lavoratrici che hanno già superato i 60 anni e hanno sfruttato la possibilità di continuare a lavorare (magari per uscire in un momento intermedio) e quelle che invece hanno smesso l’attività in attesa dei 60 (anche versando contributi volontari). Questo schema potrebbe essere trasformato in emendamento al decreto: già oggi ne sarà presentato uno dai deputati Cazzola, Della Vedova e Golfo. Il governo è abbastanza deciso a procedere, a meno che non si trovi un’interpretazione meno rigida delle scadenze europee: in questo caso sarebbe ipotizzabile un rinvio. In ogni caso dell’argomento si parlerà con le parti sociali: dato il vincolo di Bruxelles, i sindacati non alzerebbero barricate, purché i relativi risparmi (quantificati da Brunetta in 2-3 miliardi nell’arco di dieci anni) siano impiegati, attraverso un apposito fondo, in politiche per il welfare familiare.

Come già detto per inciso, dall’innalzamento dell’età pensionabile per le statali il governo si aspetta di ottenere delle economie. Ieri il ministro Brunetta ha ripetuto la cifra di 2,5 miliardi. In realtà secondo le stime della Ragioneria generale dello Stato (peraltro abbastanza ottimistiche!) i risparmi sarebbero il primo anno di appena 120 milioni e arriverebbero a 350 milioni nel 2012. Il numero di Brunetta è molto più realisticamente il prodotto della forte ondata di calore di questi torridi giorni di luglio.

Malattie: gli effetti aberranti delle decurtazioni.

Inutile nascondere che gli effetti concreti dell’art. 71 della legge 133/2008, laddove disciplina le assenze per malattia, sono paradossali e, sostanzialmente, inefficaci. Che la montagna abbia partorito un topolino, lo dimostrano una serie di considerazioni. La prima e più rilevante: al di là degli effetti taumaturgici della norma e della sua presunta (ma ancora non del tutto scientificamente dimostrata) capacità di riportare in servizio il 40% dei dipendenti pubblici, si può stare certi che, tra breve, tale eventuale forza della norma sarà del tutto persa. Infatti, si può dimostrare che l’effetto sulla riduzione delle malattie sia più frutto della funzione psicologica della norma, che non del deterrente costituito dalle decurtazioni al trattamento economico. Nella sostanza, se ancora oggi si trascina qualche effetto positivo sulla presenza in servizio, ciò è dovuto in primo luogo all’eccessiva durata della disponibilità oraria alla visita di controllo e all’iniziale – ma ora sempre meno rilevabile – puntualità nella richiesta di tale visita, fin dal primo giorno di assenza. Non certo per la decurtazione. Infatti, la gran parte dei dipendenti pubblici si saranno resi conto che l’entità della decurtazione per i primi dieci giorni di assenza risulta sostanzialmente ininfluente. C’è un preciso motivo: il primo periodo dell’art. 71, comma 1, della legge 133/2008 stabilisce che “Per i periodi di assenza per malattia, di qualunque durata, ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, nei primi dieci giorni di assenza è corrisposto il trattamento economico fondamentale con esclusione di ogni indennità o emolumento, comunque denominati, aventi carattere fisso e continuativo, nonché di ogni altro trattamento accessorio”. Ma la gran parte dei dipendenti pubblici, e ciò in particolare per il comparto regioni-enti locali, subiva già in precedenza il medesimo trattamento. Infatti, la gran parte del trattamento economico del personale è costituito da quello fondamentale, cioè il tabellare (compresa indennità integrativa speciale e indennità di anzianità) più la posizione economica di sviluppo. La gran parte del trattamento accessorio è composta da indennità tutte connesse alla presenza in servizio, come l’indennità per maneggio valori, rischio, turno, disagio, reperibilità, orario notturno, festivo, straordinario. Pertanto, già prima della legge 133/2008, la malattia causava la decurtazione di queste voci retributive. Insomma, sul piano economico, per la stragrande maggioranza dei 3.500.000 dipendenti pubblici e i quasi 700.000 dipendenti degli enti locali non cambia molto. Se non, appunto, la sproporzionata fascia di reperibilità, che probabilmente è stata, a questo punto, la vera causa del grado di efficacia (qualunque esso sia) che la norma ha mostrato di possedere. Pertanto, immaginare che dall’art. 71, comma 1, della legge 133/2008 si possano ricavare chissà quali risparmi appare velleitario: nei fatti i risparmi finanziari resteranno quelli già verificatisi in precedenza. Anzi, se le malattie diminuiscono, si dovrebbe immaginare addirittura una contrazione di questi risparmi (che, come contraltare, dovrebbe avere un incremento di produttività, del quale fin qui nessuno ha fornito, però, l’unità di misura). C’è, tuttavia, il risvolto paradossale. La misura economica, cioè la decurtazione del trattamento diverso da quello fondamentale, lambisce solo di striscio la maggioranza schiacciante dei dipendenti, ma colpisce in pieno una ristretta minoranza di dipendenti, quelli ai quali la contrattazione riconosce la retribuzione di posizione, cioè responsabili di servizio inseriti nell’area delle posizioni organizzative, dirigenti e segretari comunali. La conferma di ciò è data dalla nota della Funzione pubblica 30.1.2009, n. 4742, che riporta l’avviso espresso, in merito, dalla Ragioneria generale dello Stato, con parere 16 gennaio 2009, n. 126427 di protocollo. Secondo tale parere la decurtazione di cui all’art. 71, comma 1, della legge 133/2008 opera nei confronti:
1. della retribuzione di posizione dei dirigenti;
2. dell’indennità ad personam dei dirigenti incaricati a contratto ai sensi dell’art. 110, commi 1 e 2, del d.lgs. 267/2000;
3. della retribuzione di posizione del personale incaricato nell’area delle posizioni organizzative;
4. dell’indennità assegnata ai segretari comunali, cui sia stato conferito l’incarico di direttore generale (stranamente, non si fa parola dei compensi ai direttori generali esterni);
5. della retribuzione di posizione dei segretari comunali;6. dell’indennità di comparto.
Sul piano della stretta applicazione letterale della norma, l’interpretazione fornita appare corretta, considerato che tali retribuzioni (con l’eccezione dell’indennità di comparto, tuttavia), pur essendo fisse e continuative, non fanno parte del trattamento fondamentale. Tuttavia, l’effetto finale dell’art. 71, comma 1, è:
a) applicare un deterrente finanziario estremamente blando nei confronti del personale dell’area delle qualifiche, la stragrande maggioranza come visto;
b) colpire in modo molto rilevante, con decurtazioni dal valore giornaliero di parecchie decine di euro, il personale dirigenziale, i segretari comunali e i “quadri”.
Peraltro la legge, in questo modo, si rivela particolarmente inefficace e iniqua. Da un lato, infatti, non costituisce alcun serio e concreto deterrente finanziario per il 99% del personale. Dall’altro colpisce oltre ogni logica misura (circa per la metà o il 30% del trattamento economico) il personale preposto ai vertici organizzativi, che peraltro propende per sua natura a una scarsa percentuale di assenze dal servizio. L’iniquità della misura è piuttosto evidente. Insomma, la frettolosità della norma è una volta di più dimostrata dagli effetti assolutamente perversi che ne derivano. Sarebbe più corretto, equo ed efficiente prevedere una misura di decurtazione in misura percentuale unica sul trattamento economico tabellare, che eviterebbe equivoci applicativi e interpretativi ed eliminerebbe i difetti, clamorosi, della norma. Tra l’altro le retribuzioni di posizione, per quanto non connesse al trattamento fondamentale, sono finalizzate a retribuire la responsabilità assegnata al ruolo dei destinatari, che, ovviamente, non è ridotta pro-quota dai giorni di assenza in servizio. È realmente fuori bersaglio prendere di mira misure retributive del tutto slegate dalla presenza in servizio, in quanto non connesse a elementi quantitativi della prestazione lavorativa, bensì qualitativi. Peraltro occorre ricordare che le retribuzioni di posizione sono sempre connesse a quelle di risultato, in quanto la legge e i contratti collettivi legano la remunerazione particolare della responsabilità alla capacità di conseguire specifici risultati. Tanto che l’incapacità di ottenere i risultati previsti può comportare la revoca degli incarichi e della connessa retribuzione di posizione (ecco perché essa non ha natura di trattamento economico fondamentale). Tuttavia, la retribuzione di risultato non può essere oggetto di decurtazione, sebbene ancora l’art. 71, comma 5, della legge 133/2008 preveda questa impossibile conseguenza. Impossibile perché, se si applicasse alla retribuzione di risultato, o comunque al trattamento accessorio legato alla produttività, la regola della decurtazione per i giorni di assenza, inevitabilmente si dovrebbe collegare il premio di produttività alla presenza in servizio. Effetto, questo, radicalmente contrario all’intero sistema di valutazione previsto dalla legge e dalla contrattazione collettiva, come a più riprese hanno rilevato la Corte dei conti, con pronunce delle sezioni giurisdizionali e di controllo, e la stessa Aran. Non è un caso che il d.d.l. 1167 collegato alla finanziaria preveda proprio l’abolizione dell’art. 71, comma 5, della legge 133/2008. Ma, se si elimina la decurtazione sul risultato, come si collega il permanere di una decurtazione sulla posizione, che è il presupposto della valutazione del risultato? C’è un altro paradosso da risolvere. Il famigerato incentivo per i progettisti (ridotto allo 0,5%) non è, ovviamente, trattamento fondamentale, ma accessorio. Andrebbe, dunque, soggetto alla decurtazione in caso di assenza per malattia. Tuttavia, l’incentivo è indubbiamente connesso inscindibilmente al risultato: la produzione della progettazione e delle altre attività connesse alla gestione dell’opera pubblica. Risultati assolutamente non connessi alla presenza in servizio, ma integralmente posti a remunerare le responsabilità dei ruoli, il risparmio su eventuali incarichi esterni, l’esito dell’attività svolta. Se la Ragionera generale e la Funzione pubblica fossero coerenti, dovrebbero affermare che l’incentivo, già falcidiato, dovrebbe assoggettarsi alle decurtazioni per malattia, essendo trattamento non fondamentale. Ma in tal modo si stravolgerebbe totalmente la funzione dell’incentivo, si andrebbe contro la sua chiara natura remunerativa della responsabilità e non della presenza lavorativa. Esattamente come avviene per le retribuzioni di posizione delle figure di vertice. C’è, poi, la gravissima questione dell’indennità di comparto. La decurtazione di questa voce retributiva colpisce, al contrario delle altre, l’intera compagine dei dipendenti dell’area delle qualifiche. Quantitativamente non è gran cosa, ma il principio appare assolutamente inaccettabile. In primo luogo perché l’indennità è stata introdotta col C.c.n.l. 22.1.2004 per riallineare il trattamento retributivo tabellare dei dipendenti degli enti locali a quello degli altri comparti. È apparso profondamente scorretto rispondere a questa esigenza ponendo gli oneri finanziari a carico dei fondi per la contrattazione decentrata. In ogni caso, l’indennità di comparto è finanziata esattamente come la retribuzione di posizione. Non sarà espressamente definita come trattamento fondamentale, ma tale è indiscutibilmente la sua funzione. Inoltre l’art. 33, comma 3, del C.c.n.l. 22.1.2004 dispone: “l’indennità di comparto è ridotta o sospesa negli stessi casi di riduzione o sospensione previsti per il trattamento tabellare”. Dunque, esiste una chiara assimilazione, da parte della contrattazione collettiva, dell’indennità di comparto al trattamento tabellare, cioè fondamentale. Non vi è, dunque, alcuna persuasività nelle interpretazioni fornite, in merito, dalla Ragioneria generale e da Palazzo Vidoni. In ogni caso appare venuto il tempo di rivedere profondamente una disciplina normativa confusionaria e poco equilibrata, per quanto fonte di facile popolarità e di consensi.
di Luigi Oliveri

martedì 14 luglio 2009

Un italiano su due non dichiara oltre i 15.000 euro: povertà o evasione fiscale?

Il reddito complessivo medio dichiarato nel 2008 (anno d'imposta 2007) risulta pari a 18.892 euro, in crescita del 3,1% rispetto all'anno precedente e in linea con la crescita del Pil nominale pro-capite. E' quanto emerge dai dati diffusi dal dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia, secondo i quali la distribuzione dei contribuenti per classi di reddito mostra che la la meta' dei contribuenti dichiara non oltre 15.000 euro, percentuale che arriva all'80% se si considerano i contribuenti che dichiarano non oltre 26.000 euro. La classe con un maggior numero di contribuenti e' quella di coloro che dichiarano redditi tra i 15.000 e i 20.000 euro; meno dello 0,2% dichiara oltre 200.000 Euro annui.
Crescono meno della media i redditi di lavoro dipendente (19.335 Euro; +1%) e autonomo (37.124 Euro; +2%) mentre risulta media l'aumento dei redditi da pensione (13.448 Euro; +3%) e appare piu' consistente la dinamica dei redditi d'impresa (18.988 Euro; +5%), anche in relazione al buon andamento dell'economia nel 2007.
La composizione percentuale dei redditi e' sostanzialmente identica a quella del 2006: la quota preponderante, secondo i dati diffusi, e' costituita da lavoro dipendente e pensione (78%), mentre e' significativamente piu' bassa la quota dei redditi di partecipazione (5,4%), d'impresa (5%) e lavoro autonomo (4,2%). La distribuzione geografica del reddito complessivo medio evidenzia che l'incremento e' abbastanza uniforme su tutto il territorio nazionale, con una crescita leggermente piu' sostenuta (+3,3%) nelle isole.
E' inalterata anche la distribuzione tra le diverse aree del paese: il valore piu' alto si registra nel Nordovest (21.480 Euro) ed il piu' basso al Sud (15.060). A livello regionale, la Lombardia detiene il primato del piu' alto reddito complessivo medio (22.460 Euro), mentre all'estremo opposto si colloca la Calabria (13.410 Euro).
I contribuenti Irpef nell'anno 2007 sono stati poco piu' di 41 milioni, con un aumento di circa lo 0,8% rispetto all'anno precedente. Di questi, il 40% ha presentato il modello 730, che si conferma la forma dichiarativa preferita, mentre un terzo del totale non ha presentato dichiarazione dei redditi.

Visita di controllo a discrezione dell'ufficio per gravi malattie.

Le Amministrazioni possono decidere di non inviare il medico fiscale per la visita di controllo ai dipendenti affetti da malattie gravi come quelle oncologiche, nei casi in cui l'episodio morboso si inserisca in un unico ciclo di trattamento per la cura. Lo dispone una circolare del Ministero per l'Innovazione, a condizione che la patologia del dipendente sia stata inzialmente accertata dall'Amministrazione o risulti certificata da un ospedale pubblico, da una ASL o da una struttura convenzionata. Il Ministero precisa, però, che la norma sulle fasce orarie di reperibilità (dalle 8 alle 20, con esclusione del periodo dalle 13 alle 14) non può essere derogata neanche nei confronti dei dipendenti pubblici affetti da grave patologie, ma le Amministrazioni, sulla base delle proprie esigenze funzionali ed organizzative, possono valutare l'effettiva utilità della visita di controllo nei singoli casi, anche al fine di non gravare ecessivamente l'attività con gli adempimenti relativi alle visite fiscali. Con l'occasione il Ministero, ribadendo che è interesse delle Amministrazioni di favorire il più rapido e soddisfacente reinserimento dei lavoratori colpiti da malattie anche gravi, riducendo il più possibile la necessità di rimanere fuori dal ciclo produttivo durante il periodo di cura, ricorda che i malati oncologici hanno diritto, in base ad una legge speciale ancora in vigore, di chiedere la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale e viceversa; questa possibilità interessa in particolare quei lavoratori che, anche a causa degli effetti invalidanti delle terapie salvavita, hanno una ridotta capacità lavorativa, che deve essere accertata da una commissione medica istituita presso la ASl competente per territorio. Analogamente, devono essere accettate con priorità rispetto agli altri lavoratori le domande di part time avanzate da dipendenti che assistono soggetti malati oncologici o riconosciuti inabili al lavoro e dai genitori di figli conviventi di età inferiore a 13 anni o portatori di handicap. Viene infine richiamata l'attenzione dell Amministrazioni sulla necessità di avviare quanto prima i progetti di telelavoro, proprio allo scopo di favorire la prestazione lavorativa anche nei periodi di malattia e di cura e di diminuire l'esigenza dei lavoratori di fruire dei congedi, incentivando il più rapido e sostenibile ritorno all'attività produttiva.

lunedì 13 luglio 2009

Disabili: no ad assunzioni per qualifiche non richieste.

Il datore di lavoro può legittimamente rifiutare l'assunzione di un lavoratore disabile con qualifica diversa da quella richiesta. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che ha ritenuto legittima la decisione di un'azienda di non assumere, a copertura dei posti riservati per legge ai lavoratori disabili, un lavoratore in possesso delle qualifiche di manovale comune e di autista di autobus; l'azienda infatti aveva chiesto alla Provincia di Roma l'avvio al lavoro di un operaio edile specializzato o di un autista di betoniere, qualifiche di ben due livelli superiori a quelle possedute dal lavoratore interessato. La Consulta ha prima di tutto considerato che la legge del 1999 sull'avvio al lavoro delle persone diversamente abili, che per la prima volta ha riconosciuto al datore di lavoro la facoltà di indicare la qualifica necessaria in azienda, ha introdotto un sistema che vede nel disabile non un soggetto che ha diritto ad un posto di lavoro in virtù di un intervento assistenziale dello Stato ma una risorsa per l'impresa stessa, assicurandogli una giusta collocazione in azienda in base alle sue capacità professionali e consentendogli l'effettivo espletamento delle mansioni per le quali è stato assunto. Non bisogna infatti dimenticare, ha precisato la Cassazione, che la mancata corrispondenza tra la qualifica richiesta e quella effettivamente posseduta potrebbe tradursi in una lesione delle capacità professionali del disabile, che potrebbe essere costretto a ruoli non adeguati e far sorgere situazioni di insicurezza per la sua incolumità e per quella degli altri lavoratori, oltre che per l'integrità degli impianti. Poichè scopo della legge è quello di trovare un giusto equilibrio tra gli interessi del lavoratore disabile e quelli del datore di lavoro, dando rilievo alle specifiche caratteristiche dell'area produttiva in cui si opera, il datore di lavoro è vincolato all'assunzione solo se l'atto di autorizzazione all'avviamento dia preciso riscontro alle caratteristiche indicate nella sua richiesta.

venerdì 10 luglio 2009

RIFORMARE LA POLITICA PER RIFORMARE LA P.A.








La questione è antica e ciclicamente viene riproposta senza però riuscire mai a trovare una soluzione plausibile. Ora arrivano le parole del premier Silvio Berlusconi che parla di amministrazione pubblica troppo costosa ed antiquata. Sacrosanto verrebbe da dire, ma sembra che le soluzioni per affrontare questo annoso problema siano quasi impossibili da trovare. Il risultato è che la pubblica amministrazione mostra di continuo e in tutti i suoi settori il suo alto grado di inefficienza malgrado la crescita senza sosta dei costi per mantenerla, che in un periodo di crisi senza precedenti come questo sono ancora più amplificati. In campagna elettorale si è fatto tanto parlare di eliminazione di sprechi, come il taglio delle Province, delle Prefetture e del numero dei parlamentari o la informatizzazione della pubblica amministrazione. Nulla di tutto ciò, ovviamente, è più nell’agenda governativa. Il problema è serio, e il governo… ci ride su, proponendo come antidoto all’inefficienza degli uffici pubblici le faccine che ridono! E notizia di questi giorni che il sindaco di Milano Letizia Moratti e il ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta hanno firmato a Palazzo Marino un protocollo d'intesa per l'innovazione tecnologica dei processi e dei servizi del Comune di Milano. Un tassello del processo complessivo di riforma della Pubblica amministrazione che il ministro definisce come una vera e propria "rivoluzione". Il 23 marzo, in particolare, sarebbe dovuta iniziare anche a Milano l'installazione negli sportelli pubblici di un apparecchio in grado di consentire ai cittadini, reduci da una transazione, di votare con un tocco la propria soddisfazione o meno: voto favorevole con un tocco sulla "faccina" verde sorridente, voto neutro su quella gialla, voto negativo su quella rossa arrabbiata. Ma in Italia il problema ha raggiunto picchi parossistici nel rapporto qualità-prezzo della gestione della P.A. e c'è ben poco da ridere! Si pensava che la tanto decantata legge Bassanini del 2000 potesse apportare una svolta epocale. Ciò non è affatto avvenuto, ma non per colpa della legge che contiene in se importanti novità e giuste correzioni, ma perché molti aspetti di quella legge non hanno trovato per diversi motivi giusta applicazione, prima fra tutte quei "nuclei di valutazioni", che dovevano servire a giudicare l’operato e l’efficienza della macchina amministrativa, senza i quali non si riesce a capire dove e come migliorarne il funzionamento. In Italia purtroppo manca l’autorevolezza del Governo, ostaggio, di troppi interessi di parte, logiche di partito e localismi che impediscono di toccare privilegi e rendite di posizione che rallentano e appesantiscono inesorabilmente la macchina dello Stato. Ecco allora che quella inefficienza, scandalosa in certi settori della pubblica amministrazione, è in qualche modo conveniente e opportuna per garantire al potere politico che la governa il consenso e l’appoggio dei suoi “clienti”. Il cittadino-utente-elettore ha come unica opzione quella del voto, ma in realtà è uno strumento con poca efficacia perché il problema è comune a tutte le forze politiche proprio perché nasce all’interno della politica stessa, e non cambia con il colore o con le coalizioni che compongono le strutture amministrative. Fino a quando non si modifica la struttura della politica e dei suoi tanti interessi localistici e particolari, sarà praticamente impossibile eliminare le inefficienze della macchina statale, che si nutrono e sopravvivono proprio grazie e a causa della politica. Il controllore non può essere lo stesso del controllato tanto per fare un esempio pratico ed esemplificativo. Sembra una boutade ma invece è quello che succede da decenni nella pubblica amministrazione, nei casi in cui esiste tale "sottospecie" di controllo. Forse in questo senso la crisi economica, senza precedenti, può rappresentare un’occasione unica per apportare quelle modifiche radicali all’impianto burocratico ed amministrativo dello Stato. Perdere anche quest'ultima occasione potrebbe avere conseguenze difficilmente immaginabili per il sistema paese e per le generazioni future.

giovedì 9 luglio 2009

La donna non può rinunciare al diritto al congedo obbligatorio post parto.

La lavoratrice non può rinunciare al diritto al congedo obbligatorio post parto e il datore di lavoro non la può adibire al lavoro, neanche in caso di interruzione della gravidanza avvenuta dopo il 180° giorno di gestazione. Il principio vale per tutte le lavoratrici, anche quelle con contratto di formazione specialistica. Lo ha precisato il Ministero del Lavoro in risposta ad un quesito presentato da una Università in relazione al caso di una lavoratrice in formazione specialistica che, avendo subito un'interruzione di gravidanza, aveva espressamente rinunciato al diritto all'astensione obbligatoria e aveva presentato certificati rilasciati sia dal medico curante che dal medico competente attestanti il suo buono stato di salute. La legge, ricorda il Ministero, ha introdotto il divieto di adibire al lavoro le donne durante il priodo di congedo obbligatorio successivo al parto e questo si applica anche al caso di interruzione spontanea o terapeutica della gravidanza avvenuta successivamente al 6° mese di gestazione, in quanto tale circostanza è equiparata al parto. La disciplina trova applicazione anche nei contratti di formazione specialistica, con l'unica differenza rispetto agli altri contratti che alla lavoratrice spetta esclusivamente la parte fissa del trattamento economico. Il diritto di non essere adibita al lavoro non decade nè davanti alla rinuncia della donna, in quanto si tratta di un diritto indisponibile, nè davanti all'attestazione del medico che non esistono controindicazioni alla ripresa dell'attività lavorativa. L'inosservanza del divieto costituisce reato penalmente sanzionato, indipendentemente dall'accertamento delle condizioni psico fisiche della donna perchè la legge ritiene senza possibilità di prova contraria che la ripresa del lavoro costituisce una condotta idonea a ledere la salute della lavoratrice.

Pubblico impiego: primo delegittimarlo, secondo abolirlo!

Amici, in questi caldi giorni d'estate, di ferie e di relax prendo invece molto sul serio le frequenti esternazioni di Brunetta, sul quale le mie reazioni epidermiche di dipendente pubblica sono sempre di indignazione e stizza. Ma - mi chiedo e vi chiedo - eliminiamo per un attimo le ipotesi più ovvie che Brunetta sia:
1) un alieno malvagio dal colorito verdognolo;
2) un mediocre che per restare sempre sull'onda mediatica "spara cazzate" ogni volta che vede una telecamera.
E se ci fosse dietro un disegno di natura politico-economica di lungo periodo? Sappiamo bene che il pubblico impiego costa. Costa in termini di contributi previdenziali e di stipendi. Costa perchè un dipendente pubblico non può essere licenziato per malattia o maternità, anzi una donna, se munita di certificati medici, può stare a casa (e spesso lo fa) dal primo giorno di gravidanza a svariati mesi dopo il parto. Nell'ente dove lavoro, e di cui per ovvi motivi non faccio il nome, l'ufficio che dà informazioni al pubblico è stato appaltato a una sedicente cooperativa che paga le "socie" 5 euro netti all'ora, non dà nessuna maggiorazione per il lavoro festivo (considerate che l'ufficio è aperto tutte le domeniche e festività) e (in occasioni speciali) notturno, non paga né ferie né malattie. Il mio ente ci ha guadagnato, e tantissimo. Fregandosene che la qualità del servizio sia calata, perché nessuno controlla i titoli di studio o la motivazione o le competenze comunicative e professionali del personale di questa cooperativa, che notoriamente assume in base alla bella presenza, visto che lavora più che altro offrendo hostess per fiere e congressi. Però l'appalto è già stato rinnovato per la seconda volta, e casualmente lo vincono sempre loro.
Allora, siccome sto leggendo "La deriva americana" di Paul Krugman, ieri mi è capitato in mano questo articolo dal suo libro, scritto per il New York Times il 10 ottobre 2001, ossia un mese dopo l'11 settembre. Pensa te la coincidenza..."Ho scovato un ufficio del governo che, secondo i soliti criteri, dovrebbe essere un obiettivo primario per il ridimensionamento, forse dovrebbe essere addirittura abolito. Per qualcuno molte funzioni di questo ufficio andrebbero lasciate all'iniziativa privata. E non c'è dubbio che i suoi costi verrebbero ridotti se il lavoro che svolge fosse appaltato ad aziende private, che non dovrebbero obbedire a norme severe di assunzione e licenziamento dei propri addetti. Di fatto, molti impiegati di questo ufficio sono pagati molto più di chi ha qualifiche equivalenti nel settore privato. Di quale ufficio sto parlando? Del corpo dei pompieri di New York.Perchè New York ha bisogno di un corpo dei pompieri? Il motivo per cui non possiamo lasciare ai singoli proprietari degli edifici la protezione degli incendi è ovvio, o dovrebbe esserlo: è perché un incendio che scoppia in un palazzo può propagarsi a quello vicino.Il motivo per cui New York non dovrebbe assumere aziende private per spegnere gli incendi può essere meno ovvio. La risposta fondamentale è che la città non può sottoscrivere un contratto per coprire tutti i rischi, e così un'azienda privata tenderebbe sempre a lesinare sugli spiccioli a spese della sicurezza pubblica. E non è assolutamente accettabile quando la posta in gioco è così alta, e in particolare quando abbiamo bisogno di impiegati pubblici orgogliosi del proprio lavoro, preparati a fare qualsiasi cosa sia necessaria per proteggerci - persone eroiche come i pompieri di New York - piuttosto che impiegati che sentono di essere pagati il meno possibile da un'azienda che vuole contenere al massimo i costi. Per dirla tutta, ci sono delle cose che i governi devono fare (continua....)"
Capite il mio ragionamento? Brunetta non è un genio del male che si è svegliato una mattina nutrendo un odio immotivato verso i dipendenti pubblici. Se non perde occasione per delegittimarli, attaccandosi a fatti reali (es. Portici) ma molto più spesso immaginari (TUTTE le donne del settore pubblico passano il tempo facendo la spesa in orario di lavoro) è per inculcare nell'opinione pubblica mediante la ripetizione - tecnica notoriamente efficace di comunicazione pubblicitaria, quindi ben nota a Berlusconi - di un messaggio delegittimante. Dopo un numero sufficiente di anni, si passerà alla fase 2, ossia proporre l'abolizione di vari "enti inutili" da sostituire con "efficienti" aziende private. Sarà così, gradualmente, per scuole, ospedali, pompieri e quant'altro. Chi avrà i soldi per pagare un servizio si rivolgerà alle strutture private migliori, gli altri pazienza. E' esattamente il modello americano.
di Simona M.

mercoledì 8 luglio 2009

Niente "toga" per i dipendenti pubblici.

I dipendenti pubblici - anche part time - non possono esercitare la professione forense. La Corte Costituzionale, con l'ordinanza n. 91/2009, dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Napoli in merito agli artt. 1 e 2 della legge n. 339/2003. Pertanto gli avvocati iscritti all'albo non possono essere dipendenti pubblici, anche se part time. La ragione di questo divieto è individuata nella pericolosità e nella frequenza di possibili inconvenienti derivanti dalla commistione tra pubblico impiego e professione forense. Diverso il caso dei praticanti avvocati non abilitati al patrocinio che, come confermato dalla Cassazione con sentenza 26 novembre 2008, n. 28170, possono essere iscritti nell'apposito registro, anche se legati da un rapporto di lavoro con soggetti pubblici o privati.

martedì 7 luglio 2009

Giovani: 5 anni di lavoro in più per avere lo stesso assegno di oggi!

I giovani che cominciano a lavorare oggi dovranno aspettare per andare in pensione circa cinque anni in più dei loro genitori se vogliono mantenere lo stesso standard di vita. E' quanto emerge dal Rapporto previsionale della spesa pensionistica curato dal Cer per il Cnel, secondo il quale per compensare il calo del tasso di sostituzione della pensione (cioè il rapporto tra lo stipendio e l'assegno previdenziale) nel 2045 sarà necessario lavorare molto più a lungo. Si prevede infatti che la pensione passi dall'attuale 66,5% dello stipendio al 48,4% per gli uomini dipendenti del settore privato e dal 54,2% al 36,5% per le donne. Nei prossimi anni andrà a regime il sistema contributivo, che prevede come il calcolo della pensione sia fatto sulla base dei contributi versati e dell'aspettativa di vita. Ciò significa che se adesso a 61 anni si esce dal lavoro in media con circa due terzi dell'ultimo stipendio per mantenere la stessa percentuale nel 2020-2030 bisognerà lavorare circa un anno in più, uscendo dal lavoro a 62 anni. Nel decennio successivo sarà necessario restare in ufficio tre anni in più mentre nel decennio 2040-2050, secondo la simulazione bisognerà estendere il periodo lavorativo di cinque anni e mezzo, quindi fino a quasi 67 anni (sempre che cambi il limite dell'età di vecchiaia adesso fermo per gli uomini a 65 anni). E per le donne se si vorrà mantenere una pensione decente bisognerà lavorare fino a 65 anni, sempre che cambino le regole sull'età di vecchiaia. Il rapporto affronta anche il tema della spesa pensionistica in rapporto al Pil con una stima di crescita fino al 2010 e un andamento stabile tra il 2010 e il 2040 tra il 13,6% e il 14% del prodotto interno lordo, soprattutto grazie all'andamento a regime del sistema contributivo. Dopo il 2015 l'importo medio delle nuove pensioni liquidate in rapporto al Pil pro capite passa dal 23% al 18% mentre l'età media di pensionamento passa da 60 a 63 anni per gli uomini e da 59 a 61 per le donne.

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