venerdì 30 ottobre 2009

Meno tasse, più salario: questa la miscela che occorre al motore-italia!
















Le "tasse" non piacciono a nessuno, si sà! Specialmente quando si pagano a fondo perduto, ovvero senza alcun ritorno in termini di prestazioni e servizi, sia per quei cittadini che onestamente, ma di malavoglia, continuano a versarle nelle casse dello Stato, sia per quegli altri che, invece, meno virtuosamente, si sentono autorizzati proprio per questo motivo ad evaderle! Tra le tante imposte che affliggono i piccoli e medi imprenditori l’Irap non è certo una delle più amate, e da questa molti cercano di essere esonerati. La possibilità c’è quando l’attività viene svolta senza una organizzazione autonoma e se non si hanno dipendenti. Inoltre bisogna svolgere la propria attività con beni strumentali di valore modesto. In caso contrario non c’è modo di eliminare questa imposta. Ma cos’è l’Irap. L’I.R.A.P. è un’imposta regionale, a carattere reale ed indeducibile dalle imposte personali sul reddito (Irpef/Irpeg ora Ire/Ires). L’Irap ha sopresso altre tasse quali Ilor, Iciap, imposta sul patrimonio netto, tassa sulla partita Iva, tassa salute (contributo SSN) e altri contributi minori, tasse di concessione comunali. La base imponibile dell’IRAP è il valore della produzione netta derivante dall’attività esercitata nel territorio della regione. Per le pubbliche autorità e le imprese private a carattere non commerciale, la base dell’imposta è essenzialmente l’ammontare delle retribuzioni. Il gettito dell’Irap va alle Regioni, che lo impiegano nella maggior parte dei casi per finanziare la sanità. In questi giorni, dopo l'abbrogazione dell'ICI, stiamo assistendo alla disputa, all'interno della coalizione di governo, sull'eliminazione o meno dell'Irap che priverebbe l'erario di entrate per oltre 40 miliardi di euro. Di fronte ad una crisi economica di proporzioni inimmaginabili, tale misura aiuterebbe le aziende a sopravvivere, in attesa di tempi migliori. Ma con un intervento simile, si darebbe solo una boccata di ossigeno alle imprese, senza un effettivo ritorno alla produzione e al relativo consumo dei beni immessi sul mercato. Soltanto una ripartenza dei consumi da parte del ceto medio di questo paese, in assoluto la maggioranza della popolazione italiana, fatta di lavoratori dipendenti e pensionati, ripristinerebbe il ricircolo-virtuoso della "ricchezza". Ma finchè non si darà respiro alle famiglie in difficoltà, con un significativo intervento su salari, mutui e affitti, non ci sarà mai vera ripresa economica. Chi governa questo paese deve mettere benzina, non chiacchiere, nel motore-italia: ridurre le tasse sul reddito fisso (quel cuneo fiscale di cui nessuno, nemmeno i sindacati, parlano più), abbassare la pressione fiscale e burocratica su aziende e imprese, combattere seriamente evasione ed elusione fiscale, agire concretamente sul controllo dei prezzi al consumo! Senza questa "miscela" il motore-italia batte in testa, riparte a singhiozzo, per poi fermarsi di schianto!

Fannulloni e Assenteisti: brunetta non sa più dove mettere le mani!













Il ministro della Pubblica Amministrazione, brunetta, dopo la cilecca in materia di assenteismo, ha deciso di estendere a sette ore la reperibilità dei dipendenti statali in malattia. Le nuove fasce orarie aperte alle visite fiscali vanno dalle 9,00 alle 13,00 del mattino, e dalle 15,00 alle 18,00 della sera. Un aumento di tre ore rispetto alle quattro attuali (10,00-12,00 e 17,00-19,00). Un lungo tira e molla che aveva riportato a luglio la reperibilità a quattro ore, quando a maggio l’aveva ampliato a undici (8,00-13,00 e 14,00-20,00). La nuova misura rientra nel decreto legislativo di attuazione della legge 15 del 2009, che verrà pubblicata sabato 31 ottobre sulla Gazzetta Ufficiale ed entrerà in vigore a metà novembre. Il provvedimento, infatti, dà al titolare della Pubblica amministrazione il potere di decidere sulle fasce orarie di reperibilità. A riaccendere l’allarme «fannulloni» sono stati i risultati del monitoraggio sulle assenze nel settore pubblico, che ha rilevato un aumento del 16,7% ad agosto e del 24,2% a settembre, dopo 14 mesi di riduzione progressiva. L’altra novità inserita nel decreto riguarda l’obbligo d’invio dei certificati medici per via telematica, spedito direttamente dal medico o dalla struttura sanitaria pubblica al datore di lavoro. Il sistema partirà subito, ha fatto sapere il ministro, anche se è prevista una fase di transizione durante la quale si manterrà "il cartaceo". In Italia il ”pezzo di carta” conta e conterà sempre! Vi raccontiamo a tal proposito una storiella: “Dottore ho provveduto ad “informatizzare” l’archivio. Adesso che tutte le pratiche sono memorizzate al computer, posso finalmente gettare via il “cartaceo”? Molto bene ragioniere, faccia pure come meglio crede. Ma prima di mettere allo scarto gli atti, facciamone una bella fotocopia di ciascuno!”

giovedì 29 ottobre 2009

A Monteodorisio il tessile chiude i battenti!













Spett.le Redazione di Liberal,

mentre in questo momento i ragazzi Vastesi giustamente festeggiano l'ingresso nella casa del Grande Fratello di un nostro Concittadino molti altri nostri conterranei entrano invece nella casistica della disoccupazione e nel Tunnel della Cassa Integrazione. Che questa crisi sia diversa delle precedenti per ampiezza e per gravità non è un mistero e sempre più spesso un nostro amico, un conoscente, un parente viene spedito a casa per mancanza di lavoro. A Monteodorisio una industria tessile presente sul mercato da oltre 20 anni ha chiuso e ora le lavoratrici (circa sessanta) si sono ritrovate dall'oggi al domani senza più il loro lavoro. Ora ci saranno mesi di cassa integrazione e sicuramente poi seguirà il licenziamento. Le motivazioni che portano centinaia e centinaia di piccole aziende a chiudere i battenti sono molteplici. Anche se da anni ha pagato con stipendi netti intorno ai 650,00 euro, quindi ha "malpagato" in confronto ad altre attività lavorative, poi non riesce a sopravvivere. La resa di queste attività è sotto gli occhi di tutti e i colpi di maglio dell'industria tessile cinese hanno affondato definitamente la nostra industria. Perchè un'azienda decide di chiudere? Perchè "un imprenditore" decide di non mandare avanti il lavoro e addirittura preferisce chiudere e licenziare? Il motivo e' uno solo... il denaro che non arriva più come prima nelle sue tasche! Vedere le competenze che si sono formate con anni e anni di esperienza di tante collaboratrici dipendenti cadute ora nel più totale sconforto, è triste! La Cassa Integrazione è un palliativo che non serve perchè i mesi volano e il problema si ripresenterà con gli interessi e in modo più acuto. L'Industria Tessile è in ginocchio e quella che fino a quindici anni fa era un volano per la nostra economia non è che un lontano e sbiadito ricordo. Spero che gli ammortizzatori sociali non tardino ad arrivare perchè altrimenti i consumi saranno ancora più freddi e l'indebitamento delle famiglie interessate aumenterà in modo esponenziale, comprese le notti insonni! La cosa che mi ha particolarmente colpito è che tutto questo sia stato totalmente ignorato dalla stampa locale, dalle Associazioni Locali e dalla Confindustria dove evidentemente la sorte di 60 persone rimandate a casa non importa un fico secco. A che servono se poi in momenti così delicati rimangono muti e non si attivano per poter scongiurare il danno? In questi circostanze, almeno una difesa d'ufficio era gradita. Ad esempio i Responsabili Aziendali sono stati sentiti, sono stati esortati a continuare, hanno cercato di aiutare l'azienza ad uscire dal guado? Macchè! Si danno tanti soldi a fondo perduto per l'industria automobilistica che poi costruisce in Serbia, in Polonia, in Cina e poi neanche un centesimo per la piccola industria che rappresenta la spina dorsale dell'Italia. Ma si sa come funziona e allora è inutile combattere contro i mulini a vento ed è più conveniente chiudere e dare il benservito a tutti! Cordiali Saluti.
di Davide Delle Donne

Gioco ergo sum: sale la febbre delle scommesse!

Una macchina macina-soldi e un business che non conosce la parola crisi: è l’industria del gioco, che fa impazzire gli italiani e vede i suoi numeri lievitare di mese in mese. I giocatori dei prodotti Sisal nei primi sei mesi dell’anno sono cresciuti del 50%: ben 6 milioni in più! I dati stratosferici di “Win for life” sono l’enorme ciliegia sulla torta: "la febbre del gioco" gli italiani se la portano dietro da decenni, ma mai si è registrato un boom del genere. Negli anni ‘90 il mercato era dominato da Totocalcio e Lotto, poi è arrivato il Superenalotto che con i suoi mega-pot ha spopolato. Da lì si è arrivati a Win for life: un successo travolgente. Win for Life è l’ultimo nato di casa Sisal e sembra già che stia diventando la nuova moda degli italiani, che cercano la fortuna in tabaccheria! Il gioco è molto semplice: basta indovinare 10 numeri su 20 più il “numerone” finale per aggiudicarsi una vincita vitalizia di 4000 euro mensili! Una “eventualità” che affascina molti italiani, specialmente in periodo di crisi nera. Com'è evidente, è molto più facile indovinare 10 numeri su 20 piuttosto che 6 su 90 e, considerando pure che ci sono diverse estrazioni giornaliere (una ogni ora!!!), secondo molti Win for Life si appresta a scalzare il Superenalotto dalle classifiche di gradimento degli italiani. D’altronde, basta dare oggi uno sguardo nelle ricevitorie: sono letteralmente prese d’assalto dagli italiani infettati dalla febbre del gioco. Siamo il popolo del mutuo a tasso fisso! Gli italiani vogliono certezze e un vitalizio ne dà: in 20 anni il premio è di 4.000 euro al mese! Dividere la vincita, mese per mese, e sapere poco dopo la giocata se hai vinto o se devi ritentare la fortuna, è il segreto del successo di Win for life: oggi a tirare di più sono i giochi dove sai se hai vinto subito, quindi Gratta e Vinci, scommesse sportive e videopoker su tutti! Si sa, gli italiani non amano aspettare. Siamo degli “sfegatati” del gioco: solo inglesi e americani sono al nostro livello, ma noi siamo il mercato più in espansione. In Italia ci sono più agenzie di scommesse che uffici postali! Una volta gli italiani erano un popolo di santi, poeti e navigatori. Una volta, appunto. Oggi sono più che altro un popolo di “giocatori”. Ma se la Sisal e Tremonti si fregano… le mani in attesa di registrare nuovi proventi miliardari, gli psicologi e gli esperti sembrano più cauti e invitano ad avvicinarsi a queste nuove forme di gioco con prudenza: proprio la possibilità di giocare più volte al giorno rischia di creare un effetto dipendenza sui giocatori, che verrebbero come “inghiottiti” dall’idea fissa di vincere a Win for Life. I soggetti più esposti sarebbero le casalinghe o comunque quelle persone che hanno molto tempo a disposizione e quindi potenzialmente in grado di investire soldi nelle numerose estrazioni della giornata. Le persone che hanno un carattere tendenzialmente compulsivo rischiano di passare l’intera giornata nel bar o nella ricevitoria nel vano tentativo di vincere. Inoltre, la frustrazione innescata dai continui tentativi per vincere a Win for Life potrebbe causare un altro tipo di dipendenze, forse ancora più pericolose. Ci riferiamo in particolare all’alcol, che, soprattutto se la persona in questione gioca in un bar, potrebbe mitigare la delusione derivante dalle perdite. Insomma, come spesso accade, questi giochi sono un’arma a doppio taglio: da una parte aprono la strada per il successo facile, dall’altra per la rovina psicologica e finanziaria.

mercoledì 28 ottobre 2009

Poliziotti in piazza contestano brunetta: "Noi difendiamo anche te"!





















I Sindacati della Polizia di Stato, unitamente alle Organizzazioni sindacali del comparto sicurezza appartenenti al Corpo forestale dello Stato e della Polizia penitenziaria, hanno indetto una manifestazione nazionale contro la politica del Governo per oggi 28 ottobre a Roma. Le Forze dell’Ordine hanno preso atto che le promesse fatte in campagna elettorale dall’attuale maggioranza di Governo avevano unicamente finalità propagandistiche, ma nessuna reale volontà di potenziare efficacemente l’operato degli addetti alla tutela dell’ordine pubblico. In cambio però sono state istituite le ronde, seppellendo definitivamente il "progetto" - sempre di questo governo - del "poliziotto di quartiere"! La mancanza di fondi per il riordino delle carriere, per le infrastrutture, per i mezzi, per le apparecchiature informatiche e la mancanza di assunzioni volte a coprire le carenze di organico, hanno portato all’esasperazione le forze dell’ordine. Per giunta la proposta di un aumento stipendiale di 40euro lordi, viene valutata come assolutamente inadeguata e non rispondente al reale costo della vita. Ricordiamo che gli stipendi dei poliziotti, oltre ad essere fermi da ben due anni, hanno subito la mannaia dell'euro che ha visto dimezzare lo stipendio degli addetti all'ordine pubblico alla stessa stregua delle retribuzioni di tutti i lavoratori dipendenti! Per queste motivazioni le forze dell’ordine cercheranno di far valere le proprie ragioni scendendo in piazza!
I SINDACATI DELLA POLIZIA MANIFESTANO
PER un migliore e più efficiente modello di sicurezza ancora solo annunciato dal Governo;
CONTRO la mancanza di adeguati investimenti in risorse, mezzi ed infrastrutture che rischia di produrre il collasso del sistema sicurezza;
PER valorizzare la funzione del nostro lavoro destinando risorse per la specificità di impiego e compensare la connessa limitazione di diritti fondamentali;
CONTRO un esiguo ed offensivo aumento del contratto collettivo di lavoro per il biennio 2008/2009, scaduto da due anni, pari a circa 40 euro;
PER un serio investimento finalizzato a riordinare compiti e funzioni degli operatori, in un’ottica di necessario ammodernamento e riorganizzazione degli apparati di polizia;
CONTRO l’isolamento sociale e le condizioni di disagio professionale ed alloggiativo vissuto dagli operatori della sicurezza;
PER l’immediato avvio della previdenza complementare per garantire pensioni dignitose al personale più giovane;
CONTRO l’eccessivo innalzamento dell’età media giunta oramai a oggi di 43 anni;
PER la detassazione delle indennità operative di polizia e la tredicesima mensilità;
CONTRO l’impossibilità di assicurare ai lavoratori di polizia la mobilità desiderata o politiche di sostegno che rendano meno problematica la loro vita lontana dagli affetti.
Tutto questo accade nonostante i poliziotti con grande senso di responsabilità abbiano continuato silenziosamente a lavorare e ad ottenere grandi successi nella lotta contro la mafia, il terrorismo, la criminalità diffusa. I poliziotti dicono "basta" chiedono rispetto, dignità e strumenti per continuare ad esprimere il loro senso di appartenenza a queste Città, ed a questo Paese. Hanno proclamano da tempo lo stato di agitazione che culminerà oggi a Roma con una manifestazione nazionale. Una grande azione di protesta per denunciare all’opinione pubblica la scandalosa ed inaccettabile situazione in cui vivono ed operano i tutori dell'ordine pubblico e le responsabilità della politica.
CONTESTAZIONI A bRUNETTA. Pesante contestazione nei confronti del ministro della Funzione Pubblica brunetta da parte delle migliaia di poliziotti. «Noi difendiamo anche la tua sicurezza e tu ci ha preso in giro e ci hai dato dei panzoni», hanno urlato gli organizzatori della protesta passando sotto la sede del ministero della Funzione Pubblica in corso Vittorio Emanuele. Subito dopo una bordata di fischi si è alzata verso le finestre del ministero: «Lo sappiamo che sei chiuso dietro il tuo scranno d'oro - hanno aggiunto - perchè non vieni giù a parlare con chi ti difende?». I manifestanti hanno anche criticato le ronde volute dal ministro dell'Interno Roberto Maroni: «Questo governo vi ha dato le ronde - hanno detto rivolgendosi ai cittadini - hanno messo i soldi per questa vergogna invece che darli ai poliziotti». Al corteo, che è arrivato in piazza Navona dove si terranno gli interventi dei leader sindacali, secondo gli organizzatori stanno partecipando circa 30 mila persone. "Il taglio di circa tre miliardi di euro in tre anni al comparto sicurezza e difesa, unito agli effetti dell’ex decreto brunetta ora convertito in legge - denunciano i sindacati - sta producendo una pesante riduzione di personale a causa del mancato turn-over e un innalzamento dell’età media dei poliziotti italiani, che ormai sfiora i cinquant’anni".
PIOVE SUL BAGNATO. Il reddito disponibile lordo delle famiglie italiane diminuisce, calano il potere d'acquisto, le spese per consumi finali e gli investimenti fissi lordi. Diminuisce anche la propensione al risparmio. È il quadro delineato dall'Istat nell'indagine riferita al secondo trimestre 2009. Il reddito lordo a disposizione delle famiglie italiane, consumatori e micro-imprese, è calato di 11 miliardi di euro (-1%). Secondo l'Istat insieme al reddito si riduce anche la propensione al risparmio che è scesa dello 0,4% rispetto al trimestre precedente. Nel dettaglio, la propensione al risparmio delle famiglie nel secondo trimestre 2009 è stata pari al 15,2% del reddito lordo, in calo dopo molti trimestri di aumento. La spesa delle famiglie - categoria che comprende comprende le famiglie consumatrici, le imprese individuali, i liberi professionisti e le società semplici fino a cinque addetti - per consumi finali si è ridotta dello 0,5%.

martedì 27 ottobre 2009

La Repubblica delle Banche: imprese taglieggiate!

















Caro direttore,
che il Super-ministro Tremonti voli alto è un dato di fatto. Distillati di saggezza con conseguenti esegesi. E molto in nome del rispetto e della tutela "delle fasce più deboli" delle piccole imprese e del popolo delle partite IVA. Noi che a queste categorie apparteniamo, piccolo imprenditore nel caso specifico, invece siamo abituati a volare bassissimo, rasoterra, a causa delle zavorre che gravano quotidianamente sulle nostre spalle. Speravamo di aver colto nelle parole del suddetto ministro segnali che alleviassero tali pene e tutti abbiamo esultato quando ci era stato detto: basta all'infame "commissione di massimo scoperto" o "commissione sulle commissioni". Ci siamo quasi commossi quando lo stesso ha redarguito severamente gli istituti bancari invitandoli con fermezza ad "allargare i cordoni" offrendo alle aziende in debito di ossigeno dilazioni o moratorie che rendessero mutui ed impegni finanziari vari più sopportabili. Sono andato in banca dal mio direttore e, con aria sicura gli ho detto "caro mio, vediamo di dilazionare di un anno il mio mutuo aziendale, come ha detto il Super-ministro, senza oneri aggiuntivi, mi raccomando". Il direttore, che tutto sommato è un povero cristo come me, mi ha guardato mestamente, consapevole di quello che stava per dirmi e ha esordito: "Andrea, la cosa si può fare, basta che mi autocertifichi che la tua azienda sta attraversando un periodo di difficoltà. Devo avvisarti che così facendo il tuo rating (valutazione tipo bonus/malus) peggiorerà e quindi il denaro ti costerà di più e tutto diventerà più difficile". Vabbè, mi sono detto, in fondo non sono proprio alla frutta, con un pò di sacrificio il mutuo ce la faccio a pagarlo, stringeremo la cinghia. Resta la consolazione che ci hanno tolto la commissione canaglia del massimo scoperto. Oggi mi è arrivato l'estratto conto del terzo trimestre 2009. Non volevo credere ai miei occhi. La CMS è stata sostituita da una ben più devastante "commissione sull'accordato" che rapina fino al 2% su tutti gli affidamenti che ogni azienda o privato ha ottenuto dalla banca. Una piccola azienda con un giro di una milionata di euro è normale che sia affidata per due o trecentomila euro. Anche perchè l'affidamento è l'unico modo per ottenere credito bancario. Badate, si paga indipendentemente dall'utilizzo della somma. Quindi su ogni imprenditore accorto, che si è premunito di linee di credito "ampie" che possono tornare utili in momenti come questo, di tensione di liquidità, calerà questa nuova e pesantissima tegola. Fate un pò di conti, si parla di migliaia di euro che fanno rimpiangere la, tutto sommato ragionevole, CMS. Sono mazzate spaventose Super-ministro. E' un regalo fantastico al sistema bancario, autorizzato a depredarci con una legge approvata il 5 Agosto nell'indifferenza generale. Caro Super-ministro, Lei ha sicuramente cose più importanti da fare, scrive libri e teorizza vite da sereni dipendenti per tutti. Proverò a mandare una copia di questa lettera al suo collega prof. Brunetta che forse grazie alle sue modeste origini potrà forse comprendere le nostre preoccupazioni e spiegargliele in modo appropriato. Perchè la madre di tutte le domande resta sempre la stessa "ma voi da che parte state"? Dalla nostra no senz'altro! Concludo facendovi notare che tanti piccoli imprenditori oggi vivono una situazione di tale disperazione e di tale necessità che non hanno nessun potere negoziale con le banche e devono sottostare a questi ulteriori taglieggiamenti. Piove sul bagnato. Ci eravamo illusi che fosse arrivato uno che capiva le situazioni. Meglio Visco che almeno, quello che era lo portava scritto in faccia. Distinti saluti.
di Andrea Gorone

Anch'io a Sassuolo sto con Brunetta!


















Spett.le Redazione,
sono assolutamente d’accordo con l’iniziativa del Ministro Brunetta, perche’ è certo che ci sono dei dipendenti pubblici “assenteisti ingiustificati” in Italia , alcune volte ci sono situazioni davvero scandalose. Prima pero’ di sparare sulla folla e probabilmente penalizzare-screditare tutti bisogna colpire i probabili responsabili: I dirigenti, i “Capi” emanati dalla politica e i cattivi esempi dei politici. Da un’analisi risulta che una buona parte dei dipendenti pubblici è di basso profilo, visto che in termini percentuali i costi sono tra i piu’ alti in Europa e la resa è tra le piu’ basse (i dipendenti pubblici francesi costano circa la meta’ e rendono circa cinque volte). Ma la politica deve dire esplicitamente perchè si è arrivati a questo e chi ha assunto queste risorse di basso profilo e/o chi non è in grado di gestire questo personale in maniera efficiente. Le colpe per questo assenteismo, quindi, non devono ricadere solo sui dipendenti, ma anche sui politici che, forse, non svolgono correttamente il proprio mandato dato dai propri elettori, visto che tante volte hanno altro a cui pensare e non hanno probabilmente tra le loro priorità quella di “sanare i conti pubblici”! L’esempio lampante è Il Ministro, Renato Brunetta, che ha annunciato battaglia contro i fannulloni nella P.A, ma e’ stato tra gli euro-parlamentari italiani piu’ assenteisti. Il fatto è che quell’assenteismo non fa scandalo nella stessa misura dei dipendenti pubblici, perche’? Anche il politico è un dipendente pubblico! Chiediamo dunque maggiori controlli sulle presenze dei nostri super-pagati politici e/o dirigenti alle sedute dei vari consigli e la verifica dei motivi della loro assenza reiterata, questo attraverso una legge che preveda la restituzione dei proventi nel periodo d’assenza e in caso di assenze ripetute e ingiustificate la loro decadenza dalla propria nomina. Pensiamo che prima di prendersela giustamente con la categoria degli impiegati-operai assenteisti bisognerebbe accertarsi delle assenze dei dirigenti e capire se hanno una loro utilita’ marginale che giustifichi la sua elevata retribuzione. Noi del "Comitato Conto Anch’io a Sassuolo" assieme a tanti altri cittadini aspettiamo che il Ministro Brunetta promuova un ulteriore provvedimento che persegua anche quei dipendenti pubblici che, pur figurando presenti al lavoro, non sono efficienti poichè fanno probabilmente solo la presenza (marcano solo il cartellino di entrata ed uscita), quelli che durante le ore di presenza, vanno in giro a sbrigare le proprie faccende, quelli che pagati da un Ente o Amministrazione Pubblica, sono formalmente al servizio di qualche politicante mentre, in realtà, sono in tutt’altre faccende affaccendati per proprio conto ed in ogni caso non fanno l’interesse delle collettivita’! Oggi in paesi come Sassuolo è necessario ridurre le dimensioni e i costi dell’amministrazione pubblica sassolese riducendo il numero dei dipendenti pubblici dato che il personale pubblico negli ultimi dieci anni è ancora cresciuto, sia con la costituzione di societa’ controllate sia nell’amministrazione centrale. Gonfiare gli organici, aumentare a dismisura il numero dei dirigenti, impegati, forse per “sistemare” gli amici degli amici vuol dire però collassare le retribuzioni del settore pubblico e paralizzare la vita amministrativa di questo paese, un paese geneticamente burocratizzato a dismisura. Ci sono un sacco di enti pubblici, societa’ pubbliche ed esuberi di personale che andrebbero chiusi-tagliati per inattivita’-inefficienza. Puntualizziamo poi che gli stipendi degli operai-impiegati pubblici segnano il passo (sono salari reali troppo bassi rispetto al costo della vita!), tanto che si puo’ ipotizzare che il 30% in meno di malattie monitorate in questo mese dopo l’iniziativa del Ministro Brunetta è probabilmente da attribuire a qualche povero disperato costretto ad andare a lavoro "ammalato" per non vedersi decurtare il misero stipendio. Il fatto è che bisogna fare una legge seria riguardo gli sprechi e il malcostume della pubblica amministrazione, e sparare sul gruppo serve solo ad esasperare gli animi, gia’ troppo tesi causati dal caro-vita. Per concludere non possiamo che sottolineare favorevolmente l’ottima riforma del Ministro Brunetta visto gli ottimi risultati prodotti, ma è necessario perseguire un modello di legge piu’ equo, pertanto serve certamente uno sforzo congiunto tra la politica e le istituzioni per rendere meno difficile il cammino che è sempre piu’ in salita per sconfiggere gli sperperi e l’inefficienza della pubblica amministrazione.
di I. Piccinini Presidente Comitato "Conto anch’io a Sassuolo"

lunedì 26 ottobre 2009

Marrazzo vittima di un finto perbenismo: il suo!

Nozze trans: italiani più veri ed emancipati di "certi" politici!





















Un parroco di Firenze celebra il matrimonio di Sandra Alvino, nata uomo e diventata donna negli anni 70, con Fortunato Talotta, 58 anni. Due persone comuni, non due Vips. Peraltro sposati civilmente da ben 26 anni! Cecchi Paone dichiara pubblicamente la sua "diversità" e imperversa su tutti i canali televisivi, diventa Professore e "resta" in TV. Nicky Vendola ammette tranquillamente la sua omosessualità e diventa e "resta" il Presidente della Regione Puglia! MA MARRAZZO NO, non "RESTA" e "marca visita"! Chissà se brunetta ha già predisposto la visita medica di controllo? L'uomo di "Mi manda rai3" vince le elezioni amministrative per la Regione Lazio ingannando l'intelligenza dei cittadini e sottovalutando l'emancipazione degli elettori, ma poi non riesce a tenere a freno i "suoi veri" istinti sessuali, e se ne và, lui paladino - prima come giornalista e poi come politico - di quell'ipocrisia di cui gli italiani sono davvero stufi e di cui è rimasto vittima! Questo non si perdona a Pietro Marrazzo: il suo finto perbenismo, non le sue "vere" abitudini sessuali!

E' Pier Luigi Bersani il nuovo segretario del Pd.









Circa 3 milioni sono stati gli elettori andati domenica 25 ottobre ai seggi per scegliere il nuovo leader del Partito democratico e in molte città si sono viste file ai gazebo. All'ex ministro, secondo dati ancora provvisori, è andato il 52% delle preferenze, confermando quanto previsto dal nostro sondaggio. Ma adesso quello che conta è il dato politico di una vittoria che ha visto protagonista, oltre a Bersani, Massimo D'Alema, l'uomo delle "scosse", sponsor del nuovo segretario e vero regista della vittoria iniziata con la conquista netta degli iscritti del partito, il vero motore del Pd: i militanti. Già, D'Alema, il leader che è deciso ad aprire anche alla sinistra, ad allargare le alleanze in un gioco profondamente diverso da quello imposto prima delle dimissioni da Walter Veltroni. Sinitra, o pezzi di sinistra, insomma che guardano con interesse alla vittoria di Bersani pronti a riallacciare una dialogo fino ad oggi chiuso. Con l'incognita di Rutelli e dei suoi, degli ex Dl in cerca di collocazione e di ruolo. Senza contare Di Pietro e l'Idv, su posizioni di giustizialismo estremo che guardano con diffidenza al cambiamento di guida dell'alleato-avversario. Buon lavoro segretario!

Ma perchè siamo sempre noi ad essere puniti?

Ai lavoratori dello Stato offro tutta la solidarietà del mondo. Lo Stato non funziona e non và avanti grazie alla presenza dei politici, ma grazie al lavoro dei suoi dipendenti. Un ospedale non è funzionale solo perchè ha un bravo Direttore o dei bravi primari, ma anche e soprattutto perchè ha dei medici, degli infermieri, degli assistenti sanitari, dei farmacisti e degli ausiliari che fanno ogni giorno e bene il proprio lavoro. Quest’inverno ho subito un intervento chirurgico e le infermierine e le donne che facevano le pulizie al mattino mi sono rimaste nel cuore. Ho una profonda ammirazione per gli infermieri che settimanalmente mi assistono in chemioterapia. Vedere voi tutti così palesemente sottovalutati e insultati da quel politico di bassa lega mi fa orrore. Io stessa sono dipendente pubblico, sono ATA in una scuola elementare e sono psicologicamente distrutta dallo scempio in arrivo sulle nostre teste. Ho visto sfasciare team di insegnanti bravissime, ridursi negli anni le ore di supporto ai bambini diversamente abili e in difficoltà e scarseggiare sempre più la carta igienica e il sapone nei bagni per mancanza di fondi. Vengono chiamati sempre meno supplenti e spesso vengono pagati (insegnanti, impiegati e collaboratori scolastici) con mesi di ritardo. Lasceranno a casa persone con cui lavoriamo da anni (senza licenziarle, evitando semplicemente di riassumerle) e ci vogliono raccontare che potremo fare lo stesso tipo di lavoro, della stessa qualità e negli stessi tempi di prima! Ma fatemi il piacere! Gli isegnanti non sanno insegnare e i bidelli non fanno un tubo? E allora da chi apprendono i bambini che ogni anno imparano a scrivere e i giovani che ogni anno si laureano? E le scuole chi le pulisce? Perchè io in tutti questi anni di lavoro non ho mai visto imprese di pulizie, le scuole le hanno sempre pulite i bidelli (3 al mattino e 3 al pomeriggio, non 1 a classe come vuole la leggenda...). E parlando degli altri dipendenti statali, ma dove stanno quelli che non lavorano? Tempo fa all’ufficio di collocamento c’erano code di persone lunghe Kilometri e i 3 impiegati agli sportelli grondavano sudore. E quando ho rinnovato la carta d’identità non ho visto nessuno seduto a fare la maglia. Quando è esploso il treno a Viareggio sono arrivati polizia, carabinieri, vigili del fuoco e ambulanze. Sono dipendenti pubblici, no? E quando mai in posta si è visto un impiegato stare fermo a contare le mosche? Per i miei problemi di salute sono stata all’Inpdap e al Tesoro e non solo non ho visto nessuno con le mani in mano, ma sono stati tutti gentili e celeri nell’aiutarmi. E allora chi cavolo è che non serve, non fa un tubo, è in esubero ed è da punire? Chi? Non è colpa dei dipendenti pubblici se i loro Dirigenti sono spesso super pagati e ottengono il loro posto grazie a intrallazzi politici, se esistono leggi farragginose che tollerano quelle mele marce che una ditta privata è libera di espellere a necessità. Ma perchè siamo noi quelli che vengono puniti? Noi, la base della piramide, coloro che la sorreggono? Perchè abbiamo stipendi da fame (950€ mensili) che non vengono mai adeguati al costo della vita se non dopo scioperi su scioperi? Perchè se abbiamo bisogno di più personale a Roma decidono che invece siamo troppi o che bisogna solo raddoppiare gli straordinari? E poi la Pubblica Amministrazione va male! Pochi, oberati di lavoro, mal pagati, accusati di essere dei privilegiati, sottovalutati. Nessuno sa chi siamo e che lavoro facciamo. Se si chiede in giro si scopre che gli italiani sono convinti che dipendente pubblico voglia dire impiegato super pagato che và al lavoro quando gli pare e passa le mattine in un ufficio con l’aria condizionata e i pomeriggi al club! Invece siamo spazzini, insegnanti, poliziotti, medici, vigili del fuoco! Facciamo i turni, spesso come e più degli operai, siamo al lavoro quando tanti sono a casa e viviamo spesso a contatto con i malati, con i feriti, i bambini, gli anziani, i delinquenti e i bisognosi! Pubblica Amministrazione vuol dire occuparsi degli affari e dei bisogni del pubblico in generale, degli italiani tutti. Inutili di sicuro non siamo se no l’Italia non esisterebbe più da un pezzo. Ma Brunetta questo non sembra saperlo. A lui del Pubblico Impiego non gliene frega niente, a lui interessa solo la "mangiatoia"! Io quei 10 giorni di stipendio ridotti perchè ho osato beccarmi un tumore non glieli perdonerò mai! Bacioni!
di Leda

sabato 24 ottobre 2009

PD: il giorno delle primarie.





Ultimo giorno di attesa. Poche ore ci separano dal “nuovo” segretario del Pd. La parola passa adesso agli elettori delle “primarie”. Dal nostro sondaggio emerge chiaramente un Pierluigi BERSANI vincente (ben oltre la soglia del fatidico 51%! I nostri lettori hanno conferito a Bersani il 53% dei loro consensi). L’outsider Ignazio MARINO sembra, invece, aver scalato ulteriori posizioni nella corsa alla leadership del Partito democratico e, soprattutto, notevole sicurezza: « Non temo i candidati, ho più paura dei brogli»! Ci metterebbe la mano sul fuoco il “senatore-chirurgo” del Pd: ormai la partita si gioca tra lui e Bersani. Sarà d'accordo il terzo "incomodo" Dario FRANCESCHINI? Non ci resta che attendere il capitolo finale della tormentata saga delle primarie Pd!
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Amici di Liberal,
come possono gli altri dare valore a ciò che noi per primi non riconosciamo come importante? Non si capisce altrimenti la contrapposizione, che si sta riproponendo, tra iscritti ed elettori. Un risultato, che non sta premiando il segretario uscente nei congressi dei circoli, non può portare allo svilimento e all’umiliazione di chi vi sta partecipando con passione, compresi tutti coloro che votano Franceschini stesso o per Marino. Sembra quasi che sia diventata una colpa essere iscritti al Partito Democratico! In queste settimane in migliaia di congressi si è sviluppata una grande partecipazione con un ritorno, dopo mesi e mesi di assenza, di un’importante discussione politica, in una fase molto delicata per il nostro paese, e che vedrà il suo sbocco nelle primarie di domenica 25 ottobre. Giorno nel quale siamo sicuri che ci sarà una grande mobilitazione popolare. Non si capisce perciò per quale ragione la prima parte del percorso congressuale debba essere derisa e delegittimata. Si stanno umiliando persone, ragazze e ragazzi, cittadini che vogliono essere protagonisti della vita e della democrazia interna del Pd, volontari che lavorano e danno l’anima tutto l’anno, affibbiando loro ingiustamente l’etichetta di apparato. È solo grazie al lavoro di decine di migliaia di volontari se in tutto il paese è ancora possibile realizzare le feste del Pd; stiamo parlando di quegli stessi volontari che i leader del partito, che oggi definiscono «apparato » dichiarando inutile la loro partecipazione, non si stancano di ringraziare tutte le volte che tengono un comizio o un dibattito girando per le cucine delle feste e tentando talvolta di somigliargli. Non si può riconoscere così giustamente il valore dell’impegno di questi volontari e dire, qualche giorno dopo, che la loro opinione non conta nulla. Ed è sempre grazie a loro se siamo in grado di organizzare la presenza del partito sul territorio. Dovremmo essere tutti ugualmente orgogliosi di questo patrimonio di partecipazione e senso civico, tanto più in un’epoca in cui il rapporto tra i cittadini e la politica viveunmomentodi grave difficoltà. Delegittimare questo passaggio, oltre che ingiusto, è irresponsabile. Se le percentuali si dovessero mantenere su questi livelli saranno comunque circa 350mila le persone che, alla fine, avranno partecipato ai congressi di circolo. Un numero imponente, sconosciuto in altri paesi europei, di persone che dimostrano cosa può essere in positivo la vita di un partito, e che stanno offrendo al paese un esempio di cosa vuol dire democrazia partecipata. È proprio lo sforzo di confronto tra le varie posizioni politiche e le diverse personalità che possiamo contrapporre a quei partiti, leaderisti se non padronali,comeesempio di trasparenza e di democrazia interna. Evitiamo di ripercorrere strade sbagliate di chi continua a coltivare l’idea, che non ci porterebbe molto lontano, di un partito liquido.
di Filippo Penati

giovedì 22 ottobre 2009

Caro compagno, tu lavori, io magno e mi faccio pure la villetta in costiera: è annozero!

















La costiera amalfitana, i limoni, il mare verde, un paradiso specie da quelle finestre affacciate sul golfo. Tre piani di roba con terreno e agrumeti! Eccola lì «Villa Santoro»! Nuova acquisizione del tribuno di Annozero, tenuta da un milione di euro, quasi per intero pagati con assegni circolari. Le risorse non mancano a Michele Santoro, ma questo lo si sapeva. Settecentomila euro all’anno dalla Rai, tra stipendio e bonus vari. Poi c’è il milione e 400mila euro di risarcimento deciso dal Tribunale, dopo la sua esclusione dalla prima serata Rai. Sarà con quello che ha comprato Villa Santoro ad Amalfi? Sarebbe curioso: in tv grazie a un giudice, villeggiante di lusso in costiera ancora grazie a una sentenza. Don Michele da Salerno, gran fustigatore di condoni e scudi fiscali, fa shopping immobiliare e le sue pratiche burocratiche viaggiano come Eurostar. Ma lui è un vip! La casa comprata il 26 giugno scorso ad Amalfi, frazione Lone, proprio... in copp’o mare, aveva un difettuccio: abusivismo! Per quell’abuso edilizio era stata presentata domanda di condono presso il Comune di Amalfi moltissimi anni prima, nel marzo 1986, ovvero 23 anni di attesa senza nulla di fatto! Poi però è successo qualcosa, il «fabbricato» è diventato oggetto di interesse di Michele Santoro - quello della tivù - non uno qualsiasi, ma una potenza soprattutto nella sua terra d’origine. Così è stato tutto risolto per Sant’Oro, e in tempi record, talmente record da far imbufalire parecchia gente in attesa da anni per le stesse questioni di permessi. Ma c’è anche un altro mistero a Villa Santoro. Il nome del venditore, Alfonso Cavaliere, corrisponde a quello di un consigliere comunale del Pd di Amalfi, cioè del Comune che ha condonato rapidamente l’abuso. Il Comune di Amalfi, e questo non è un mistero, è gestito da una giunta di centrosinistra, e lì il paladino dell’anti-berlusconismo catodico, Michele Santoro nato a Salerno il 2 luglio 1951 e residente ai Parioli di Roma, è una celebrità, un vanto della costiera intellettual-progressista. Qualcuno se lo ricorda ancora giovanissimo agitatore e organizzatore della cellula salernitana di «Servire il Popolo», il movimento della sinistra maoista di fine anni ’60, e poi ancora giovane e rampante direttore della «Voce della Campania», già aspirante martire della libertà di stampa. Ma intanto, i lavori di ristrutturazione e di recupero dell’ampliamento abusivo della villa santoriana sarebbero già in corso. Il progetto definitivo, a quanto risulta, è stato presentato e autorizzato dall’Ufficio tecnico di Amalfi. Del resto c’è molto terreno da sfruttare intorno alla villa, e sarebbe un peccato lasciarlo lì, inutilizzato! A quanto si dice, Santoro penserebbe a una grande piscina. Si vedrà, prossimamente su questi schermi, ma intanto stasera becchiamoci annozero!
di Paolo Bracalini

mercoledì 21 ottobre 2009

Di demagogia si può anche sorridere, ma il lavoro è cosa seria!









Quando parla il Ministro dell’Economia è come se parlasse l’oracolo di Delfi: l’Italia si prostra ai suoi piedi, si ferma e attende. Attendono tutti: lavoratori dipendenti e autonomi, precari e stabilizzati, sindacati, ministri, opposizione, Confindustria, Lega Nord, il Papa e persino… Berlusconi. Ma dove mira la “sparata” di Giulio Tremonti sul “posto fisso”. Qual’è “il bersaglio” del Cassiere dello Stato, quando sostiene in maniera troppo candida e fin troppo lapalissiana, per non destar sopsetti, che Lui è peril posto fisso” perchè la stabilità del lavoro favorisce la stabilità dei rapporti umani e della famiglia? Come dire preferisco stare al caldo piuttosto che al freddo! L’uscita del Professore - quello “vero”, non stiamo parlando né delle “prediche” dispensate da Prodi, né tantomeno delle “bufale” rifilate da brunetta - sul “posto fisso” puzza di bruciato! Ha tutte le sembianze di quella stessa “strategia” messa in atto nelle precedenti legislature, quando il governo di “centro-destra” lanciò la bomba sull’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori per poi nascondere, subito dopo, la mano! Allora furono assunti migliaia di precari nella scuola! Ma forse è soltanto “pura demagogia” e “nobile utopia” alla stessa stregua di quella predicata, ma mai praticata e di fatto messa in essere, da comunismo e cattolicesimo - a chi non piacerebbe un mondo dove tutti sono uguali e disposti ad amare il prossimo come se stessi? Oppure è una mossa politica per spiazzare quel che resta della “sinistra”. O forse è una manovra strategica per distrarre tutti noi dai problemi giudiziari del premier, una volta esaurito il gossip-escort. Ma forse - anzi senza forse e pure senza ma e senza se, come dicono quelli di Sinistra - niente di tutto questo! E se è vero che a pensar male si fa peccato, ma a volte ci si azzecca, noi azzardiamo. Tremonti è di fatto il cassiere del pubblico impiego. Il Ministro che ha la facoltà di assumere tutti i lavoratori precari della Pubblica Amministrazione! Il Professore sa benissimo che non si può garantire il posto fisso a tutti. Neanche in un’economia pianificata o in un’economia creativa, come un tempo insegnava nelle aule universitarie. Il "posto fisso" lo si può assicurare solo ad alcuni lavoratori, ai precari dello Stato per l'appunto, ma non a tutti! Quello che, invece, si può fare realisticamente, da subito e “per tutti” è garantire salari dignitosi, protezione contro i licenziamenti facili, riformare gli ammortizzatori sociali in modo tale da offrire copertura assicurativa e tutele contrattuali "anche" ai lavoratori delle piccole e medie imprese, riducendo, una volta per tutte, il dualismo fra lavoratori di grandi e piccole aziende, fra lavoratori con contratti temporanei e contratti permanenti. Cambiare le regole di accesso al mercato del lavoro per consentire a tutti un ingresso dalla porta principale! Ciò può avvenire attraverso la creazione di un sistema di tutele progressive per il lavoratore che aumenti in maniera direttamente proporzionale alla durata del rapporto di lavoro, eliminando gli ordini professionali, togliendo il valore legale del titolo di studio, premiando il merito e mandando in soffitta, una volta per tutte, le raccomandazioni. Ma questa sì che è utopia e Tremonti non è filosofo, ma economista, sa far di conto, è uomo concreto!

martedì 20 ottobre 2009

Quando il condominio non è ben amministrato, autonomo e meglio che centralizzato!














Spett.le Redazione,
scrivo per quelle tante persone costrette a stare in casa al freddo e al gelo di questa anomala "ottobrata romana" e che reclamano, invano, l'accensione del riscaldamento condominiale non potendo disporre di quello autonomo. La scorsa settimana Vi avevo scritto per sollevare lo stesso problema, dacchè, dopo aver animosamente litigato con il mio amministratore di condominio, il quale sosteneva che per l'accensione anticipata dei riscaldamenti è necessaria un ordinanza del Sindaco di Roma, ho telefonato al numero 060606. Ebbene, ho scoperto che l'ordinanza è necessaria solamente per un'accensione di 12 ore giornaliere. Prima del termine del 1 novembre, data fissata per l'accensione ufficiale dei riscaldamenti, è dunque possibile accendere il riscaldamento fino ad un massimo di 6 ore giornaliere, in un arco temporale che va dalle 5 alle 23. Spero di essere stato di aiuto. Saluti e visto il tempo che fà e i torroni e panettoni che già riempino i supermercati... Buon Natale a tutti!
di Mauro Liberatore

La "disfida di brunetta" agli statali finirà in Canal Grande?













Carissima Redazione, carissimi blogghisti,
permettetemi un piccolo sfogo da dipendente pubblico con 25 anni di onorato servizio e poche assenze per malattia. Che la cura brunetta fosse una bufala, fino a ieri lo sapevano solo gli addetti ai lavori, ma adesso è sotto gli occhi di tutti! Ad avvalorare la disfatta di... brunetta è il ministro della pubblica amministrazione per sua stessa ammissione: «Purtroppo in agosto e settembre è tornato ad aumentare l'assenteismo da parte dei dipendenti pubblici, e mi pento delle recente scelta fatta in materia. Avevo tentato di dare fiducia riducendo da 11 a 4 le ore della reperibilità giornaliera per i controlli medici. Ora riscontriamo il 20-22% di assenze in più. Ho sbagliato e mi dovrò correggere»!!! Ma caro (il caro è solo per i tanti denari pubblici che ci costi) Ministro, le chiacchiere stanno a zero. Le Leggi già ci sono, vanno solo applicate, non c'è assoluto bisogno delle sue "invenzioni", se ne faccia una ragione! L'assenteismo come intende lei non verrà mai debellato per la semplice ragione che è difficile debellare quello che non esiste o meglio si fa credere che esiste per accaparrare consensi nell'immediato per poi perderli subito dopo. I medici rispondono penalmente di quello che certificano già da diversi anni e le visite fiscali sono puntuali ed attestano la veridicità della certificazione e della malattia. Le fasce non sono un problema e non si capisce perchè un dipendente pubblico pagato per 6 ore giornaliere debba essere reperibile per 11 ore e poi, cosa di non poco conto, le 4 ore sono stabilite dalla Legge per “tutti i lavoratori” e fino a prova contraria la Costituzione afferma che siamo tutti uguali. Infine se sono a letto con la febbre non ha importanza quante ore siano di reperibilità, ma se ho un braccio rotto non vedo perchè non possa uscire di casa per 11 ore? Mica sono "carcerato"! Il ministro faccia come gli pare, ma sappia che nella seconda condizione, da rispettoso della Legge, non posso far altro che denunciarlo per sequestro di persona! E poi caro ministro, hai fatto tanti di quei danni che non te ne renderai mai conto. Come già detto, lavoro nel pubblico impiego e a contatto con il pubblico e non sapete quanti insulti abbiamo digerito da parte della gente che è stanca della burocrazia e dalla scarsa gestione dei beni pubblici. Lavoriamo con Windows 98 e pc che risalgono agli anni 90, ci freghiamo le penne dalle scrivanie del capo perchè, per noi semplici impiegati, non ce ne sono. La mia stampante è datata febbraio 2000 e se finisce il toner, lo devo comprare o rubare al collega, e qui mi fermo. Ho un bambino che va a scuola e ogni mattina devo fare lo "Shumacher" nel traffico per rispettare gli orari dell'ufficio! Ma a te ministro degli Statali, un controllo per ciò che fai spendere ai cittadini, con i tuoi inutili sondaggi e con il tuo assurdo legiferare, non te lo fa nessuno? Rivesti non si sa quanti incarichi - tra pubblici e privati - e non ci sei mai a lavorare, perchè sei troppo impegnato a parlare male degli statali ai convegni e in televisione. La prego, signor ministro, non abbandoni la sua città nelle mani dei “COMUNISTI”! Accolga l'invito a candidarsi per la “sua” Venezia, così i danni della sua incompetente attività ministeriale saranno quantomento limitati ad una sola città! Non me ne vogliano i veneziani, contro i quali non ho nulla, tanto alla fine possono sempre approfittare di qualche canale, non televisivo, per disfarsi del loro Sindaco!
di Mariano C.

Il personale degli enti locali costa 18miliardi di euro!



















Sono sempre di più. Premiati e promossi senza merito, quasi mai puniti. Così per il personale di comuni, province e comunità montane si spendono oltre 18 miliardi di euro, un terzo delle risorse dello Stato. È un "mostro" che non si riesce a domare: diventa sempre più grande e più vorace. Non c'è barriera o dieta che funzioni, nulla può contenerlo: il personale degli enti locali continua ad aumentare inesorabilmente!


I dipendenti di comuni, province e comunità montane sono poco meno di mezzo milione. Il censimento realizzato dal ministero dell'Interno ne ha contati 420 mila, ma ci sono 711 amministrazioni (su un totale di 8.709) che si sono sottratte persino alle domande del Viminale, incluse realtà importanti come provincia e comune di Avellino, Messina e Palermo, e i comuni di Torino, Reggio Calabria, Siracusa e Agrigento. A questo va aggiunto il personale delle società controllate dagli enti che esula dalla radiografia del ministero e che si stima porti il totale molto vicino a quota mezzo milione. Attenzione: la fotografia scattata nove mesi fa, oggi rischia di essere superata. Perché l'organico lievita. E si gonfiano pure gli stipendi, senza nessuna considerazione per il merito o i titoli di studio. Il documento del ministero rappresenta la mappa più dettagliata mai realizzata. E disegna una sostanziale disfatta. Qualunque legge, qualunque iniziativa non riesce a cambiare le cose. Blocco delle assunzioni? Tetti di spesa? Esternalizzazioni? Tutto inutile. Tra cococo, contratti a tempo determinato, consulenti e portaborse degli organi politici, le schiere dei travet si ingrossano. Il mostro cambia solo forma: a forza di promozioni è diventata una piramide capovolta, che ha sempre più dirigenti e sempre meno semplici dipendenti. Il censimento ci svela per la prima volta quanto gli enti locali sborsano ogni anno in stipendi per dipendenti e collaboratori. E la percentuale è significativa: il 32 per cento delle proprie risorse. Ciò significa che un terzo del budget a loro disposizione, province, comuni e comunità montane lo spendono in buste paga. Ma per avere un'idea concreta del fiume di denaro che sgorga dalle loro casse bisogna sfogliare un altro documento, la 'Relazione sulla gestione finanziaria degli enti locali' che ogni anno viene stilata dalla Corte dei conti. Lì si legge che nel 2006 gli enti locali hanno speso 18,3 miliardi per la forza lavoro, che i comuni fanno la parte del leone (ben 15,9 miliardi). E che oltretutto l'esborso per gli stipendi è in crescita rispetto all'anno precedente: dell'11,6 per cento per i comuni e del 10,6 per cento per le province. Tutti le vogliono abolire, ma le province godono invece di un record, quello dei più sostanziosi premi di produzione assegnati al personale. Dalle tabelle salta gli occhi un picco remoto, irraggiungibile: ben lontane dai 95 mila euro della media nazionale e dai 91 mila dei comuni, ogni amministrazione provinciale elargisce in media 784 mila euro. Se queste gratifiche fossero legate alla produttività o alla qualità dei servizi, si tratterebbe di una buona notizia. Il guaio è che la principale funzione di questi enti pare essere l'auto-sostentamento. Lo si legge, senza troppi giri di parole, nel dossier del Viminale: "Le amministrazioni più 'vicine' al territorio impegnano il personale soprattutto per produrre servizi per i cittadini e le imprese, a differenza degli enti, come le province, che dispongono quasi del 40 per cento del proprio personale per far funzionare la macchina amministrativa". In poche parole quasi la metà di loro non lavora per il cittadino, bensì per tenere in piedi l'apparato. Si tratta di 48.843 dipendenti di 108 province. Non è un caso che nell'ultima campagna elettorale Pd e Pdl abbiano parlato esplicitamente di una loro possibile abolizione. Ma di questo - come pure delle tanto vituperate comunità montane, uno dei bersagli preferiti degli strali anti-casta. In Italia sono 368, con 5.544 dipendenti, che tutti insieme costano quasi 200 milioni di euro l'anno - non se ne parla più! Tanto bonus, poco malus. Sui premi sono tutti di manica larga, mentre storia ben diversa è quella degli uffici disciplinari, unico strumento efficace per sanzionare i comportamenti scorretti. Qui sul banco degli imputati salgono i comuni, il 70 per cento dei quali non si è neanche preoccupato di attivare questo servizio. E in assenza di un controllore, fannulloni, furbetti e delinquenti hanno vita facile, visto che, come osservano gli autori del censimento, "a parte il rimprovero verbale e scritto" (ossia la classica 'lavata di capo') non gli si può fare un bel niente. Fra province e comuni si sono aperti in tutto oltre 2.500 procedimenti disciplinari, ma si è arrivati a una sanzione in meno di 1.900 casi. Senza dimenticare il paracadute sindacale, che da sacrosanta difesa dei lavoratori troppe volte si trasforma in tutela del privilegio! Il potere dei sindacati è tale che anche lo spostamento di un ufficio da un piano all'altro necessita del loro placet! Nei municipi non si muove foglia che sindacalista non voglia, e dove ci sono inadempienze e assenteismi il sindacato protegge anche chi è in evidente torto. Stesso ragionamento degli uffici disciplinari vale per i cosiddetti nuclei di valutazione, ossia le 'squadre' che si occupano di distinguere il funzionario operoso dal fannullone. Si tratta di uno strumento che stenta a decollare, soprattutto nei comuni più piccoli: l'80 per cento di quelli sotto i 5 mila abitanti ne è sprovvisto. E le cose peggiorano al Centro e al Sud. Sull'utilità di questo strumento la sinistra si divide. L'ex ministro alla funzione pubblica del Pd, Luigi Nicolais, ci crede fermamente: "Far valutare i dipendenti da nuclei esterni è una vecchia idea mia e del giuslavorista Ichino, l'ho inserita in un disegno di legge che nella scorsa legislatura era stato approvato alla Camera. E l'ho già riproposta al nuovo Parlamento". Dal canto suo Cesare Salvi, già ministro del Lavoro ai tempi di D'Alema e Amato, ora esponente della sinistra radicale, si dice scettico: "Sarò un po' conservatore, ma la mia esperienza insegna che non funzionano. L'unico meccanismo che garantisce una seria valutazione è quello di un concorso pubblico serio e rigoroso". Todos caballeros. In assenza di controlli, al danno si aggiunge la beffa, e per i fannulloni patentati magari arriva pure la promozione. Se non di grado, almeno economica. I dati non mentono: il numero delle progressioni verticali (gli avanzamenti di carriera) e di quelle orizzontali (gli aumenti di stipendio) negli ultimi tre anni è praticamente esploso. Ne consegue un progressivo svuotamento dal basso, dove a 'remare' restano in pochi, ossia le categorie definite A e B. A fronte di un aumento considerevole di quelli che comandano: le più alte, C e D, con personale qualificato e dirigenti. Insomma, diminuiscono netturbini, tranvieri e giardinieri (anche perché spesso questi servizi vengono 'esternalizzati'), mentre proliferano i classici impiegati 'di concetto' e i quadri dirigenziali. In tre anni sono avanzati di grado in 22 mila. Volete sapere dove? In testa ci sono i 4.282 della Lombardia e i 2.587 della Campania. Quest'ultimo dato testimonia come più promozioni non si traducano in una maggiore efficienza. Non è un caso allora che in molti uffici si trovino funzionari con un titolo di studio inferiore rispetto a quello richiesto da un ipotetico concorso. Nell'area dei quadri, ad esempio, il 53 per cento non ha laurea, titolo che invece risulta indispensabile per chi voglia accedere allo stesso posto dall'esterno. Ma le disparità non finiscono qui. Fra i dirigenti si osserva, in dettaglio, la netta prevalenza degli uomini sulle donne (appena il 27 per cento), consegnandoci l'immagine di un sistema non soltanto vetusto, ma ancora prevalentemente maschilista. Nonché del tutto restio alle assunzioni (pur teoricamente obbligatorie) riservate ai disabili, che nei comuni restano al di sotto del 3 per cento. Quelli che non diminuiscono mai, piuttosto, sono i portaborse dei politici! Un dato scandaloso: il personale impegnato 'in attività di supporto agli organi di direzione politica' è passato da 4.637 a 7.638 unità. Di questi, 6.101 sono assunti e ben 1.537 hanno avuto un ingaggio a tempo determinato con chiamata diretta.
di G. Del Vecchio

lunedì 19 ottobre 2009

Camion contro Brunetta. A nome degli impiegati fannulloni...















Aspettando i "Carri del carnevale di Viareggio", e lì ne vedremo delle belle, un camion pubblicitario, affittato per l'occasione dall'«Associazione Radici», se ne và sornione a spasso per le vie della capitale con su la scritta: «A nome degli impiegati fannulloni, degli studenti guerriglieri, dei poliziotti panzoni, della sinistra golpista e degli italiani che non ti sopportano più: Brunetta te potesse pijà un colpo... a te! No allo stato». Lo comunicano gli organizzatori della manifestazione "anti-brunetta". «Ci è sembrato doveroso intervenire per condannare la condotta del ministro Brunetta - prosegue la nota - il quale ha attaccato e offeso importanti categorie sociali ma anche tutta quella parte di cittadini che si riconoscono nella sinistra e partecipano alla sua attività. Vorremmo ricordare che un componente di un governo della Repubblica ha l'obbligo di rappresentare tutti e non ha il diritto di diffamare interi settori di popolazione, con il rischio, oltretutto, di avviare fenomeni di vero e proprio linciaggio. In realtà la campagna del signor Renato Brunetta fa parte di una più ampia operazione populistica, orientata a fomentare il degrado culturale, alla ricerca di facili capri espiatori per i numerosi problemi che ci assillano. Dello Stato fanno parte tutti i cittadini, senza distinzioni; non può quindi rappresentare lo Stato un ministro che denigra interi gruppi sociali. Chiediamo quindi le dimissioni di Renato Brunetta. Ci riserviamo di procedere con una denuncia per diffamazione nei suoi confronti».
di Associazione Radici

Il disastro dello stato sociale italiano!










Famiglie sole, piccole, povere. Cancellate dal welfare, dimenticate dallo Stato. Microcosmi con pochissimi figli e molti anziani, dove la rete di mutuo soccorso si è incrinata, e per la prima volta nella storia d'Italia la formidabile alleanza di mamme-nonne-figlie-sorelle dichiara forfait spalancando le porte ad un vero e proprio disastro dello stato sociale italiano! Ci sono le storie di coppie troppo povere per avere più d'un figlio, di donne del Sud che hanno ormai abbandonato la speranza di trovare un lavoro, di anziani che la sera cenano con pane e latte, di bambini "parcheggiati" dove si può. Siamo il primo paese occidentale dove gli over 60 hanno superato il 20% della popolazione, il tasso di fecondità di 1,4 figli per donna è uno dei più bassi del mondo, le risorse destinate alla voce "famiglia" sono la metà della media europea, i giovani laureati il 16% contro il 32% delle statistiche Ocse, il numero di posti nido disponibili per i piccoli da 0 a 3 anni è dell'11% contro il 50% della Norvegia e il 40% della Francia. Un dato su tutti fotografa la situazione: chi è nato a metà degli anni Sessanta, in pieno baby-boom, ha circa un milione di coetanei, invece la generazione di chi ha 20-25 anni è ridotta del 40%, per effetto del "degiovanimento" della società italiana. Al di là dei numeri però la famiglia italiana è molto vicina al crac per un fatto nuovo e probabilmente irreversibile. Da sempre la famiglia italiana è stata costretta ad arrangiarsi potendo contare su un welfare assai scarso. Anzi sono state proprio le "reti informali" , e cioè il mutuo soccorso tra parenti e congiunti, a costituire nel tempo il vero ammortizzatore sociale nei confronti dei più fragili, i bambini, gli anziani. Ma queste reti informali si sono basate storicamente sul ruolo delle donne di mezza età. Un modello che da tempo si è spezzato con l'ingresso delle donne nel mondo del lavoro. A questo non ha corrisposto però, come nel resto d'Europa, la creazione di una rete di supporti statali, il welfare appunto: asili nido, congedi parentali, orari flessibili, concreti aiuti economici per le coppie con i figli. Il risultato? Il declino che abbiamo sotto gli occhi. Finora i servizi pubblici per l'infanzia sono stati pensati come complementari al servizio gratuito fornito da madri e nonni. Il welfare sostitutivo quindi, la rete parentale. Una situazione di fragilità su cui si è inserita la recessione. E a pagare il prezzo più alto è il Mezzogiorno, una delle aree europee con il peggior rapporto tra anziani inattivi e persone occupate. Uno dei suoi grandi paradossi è infatti il calo demografico. Da sempre il Sud è stato una delle aree più prolifiche del Paese. Ma a partire dal 1995 la tendenza si inverte. Al Nord la crescita demografica riprende, mentre nel Sud continua il declino. Il risultato è che nel 2007, secondo l'Istat, il primato si rovescia, i bambini ricominciano a nascere, ma soltanto nelle aree più ricche del Centro Nord, dove i servizi per l'infanzia sono migliori, e in certe regioni come l'Emilia Romagna l'occupazione delle donne coinvolge il 60% della popolazione femminile. Proprio per usufruire del welfare sostitutivo della rete parentale, in Italia i giovani lasciano la famiglia d'origine a trent'anni passati. Quasi una scelta obbligata se si pensa che nel periodo 2000-2007 gli occupati a un anno dalla laurea sono scesi dal 57 al 53% e tra questi i lavoratori atipici sono passati dal 37 al 48%. Numeri che raccontano un paese ormai impoverito di ricchezza umana e materiale. Eppure, per invertire la rotta, basterebbe la voglia mettere a punto un nuovo modello culturale, che sia alla base di un'alleanza virtuosa tra Stato e famiglie.

venerdì 16 ottobre 2009

L'antiberlusconismo non può essere il programma dell'opposizione!













D’Alema può avere molti difetti e qualche ambiguità (pagante per chi fa politica a certi livelli), ma di sicuro non gli si può negare una qualità: saper trovare, al momento giusto, felici sintesi a troppo sofisticati e improduttivi ragionamenti. “Questo antiberlusconismo che sconfina in una sorta di sentimento anti-italiano è l’approccio peggiore alla grande sfida politica che il Paese ha di fronte…”. Riprendendo e facendo proprio il pensiero del Presidente del Consiglio che presentando la Finanziaria aveva definito anti-italiana l’opposizione che tifa per la crisi, D’Alema punta ad un confronto meno fumoso e più costruttivo nella galassia litigiosa e confusa di cui fa parte. Muoia il gossip torni la politica, quella “vera”, dice l’esponente Pd, il quale negli attacchi al premier non vede nessuna carta vincente e tantomeno una via d’uscita per chi ha dimostrato di non saper fare opposizione. Se dopo mesi di attacchi e azioni di disturbo che hanno inquinato e reso malsano il clima politico nazionale, tutto o quasi, è come prima, e se il termometro dei consensi non sembra tradire o abbandonare il leader e la maggioranza che lo sostiene evidentemente nella strategia della sinistra c’è qualcosa che non ha funzionato. E qualcuno dovrebbe porsi anche la domanda se, e cosa, non ha funzionato. Intanto si è sottovalutata la capacità di giudizio degli italiani i quali sono convinti che se Berlusconi deve cadere, deve cadere in quanto leader politico e capo di un governo che ha fallito gli obiettivi degli impegni presi con i propri elettori. Ma così non è stato. Secondo elemento, agli italiani non piace l’accanimento con il quale attraverso le vicende private del Presidente del Consiglio si è cercato di servire un boccone avvelenato finalizzato a ribaltare un consenso (al centrodestra nel suo complesso) nato liberamente dalle urne. Terzo elemento Berlusconi è un duro e ripaga i suoi nemici con una moneta (quella dello scontro mediatico a tutto campo) che oggettivamente potrebbe avere sia pesanti ricadute per la libertà di stampa che pericolosi e non auspicabili arroccamenti da parte di chi è costretto a scegliere non la strada della verità ma quella dello schieramento di parte. Torni dunque la politica. Nell’interesse del Paese e degli italiani stanchi di gossip ma desiderosi di buone notizie sul fronte dell’economia e di una crisi che colpisce tutti indistintamente ma che penalizza di più deboli e precari. Ed è a loro che dobbiamo pensare.
di Enzo Cirillo

giovedì 15 ottobre 2009

Class action: la solita "patacca" di brunetta!

Con il termine “class-action” (azione di classe) si intendono genericamente gli strumenti di tutela collettiva risarcitoria: quei meccanismi processuali idonei ad ottenere il risarcimento del danno subito da un gruppo di cittadini a causa dell’illecito seriale prodotto da un soggetto professionale. E' un'azione legale condotta da uno o più soggetti che, vittime del medesimo "torto" e quindi menbri di quella "classe", chiedono che la soluzione di una questione comune di fatto o di diritto avvenga con effetti super partes per tutti i componenti presenti e futuri della classe stessa. L'azione collettiva è il modo migliore con cui i cittadini possono essere tutelati e risarciti dai torti delle aziende, delle multinazionali e della pubblica amministrazione, in quanto la relativa sentenza favorevole avrà poi effetto o potrà essere fatta valere da tutti i soggetti che si trovino nell'identica situazione di chi quell'azione collettiva l'ha promossa. In Italia la class action arriva tardi, a metà e a "indennizzo zero" per i cittadini-utenti-consumatori. Questa l'ennesima "patacca" rifilata agli italiani dalla riforma-brunetta! Infatti, a partire dal 2010 si potrà sì fare ricorso contro i disservizi degli enti pubblici e pretendere il ripristino o la corretta erogazione, ma senza ottenere alcun tipo di indennizzo economico! Inoltre il ritorno alla piena funzionalità non potrà comportare maggiori oneri per le casse pubbliche. Il provvedimento, che si fa beffa ancora una volta delle attese dei consumatori, è scritto nelle numerose pieghe del pluriannunciato decreto brunetta sulla riforma della Pubblica amministrazione. Promotori dell’azione collettiva potranno essere singoli cittadini e associazioni e comitati a tutela dei consumatori che vogliano costituirsi contro le autorità amministrative e gli enti concessionari (fatti salvi la Presidenza del Consiglio, gli organi costituzionali e le authority) che risultino in difetto sia nei tempi che nella qualità delle prestazioni di loro competenza. Una volta accertata la violazione il cittadino avrà la "magra" soddisfazione veder iscritto sul sito di quel gran genio del ministero della la P.A., l’ente colpevole e potrà chiedere, tramite il giudice, un ripristino “in termini congrui”, ma non otterrà alcun tipo di rimborso per i danni subiti!

Accordo sul contratto dei metalmeccanici, ma senza la Cgil!

Federmeccanica, Fim-Cisl e Uilm hanno raggiunto un accordo sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici: aumento medio di 112 euro al mese, pari ad un incremento di 110 euro per il quinto livello. Intesa anche sulla distribuzione delle tranche previste nel triennio 2010-2012: dal primo gennaio 2010 i lavoratori perciperanno 28 euro di aumento; 40 euro dal primo gennaio 2011 e 42 euro dal primo gennaio 2012. I sindacati nella piattaforma unitaria avevano chiesto 115 euro medi e 113 al quinto livello. L'elemento perequativo per chi non ha contrattazione di secondo livello sarà di 15 euro (contro i 30 chiesti dalle organizzazioni sindacali). Aumenterà anche la contribuzione Cometa del +0,2% nel 2012 e del +0,4 nel 2013. Istituito anche il fondo di sostegno al reddito, chiesto sempre dai sindacati, che prevede il versamento di 2 euro a carico dell'azienda per i primi due anni per tutti i lavoratori. Ma la Cgil non firma: "E' un contratto che svaluta il valore dei lavoratori metalmeccanici, offende i diritti e la democrazia. 110 euro di incremento al quinto livello? Significano 15 euro netti al terzo livello per il primo anno" stigmatizzano alla Fiom!

Di gabbie salariali non si parla più. In compenso a finire in gabbia sono gli Statali, ma non tutti!

Egregio Direttore,
la finanziaria del 2008 stabilisce testualmente che "Le pubbliche amministrazioni non possono erogare compensi per lavoro straordinario se non previa attivazione dei sistemi di rilevazione automatica delle presenze". Norma questa sulla quale le organizzazioni sindacali di categoria non hanno sollevato alcuna osservazione di merito. Una situazione anomala, prontamente segnalata da Cisl FP, Cgil FP e Uil PA, sta tuttavia per verificarsi nel Ministero dell’Interno: è giunta infatti notizia che l’Amministrazione avrebbe intenzione di introdurre i "tornelli" soltanto per il personale civile dell’Interno con esclusione del personale di polizia, che peraltro, in palese contrasto con una legge dello Stato (articolo 36 L. 121/81), svolge le medesime funzioni burocratiche degli impiegati amministrativi. La norma non prevede esclusioni, e se venisse confermato tale orientamento si verrebbe a creare una ingiustificata ed ingiustificabile disparità di trattamento, come se quelle attualmente in essere non fossero già abbastanza! Non vi sarebbe invece nessuna obiezione se si volesse escludere il solo personale di polizia che svolge esclusivamente funzioni operative. Per bocca dei Segretari generali del pubblico impiego - Faverin, Podda e... Bosco (quest'ultimo un vero e proprio monumento in casa Uil: tutti cambiano, ruotano, se ne vanno, ma lui no, lui sta lì su quella poltrona da decenni!) - i sindacati hanno chiesto un incontro ai ministri Brunetta e Maroni per chiarire la corretta interpretazione della norma. L’avvento dei tornelli ha scatenato - no, non esageriamo - ha dato luogo a qualche flebile reazione. Su queste pagine si legge una lettera di una lavoratrice del ministero indignata per la “bella novità” costituita dall’avvento della rilevazione elettronica di ingressi/uscite. Ma quel che è più interessante leggere si trova nei commenti all’articolo stesso. C’è di tutto: dalle reazioni inferocite di normali cittadini che si indignano dei privilegi di fannulloni pagati dalle loro tasse, a segnalazioni di vere e proprie truffe perpetrate dalle “amichette” di dirigenti compiacenti. C’è chi maledice il ministro Brunetta e chi, invece, lo esorta ad insistere, anzi a licenziare la metà del personale. Ecco un paio di commenti che mi hanno particolarmente colpito:
1. «Badge, è questa la parola chiave. In inglese vuole dire distintivo, una plastichetta sempre delle stesso materiale: cloruro di polivinile. E’ la tesserina magica che da sola può dimostrare se davvero siamo in ufficio o non ci siamo. E allora esiste l’Angelo del Badge, quello che si presenta alle sette del mattino e ne infila cinque tutti in una volta: gli altri quattro colleghi possono dormire tranquilli. C’è la bellona che usa il badge del suo amico dirigente. C’è quello che ha la piccola ditta di infissi fuori dell’ufficio - il classico secondo lavoro - e che strizza l’occhiolino alla guardia giurata. C’è chi si è fatto amico l’autista del direttore, e allora via con il badge. In mancanza di tutte queste soluzioni, ce n’è un’ultima: studiare bene la planimetria del palazzo, ci sono gallerie, porticine segrete, corridoi nascosti, meglio di qualsiasi badge al mondo!»
2. «Gli impiegati statali non hanno “le palle” per farsi sentire, al massimo possono iscriversi a qualche sindacato nella speranza che questo gli tolga dal fuoco le patate bollenti: per la stragrande maggioranza degli italiani lo statale è un "inetto" che al di fuori della pubblica amministrazione non saprebbe cosa fare e di che campare! Lo Statale è uno scansafatiche e morto di fame per sua stessa volontà: non fa nulla per cambiare la sua frustrante condizione! Io con uno stipendio da statale… ci compro un paio di scarpe!!!»
di Lucia Mastrosanti

Del presidente del consiglio si può dire tutto e di quello della Repubblica no?

Cari lettori,
quando le agenzie di stampa hanno battuto la notizia dell’apertura di un fascicolo giudiziario contro di me e Antonio Di Pietro, per vilipendio del presidente della Repubblica, devo confessarvi che la prima reazione è stata di dispiacere. Non tanto per essere stato messo nel mirino dalla magistratura: non è la prima volta e non farò cortei in nome della libertà di stampa. E nemmeno per aver dato un dolore a nonno Giorgio: non ho offeso Napolitano e neppure l’ho ingiuriato. Il dispiacere mi veniva dal fatto d’essere messo sullo stesso piano di Antonio Di Pietro: non ho dimestichezza con le manette, non ho restituito soldi in scatole di scarpe, che ho dunque da spartire con l’ex pm? Superato però lo stupore per un simile accostamento e senza per questo ringraziare la procura della Repubblica di Roma, credo siano necessarie alcune considerazioni. Premetto che non sono un giurista, ma forse ho più buon senso di tanti costituzionalisti: non può sfuggire che a pochi giorni dalla bocciatura del lodo Alfano si scopre che in Italia c’è un cittadino più uguale degli altri. La Corte costituzionale ha bocciato lo scudo per le alte cariche dello Stato dicendo che non rispetta l’articolo 3 della Carta fondativa della Repubblica, in base al quale siamo tutti uguali di fronte alla legge. Noi già sapevamo, non per scienza ma per esperienza, che non era così. Ora i pm ci danno ragione. Un cittadino, quello che sta sul colle più alto, non è come tutti gli altri. Lui è addirittura esente da critiche e non può neppure essere sospettato di fare un po’ di vacanze. Qual'è infatti la mia colpa? Cosa avrei scritto di così grave da essere sospettato di vilipendio del capo dello Stato? Solo la notizia - proveniente da fonte autorevole e supportata da un contesto innegabile - che il presidente aveva fatto tardare l’arrivo in Italia delle bare dei soldati caduti a Kabul per farlo coincidere con il suo rientro dal Giappone e avere il tempo di gustare un piatto di fusillotti Rummo. Cosa c’è di grave? Del presidente del consiglio si può dire tutto e di quello della Repubblica no? Oppure offende parlare di fusillotti? Merito per questo cinque anni di carcere come prevede il codice penale? Scopro dunque che non solo Napolitano non può essere trascinato di fronte a un tribunale per ciò che avrebbe commesso, come accadde a Scalfaro, ma neppure può essere sfiorato dal sospetto d’essersi goduto una vacanza nel Sol Levante. E questa è una novità. Ai tempi di Giovanni Leone l’Espresso dipinse il capo dello Stato come un clown, raffigurandolo in copertina vestito da pagliaccio, eppure nessuno aprì fascicoli per vilipendio. Ma forse è proprio qui il punto: probabilmente ci sono due pesi e due misure. Se le critiche al presidente le fa, rasentando l’ingiuria, un settimanale di sinistra, merita una medaglia. Se le fa, senza offendere nessuno, un giornale di centrodestra, al direttore tocca la galera. E qui veniamo alla seconda considerazione. Da settimane assistiamo a una campagna giornalistica contro il presidente del consiglio, accusato di minacciare la libertà di stampa con citazioni in giudizio. Repubblica e l’Unità, insieme con la Federazione della stampa, hanno portato in piazza decine di migliaia di persone per protestare contro il bavaglio ai giornali. Bene: ora li voglio vedere. Faranno qualcosa secondo voi? Grideranno alla censura, all’intimidazione, al regime? Chiederanno che sia abolito il reato di vilipendio del presidente? Il sindacato dei giornalisti (unico, come nei regimi) non ha espresso alcuna solidarietà a Libero, ha addirittura definito «sgradevole» quanto scritto dal nostro giornale e solo per salvare la faccia di bronzo ha detto che questa non è materia da tribunali. Bella forza, non lo è perché l’offesa non c’è. I nostri Don Abbondio continuano a perseverare nell’errore, come hanno sempre fatto in questi anni, tacendo di fronte alle decine di querele che premier, ministri, sindaci e perfino sindacati hanno presentato contro di me e i giornali che ho diretto. Ebbene sì, confesso. Questa volta mi sacrifico volentieri all’ennesima denuncia, voglio essere processato. Così sarà possibile dimostrare quanta ipocrisia regna nelle redazioni e quanto l’ideologia di certi giornali abbia mascherato la realtà. Finalmente vedremo il colore di tanti colleghi e paladini della libertà che mi giudicano: il rosso. E mi auguro sia di vergogna, perchè non siamo al vilipendio ma al reato di lesa maestà e, per una volta, sono io che non ci sto.
di Maurizio Belpietro

Dimmi su che poltrona siedo, ma non chiedermi chi ero!

Dopo il dietro front di D’Alema (“Io? Mai stato comunista”), di Fini (“Il Fascismo non mi appartiene”), di Maroni (“L’istituto prefettizio non va abolito, ma potenziato”), che oggi Giorgio Napolitano dichiari: «da anni non sono più un uomo di parte», è anacronistico e pleonastico, in quanto i fatti avallano le Sue parole e scrivono la Sua stessa storia. Da militante del Partito Comunista Italiano, a Ministro dell’Interno, a Presidente della Repubblica, la musica è cambiata: dall’Internazionale socialista alle marcette militari di “parata”, dalla bandiera rossa al tricolore presidenziale, dalla falce e martello alla poltrona e scrivania, dalla lotta di classe alla prima classe, al Quirinale, dimentico del popolo in generale e di quegli operai in particolare cui deve le Sue attuali fortune. Oggi come ieri, garante degli sprechi di allora, ma soprattutto di quelli odierni! Uno per tutti? Gli stipendi esageratamente "diversi" dei Suoi dipendenti, da quelli di tutti gli altri impiegati dello Stato di cui Lui è pur sempre lo stesso Capo! Gli “stipendi d’oro” dei “Suoi impiegati" al Quirinale che - a parità di qualifica ed anzianità di servizio - percepiscono il triplo dello stipendio di un impiegato del catasto! Risulta, infatti, che il personale complessivo del Colle più alto di Roma e più costoso del mondo, è di "2.181" dipendenti. Di questi, gli addetti di ruolo alla Presidenza ammontano a 1095 unità. Tra loro ci sono 108 dipendenti in diretta collaborazione con i vertici della Presidenza: e poi 1086 militari - tra loro i 297 corazzieri - e addetti alla polizia e alla sicurezza. Questo apparato - e la manutenzione dell'immenso palazzo che fu dei Papi e dei Re d'Italia, nonché dei suoi giardini – impone una spesa media anua di 235 milioni di euro! Fermissima impressione del cittadino comune è che il Quirinale sia un lusso eccessivo, e sia gestito con lusso eccessivo. Impressione giusta o impressione sbagliata? I raffronti risultano impietosi per il mastodonte burocratico del colle più alto: la regina Elisabetta II d'Inghilterra dispone di 300 dipendenti, il re di Spagna di 543, il presidente Usa di 466, l'imperatore del Giappone di mille all'incirca. Ma proviamo a esaminare i casi di presidenze vicine all'italiana, ossia la tedesca e la francese. In Germania il presidente della Repubblica ha, come il nostro, compiti soprattutto di rappresentanza e di garanzia, ma rispetto al nostro più affievoliti. Lo si può paragonare ai sovrani scandinavi. Il potere vero spetta al cancelliere. Nel 2006 sono stati stanziati per le spese della Presidenza diciannove milioni 354mila euro. Questa cifra è comprensiva di tutto, stipendio del presidente e del personale, spese ordinarie e straordinarie, viaggi all'estero, manutenzione delle due residenze (Bonn e Berlino). Il presidente ha uno stipendio annuo netto di 199mila euro, e dispone inoltre d'uno straordinario (78mila euro nel 2006) per spese di rappresentanza e interventi di vario tipo. Gli organici della presidenza ammontano a 160 unità tra consiglieri, funzionari, impiegati, personale addetto alla manutenzione e alla sicurezza. Il numero dei dipendenti è fissato per legge. Meno d'un decimo di quella del Quirinale la spesa tedesca, molto meno d'un decimo il personale. Il presidente francese non è una figura rappresentativa e notarile come la nostra: ha un forte ruolo operativo nella politica francese. L'Eliseo non è un osservatorio o un luogo di verifiche, è una plancia di comando. Effettivi della Presidenza: 941 persone di cui 365 militari. Tra quei 941 gli addetti al Capo dello Stato, alla sua famiglia, alla sua abitazione e alle sue relazioni personali sono 192 di cui 29 militari; gli addetti ai servizi della presidenza sono 749 di cui 336 militari. La presidenza include le sedi staccate o di vacanza di palazzo Marigny (accanto all'Eliseo), castello di Rambouillet, forte di Bregancon e altri immobili. Tra questi un appartamento, vicino alla torre Eiffel, dove Mitterrand ospitava la madre di Mazarine, la sua figlia segreta.La dotazione del presidente della Repubblica, comprese le spese di rappresentanza e di viaggio, è di un milione 736mila euro. Aggiungendo le retribuzioni del personale si arriverà per il 2007 a circa 32 milioni di euro, in lieve calo sul 2006. Inoltre sono previsti «fondi speciali» per oltre cinque milioni di euro annui. Il Presidente paga l'Irpef su un salario mensile lordo di 6627,45 euro. La disparità enorme tra la spesa per l'Eliseo - 32 milioni di euro - e la spesa per il Quirinale - 235 milioni - lascia supporre che in Francia alcune voci importanti siano contabilizzate a parte. Poco più di un anno fa un'inchiesta di Nouvel Observateur sostenne che i bilanci dell'Eliseo erano truccati, e che la spesa era tripla di quella resa nota, ossia 90 milioni di euro. La cifra parve ai francesi mostruosamente alta. Perché il Quirinale è così caro? Intanto perché la politica e la burocrazia italiana tendono a dimensionarsi, nei piani alti, al livello delle "cinque stelle lusso". Ci comportiamo - o meglio loro si comportano - come un Paese straricco. Parlamentari ed europarlamentari sono i più pagati d'Europa, i consiglieri regionali sfiorano - e in Sicilia raggiungono o superano - la retribuzione sontuosa di deputati e senatori, il governatore della Banca d'Italia è il banchiere centrale meglio retribuito del mondo - tranne pare Hong Kong -, anche nelle propaggini manageriali della politica non si scherza e chi guida l'Alitalia in bancarotta incassa più di chi guida la Lufthansa. Si sciala nelle retribuzioni, si sciala nell'assegnazione di personale anche se da ogni ufficio pubblico si levano strazianti invocazioni perché gli organici non sono completi. Torniamo al Quirinale. Per strutturare una presidenza che è forte per la stabilità - sette anni - ma debole per l'ambito decisionale potevano essere seguite due strade: un Quirinale leggero e un Quirinale pesante. L'opzione della leggerezza era suggerita dal fatto che il Presidente della Repubblica «non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni» tranne che per Alto Tradimento o per attentato alla Costituzione. Nessun suo atto è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti (e s'è visto quale diatriba giuridica sia stata inscenata per la grazia a Sofri e altri). È stata invece prescelta, non disinteressatamente, la formula della pesantezza, e d'un fatato universo quirinalizio dove per esempio all'ufficio postale erano adibite 16 persone. Il Quirinale così messo in piedi è una sorta di bonsai - ma anche un bonsai può essere gigantesco - che riproduce quasi tutte le varietà della selva burocratica italiana. Tre boiardi stanno alla sommità della piramide, il segretario generale e i suoi due vice. Ci sono poi i consiglieri, ciascuno di loro è un miniministro a capo di un miniministero: consigliere per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali (ministro della Giustizia), consigliere diplomatico (ministro degli Esteri), consigliere militare (ministro della Difesa), consigliere per gli affari interni (ministro dell'Interno) e così via. Il tocco quirinalizio fa lievitare le retribuzioni. Chi è «comandato» al Quirinale da altre amministrazioni riceve, anche se le sue mansioni in sostanza non cambiano, una vistosa gratifica monetaria (successivamente avrà anche, il più delle volte, gratificazioni di carriera). Non si può dare addosso al solo Quirinale: men che meno nel momento in cui dal colle più alto viene, dopo troppo lunghe reticenze, un esempio di trasparenza. Semplicemente si vorrebbe che la questione dei costi della politica, messa sul tappeto, non finisse presto nel cestino. La politica - e con termine più alto la democrazia - è necessaria e ha costi che dobbiamo accettare: così come li ha l'automobile, egualmente necessaria. Ma non è indispensabile muoversi in Rolls Royce, va bene anche la Panda.

mercoledì 14 ottobre 2009

Pubblico impiego: in pensione con 40 anni di contributi.

Si estende la possibilità delle pubbliche amministrazioni di mandare in pensione i propri dipendenti: i 40 anni di anzianità per far scattare il recesso unilaterale sono conteggiati sui contributi e non più sul servizio effettivo come era previsto all'art. 6 comma 3 della legge delega n.15/2009 che aveva modificato, restringendolo, l'ambito di applicazione della norma introdotta dalla manovra finanziaria nell'estate del 2008. Di conseguenza, dal 5 agosto scorso è possibile mandare in pensione - con atto unilaterale - i dipendenti pubblici con 40 anni di contributi. Lo stabilisce la legge 3 agosto 2009 n.102 di conversione del decreto anticrisi (78/2009). Al fine di chiarire le ricadute sui destinatari della legge n.15/2009, in vigore da marzo ad agosto di quest'anno, e per meglio illustrare l'ambito di applicazione della norma, il ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione, Renato Brunetta, ha emanato il 16 settembre scorso una apposita circolare che conferma in generale quanto già illustrato con la circolare n.10 del 2008. La nuova circolare chiarisce che la norma si applica anche ai dirigenti, con la sola esclusione dei magistrati, dei professori universitari e dei dirigenti medici responsabili di struttura complessa. Per i comparti difesa, sicurezza ed esteri, la determinazione dei criteri e delle modalità di applicazione è demandata ad appositi decreti del Presidente del Consiglio. La circolare n.4/2009 chiarisce inoltre il carattere eccezionale dell'intervento limitato al triennio 2009-2011. La norma è immediatamente applicabile ed è valida fino al 31 dicembre 2011. L'amministrazione, si legge nella circolare, esercita la facoltà di risoluzione unilaterale nell'ambito del potere datoriale con l'unica condizione del preavviso di 6 mesi.

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