di Massimo Donadi. Dalla truffa alla farsa (e viceversa) il passo è breve, e questo governo è riuscito a compierlo nel tempo record di 24 ore. Niente di stupefacente, se uno ci pensa bene e valuta lo spessore dei personaggi. Però, stiamo parlando sempre di coloro che governano questo Paese e che dovrebbero tutelare l’interesse nazionale e quello dei cittadini, di tutti i cittadini. Dopo il vertice Pdl-Lega, in cui dicevano di aver trovato un accordo sulla manovra, oggi arriva la smentita e una buona notizia: salta la norma sulle pensioni e sullo stop al riscatto degli anni di laurea e dell’anno di servizio militare per il calcolo dell’età pensionabile. Una misura iniqua, truffaldina e di dubbia costituzionalità, che aveva gettato nel panico migliaia e migliaia di italiani. Ma come si può pensare di andare avanti con un governo che vara una manovra dai contenuti grotteschi che colpisce sempre e solo i soliti noti? Non una misura strutturale, non uno straccio di provvedimento per il rilancio, niente di niente, solo tagli e tasse. Queste ultime per di più a carico di chi le tasse le ha sempre pagate. E Berlusconi ha anche la faccia tosta di dire che la manovra "ora non è più iniqua" e addirittura chiede la collaborazione delle opposizioni. Ma stiamo scherzando? Ci vuol prendere in giro e con noi tutti i cittadini? Mettiamo, per assurdo, di trovarci di fronte ad una manovra emendabile, cioè una buona manovra con aspetti positivi. Se le opposizioni pensassero di presentare propri emendamenti e proprie proposte, troverebbero le porte chiuse, così come le hanno sempre trovate in questi anni. Non solo, siccome la situazione è diversa e ci troviamo in presenza di un testo schifoso, l’appello alla collaborazione rivolto alle opposizioni, che sono sempre state responsabili, suona come un insulto. Persino Pdl e Lega disconoscono questa manovra e la lasciano "orfana", senza padri, figuriamoci noi. La verità è una sola: devono andare a casa il più presto possibile, prima che sia troppo tardi e la caduta di Berlusconi e dei suoi lacchè trascini definitivamente a fondo l’Italia. mercoledì 31 agosto 2011
Pensioni: dalla truffa alla farsa!
di Massimo Donadi. Dalla truffa alla farsa (e viceversa) il passo è breve, e questo governo è riuscito a compierlo nel tempo record di 24 ore. Niente di stupefacente, se uno ci pensa bene e valuta lo spessore dei personaggi. Però, stiamo parlando sempre di coloro che governano questo Paese e che dovrebbero tutelare l’interesse nazionale e quello dei cittadini, di tutti i cittadini. Dopo il vertice Pdl-Lega, in cui dicevano di aver trovato un accordo sulla manovra, oggi arriva la smentita e una buona notizia: salta la norma sulle pensioni e sullo stop al riscatto degli anni di laurea e dell’anno di servizio militare per il calcolo dell’età pensionabile. Una misura iniqua, truffaldina e di dubbia costituzionalità, che aveva gettato nel panico migliaia e migliaia di italiani. Ma come si può pensare di andare avanti con un governo che vara una manovra dai contenuti grotteschi che colpisce sempre e solo i soliti noti? Non una misura strutturale, non uno straccio di provvedimento per il rilancio, niente di niente, solo tagli e tasse. Queste ultime per di più a carico di chi le tasse le ha sempre pagate. E Berlusconi ha anche la faccia tosta di dire che la manovra "ora non è più iniqua" e addirittura chiede la collaborazione delle opposizioni. Ma stiamo scherzando? Ci vuol prendere in giro e con noi tutti i cittadini? Mettiamo, per assurdo, di trovarci di fronte ad una manovra emendabile, cioè una buona manovra con aspetti positivi. Se le opposizioni pensassero di presentare propri emendamenti e proprie proposte, troverebbero le porte chiuse, così come le hanno sempre trovate in questi anni. Non solo, siccome la situazione è diversa e ci troviamo in presenza di un testo schifoso, l’appello alla collaborazione rivolto alle opposizioni, che sono sempre state responsabili, suona come un insulto. Persino Pdl e Lega disconoscono questa manovra e la lasciano "orfana", senza padri, figuriamoci noi. La verità è una sola: devono andare a casa il più presto possibile, prima che sia troppo tardi e la caduta di Berlusconi e dei suoi lacchè trascini definitivamente a fondo l’Italia. Non sanno più dove mettere le mani!
(*) 30 APRILE 2008. I redditi degli italiani su Internet. Poi arriva lo stop del Garante. L'Agenzia delle Entrate rende consultabili da chiunque le dichiarazioni. Poche ore dopo la sospensione. Il passaparola è stato fulmineo. Dopo poche ore infatti il sito era già intasato. Del resto l'occasione era ghiotta: poter scoprire con un clic quanto guadagna (o meglio guadagnava, visto che i dati sono relativi al 2005) il vicino di casa o il collega d'ufficio. O qualche personaggio celebre per gli amanti del gossip.
COME ACCEDERE AI DATI - L'Agenzia delle Entrate ha reso disponibili sul Web, per la prima volta nel nostro Paese, i redditi dichiarati da tutti i cittadini italiani nel 2006. Tutto in Rete, anche se in realtà solo per poche ore. Bastava cliccare su http://www.agenziaentrate.gov.it/ poi dalla home page cliccare sul link "Uffici", quindi su «elenco uffici», da qui su «elenchi nominativi dei contribuenti» e infine su «consultazioni elenchi dichiarazioni». A questo punto si cliccava sulla Regione della persona che si stava cercando, sulla provincia e sul comune e dopo aver inserito un codice di sicurezza presente sulla pagina stessa, scaricare il file di testo. Il provvedimento porta la firma di Massimo Romano, direttore dell'Agenzia delle Entrate. Già nel '99, come direttore generale del dipartimento, Romano aveva emanato un provvedimento analogo per attuare la norma di «trasparenza»: si era così tornati a pubblicare gli elenchi dei contribuenti, ma attraverso l'invio agli uffici territoriali del fisco e alle amministrazioni comunali. Romano è stato il primo direttore dell'Agenzia, dal 2001. Durante il precedente governo Berlusconi era stato sostituito da Raffaele Ferrara, ma nel 2006 è tornato a guidare gli stessi uffici, richiamato proprio da Visco.
LA LEGGE - L'Agenzia delle Entrate ha poi spiegato con un comunicato che «la legge stabilisce la pubblicità dei dati». «La predisposizione degli elenchi nominativi dei contribuenti che hanno presentato la dichiarazione dei redditi è prevista dall'articolo 69 del Dpr numero 600 del 1973. Tali elenchi, in passato realizzati in forma cartacea, erano a disposizione per la consultazione sia negli uffici dell'Agenzia che nei Comuni. La decisione di utilizzare il mezzo telematico nasce dalla norma introdotta con il codice dell'amministrazione digitale varato nel 2005 che dispone di assicurare la fruibilità dell'informazione in modalità digitale utilizzando con le modalità più appropriate le tecnologie dell'informazione e della comunicazione».
LO STOP DEL GARANTE - Fin dalla mattina, però, il sito dell'Agenzia delle Entrate è risultato inaccessibile a causa dei troppi contatti. E successivamente è arrivato anche lo stop del Garante della privacy, che ha «deciso di chiedere formalmente e con urgenza ulteriori delucidazioni all'Agenzia delle Entrate e l'ha invitata a sospendere nel frattempo la diffusione dei dati in Internet». In serata Francesco Pizzetti, che presiede l'Autorità di garanzia, ha detto al Tg4 che si è trattato di una decisione «priva di una base normativa adeguata: di qui il provvedimento di blocco e la richiesta di spiegazioni al'Agenzia». Il Garante, ha sottolineato Pizzetti, non è in linea di principio contrario alla trasparenza dei redditi: «Una forma di conoscibilità e trasparenza è garantita da anni e anni, attraverso i Comuni e l'Agenzia delle Entrate. Ma è completamente diverso pubblicare i dati in Internet, mettendoli così in condizione di essere consultati in ogni parte del mondo, di finire nei motori di ricerca, di rimanere in Rete per un periodo che nessuno è in grado di controllare, laddove la legge prevede al massimo un anno».
I VIP - Attraverso la pubblicazione su Internet, infatti, era possibile conoscere una serie di dati importanti: la categoria prevalente di reddito, l'ammontare del reddito imponibile, l'imposta netta e (per chi ce l'ha) l'ammontare del reddito d'impresa. Come rivelato sempre da «Italia oggi», ad esempio, nel 2005 un industriale come Luciano Benetton dichiarava un reddito imponibile di 1.635.722 euro, contro i 4.272.591 del comico Beppe Grillo ora diventato celebre per i V-day o i 3.580.995 di euro del più celebre Roberto Benigni. Il reddito non sembra tenere conto della fama: una celebre attrice come Sabrina Ferilli dichiarava un reddito di 423.829 euro decisamente inferiore ai 1.824.084 euro di una comica tv, allora più di nicchia, come Luciana Litizzetto.
VISCO: «FATTO DI DEMOCRAZIA» - Dopo le prime critiche all'iniziativa, è stato lo stesso viceministro all'Economia, Vincenzo Visco, a dichiarare che si tratta di «un fatto di trasparenza, di democrazia». «Non vedo problemi - ha aggiunto - c'è in tutto il mondo, basta vedere qualsiasi telefilm americano. Era già pronto per gennaio, ma per evitare le polemiche in campagna elettorale ho chiesto di pubblicarle più tardi».
LA REPLICA DEL GARANTE DELLA PRIVACY - Poco dopo è però arrivata la prima sconfessione del Garante: «L'iniziativa dell'Agenzia delle entrate non è mai stata sottoposta all'attenzione del Garante della privacy». Per questo la stessa Authority, nel tardo pomeriggio, ha chiesto la «sospensione» del servizio. Richiesta accolta dall'Agenzia delle Entrate, che in una nota assicura: «Forniremo tutte le delucidazioni». E Visco, in serata: «Abbiamo dato disposizione di sospendere la pubblicazione in rete delle dichiarazioni dei redditi in attesa di avere dall'Agenzia delle Entrate i dovuti chiarimenti sulla corretta applicazione delle procedure e delle norme di legge soprattutto riguardo alle osservazioni mosse dall'Autorità Garante della Privacy».
Appare evidente che allora quei chiarimenti non arrivarono mai! C'è da sperare che oggi si siano... 'chiariti'!?
Pensioni: è in gioco la credibilità dello Stato!
...si erano affannati a spiegarci che se si fossero tassati i capitali ‘scudati’ - i quattrini esportati illegalmente e poi rientrati con lo scudo - si sarebbe violato il patto che lo Stato aveva sottoscritto con i soggetti interessati. In buona sostanza ci avevano spiegato che le istituzioni avrebbero perduto la loro credibilità se avessero deciso di far pagare gli evasori, perché lo scudo fiscale prevedeva alcune precise norme che non potevano essere modificate ex post. Bene, anzi male, malissimo, quel patto il governo ha deciso di non toccarlo! Ma decidere ex post che il periodo di servizio militare e il riscatto degli anni di università non avranno alcun valore ai fini del calcolo dell'età pensionabile non è una vergognosa, indecente violazione di un patto? Chi ha fatto il servizio militare non solo ha dedicato un anno (obbligatorio) allo Stato, ma in molti casi ha dovuto rinunciare, se era già al lavoro, a un anno di stipendio. E chi ha deciso di riscattare gli anni di università ha sborsato decine di migliaia di euro e ora si ritrova con quattro, cinque o anche più anni in meno nel calcolo della propria età previdenziale. Morale della storia: chi viola la legge e non paga le tasse viene premiato, chi assolve ai suoi doveri viene punito.
di Carlo Fatuzzo Partito Pensionati. L’ultima versione della manovra bis è più indecente delle altre perché colpisce pesantemente i diritti pensionistici di chi ha fatto il proprio dovere, servendo la Patria, prestando servizio obbligatorio di leva, e chi ha avuto fiducia nello Stato riscattando, con pesanti pagamenti, gli anni di laurea: il tutto condito da confusione e poca chiarezza, che desta dubbi e perplessità e suscita mille domande. Questo Governo non ha toccato chi aveva portato ingenti capitali all’estero, ai quali, con il pagamento di una somma irrisoria, si è riconosciuto uno “scudo fiscale”, ma colpisce i diritti di chi ha fatto il militare, perdendo in molti casi opportunità di lavoro, come nel caso di lavoratori autonomi o di chi ha riscattato, pagando, gli anni di laurea. Questa manovra, se approvata così com’è, fa venir meno la credibilità dello Stato, viene fatta pagare dai lavoratori, non colpisce l’evasione, il grande capitale, le reddite parassitarie, lascia inalterate le penalizzazioni per il pubblico impiego, insomma viene scaricata sempre sugli stessi, pensionati e lavoratori. Il Partito Pensionati sottolinea che l’Inps è fortemente in attivo, per cui il problema del nostro Paese, non sono i diritti dei lavoratori e dei pensionati, ma le pensioni da fame ed il susseguirsi di attacchi ai diritti pensionistici, continuamente messi in discussione. Il Governo farebbe bene a prendere atto delle perplessità di Bankitalia e della Corte dei Conti, che ritengono necessario un piano per il rilancio economico, altrimenti vi è il rischio “stagnazione”, con tutte le conseguenze che ne seguono. Non si può pensare di far pagare sempre pensionati e lavoratori: questo è indegno di un Paese civile ed è contro ogni principio di equità sociale.
- SERVIZIO MILITARE. di Marcello. Carissimo Direttore, ma che paese è un paese nel quale un padre consiglia al figlio di rimanere all’estero se può. Ho cominciato a lavorare a 14 anni e mezzo. A 18 lo stato mi ha obbligato a fare il servizio militare e lasciando il lavoro, sono andato con orgoglio a servire la mia patria libera e democratica, grazie alle conquiste dei nostri genitori e nonni partigiani. A 19 sono ritornato a lavorare ed ora a 52 anni e mi si vuole convincere che l’anno di militare riscattato è un privilegio. Certo come dipendente non ho mai evaso una lira prima ed un euro ora. Non sono mai andato al mare o ai monti con la macchina della ditta scaricando l’iva del carburante come se la usassi per lavoro. La mia vita è sempre stata concentrata sugli sforzi per gestire finanziariamente la famiglia e far quadrare i conti per arrivare alla fine del mese pagando i miei contributi del 27 ed a volte del 34%. Invece in questo paese c’è chi ha avuto la possibilità, sfruttando cavilli legali, condoni e scudi, di esportare ingenti capitali all’estero e poi magari farli rientrare pagando solo il 5% di tasse. Che paese è un paese in cui gli onesti sono i fessi, facilmente tartassabili, e gli evasori sono gli intelligenti. Una cosa è certa, quando un ministro dell’economia si permette lui, o chi per lui, di pagare un affitto di diverse migliaia di euro al nero, notizia appresa dai giornali, credo che non possa certo mettere in atto una campagna efficace contro quel cancro che si chiama ‘evasione fiscale’. In un paese serio sarebbe già a casa, ma qui siamo in Italia ed in Italia, si continua a rimanere al proprio posto convincendo gli italiani che è giusto continuare a tartassare i facilmente tartassabili.
- LAUREA. di Albino M. Caro Direttore, ho 58 anni, ho riscattato gli anni di università (costo circa 17.000 Euro) e l'anno di servizio militare. Con una laurea in informatica conseguita nel 1977 e tanta voglia di fare non ho conosciuto periodi di disoccupazione ed ho iniziato a lavorare immediatamente. Tra due anni sarei potuto andare in pensione con 40 anni di contributi e 60 anni di età. Nel giro di pochi mesi, prima mi sono visto spostare la decorrenza della pensione di 12 mesi. Norma penalizzante per chi non può restare 12 mesi senza pensione e senza stipendio: i ricchi potranno comunque lasciare il lavoro ed attendere la pensione (in crociera, in barca, viaggiando, ecc, ecc... avranno solo l'imbarazzo della scelta senza possibilità di annoiarsi), poi ai 12 mesi ne abbiamo aggiunti altri 2. Pazienza, dobbiamo contribuire a salvare l'Italia. Ieri, mi viene annunciato che il riscatto della laurea e l'anno di servizio militare saranno esclusi dal calcolo degli anni di contribuzione. Di colpo ho ricevuto due legnate da infarto: la prima per i 5 anni di lavoro in più non previsti; la seconda per lo scippo da parte dello stato di 17.000 Euro, alla faccia di chi non mette le mani nelle tasche degli italiani. A pensare che in famiglia avevamo deciso di riscattare i 5 anni di università di nostra figlia appena laureata in Architettura e in cerca di lavoro (???). Oggi abbiamo rinunciato senza indugi: chi potrà mai più fidarsi di uno Stato che non mantiene gli impegni? Dicono che lo Stato non può rompere il patto fatto con chi ha riportato i capitali in Italia pagando un misero 2%. Poi rompono il patto fatto con migliaia di cittadini onesti che hanno servito la Patria (i furbi hanno evitato anche questo e potranno andare in pensione un anno prima) e con migliaia di persone che hanno fatto sacrifici per conseguire una laurea. Prima avevamo qualche sospetto, oggi abbiamo la certezza che ai nostri politici non importa diffondere il senso dello Stato, non importa innalzare il tasso di istruzione e di cultura dei cittadini. Dove sono i Brunetta e quanti parlano di meritocrazia? E la Gelmini? continuando di questo passo con le famiglie che non possono permettersi di mantenere i figli all'Università, con i laureati disoccupati (precari i più fortunati) non le resta che presentare un piano per la chiusura delle università. E la Meloni? Pensa ai giovani? E l'opposizione?
Cani e gatti tolgono il medico di torno!
Migliorare la salute mentale, abbassare la pressione sanguigna, favorire l’esercizio fisico, curare la depressione, vincere la solitudine. Quelli che a tutti gli effetti possono sembrare il prodotto di un qualche elisir miracoloso, sono in realtà i benefici che derivano dal prendere con sè un animale domestico, cane e gatto in special modo. I benefici degli animali domestici sul benessere psicologico sono stati provati da numerosi studi che hanno attestato più di un vantaggio, ed in diverse sfere della nostra vita, dall’avere a fianco un cane piuttosto che un gatto o un altro pet. Ad esempio, chi sta preparando un esame, o deve affrontare una sfida importante come vincere una malattia, beneficia della vicinanza di un animale, che allevia l’ansia e lo stress e migliora l’umore. I quattrozampe sono consigliati dagli psicologi anche a chi tende all’isolamento sociale, per combattere la solitudine degli anziani, per chi è pigro e ha bisogno di fare più attività fisica, in chi soffre di depressione ed attacchi di panico. Provate ad accarezzare un gatto quando siete nervosi: il calore del suo corpo vi infonderà immediatamente una sensazione di pace e benessere. Per non parlare della pet therapy e delle potenzialità della presenza di un animale domestico in chi è malato, soffre di disturbi cognitivi e patologie molto gravi, come nel caso dell’autismo, per fare solo un esempio. Ma gli animali domestici non sono da considerarsi la panacea di tutti i mali. Sono certamente un utile supporto al benessere psicologico, un input a stare bene non certo trascurabile. Non bisogna però dimenticare che non si tratta di medicine per persone malate, gli animali domestici fanno bene anche a chi sta già bene e non soffre di alcun disturbo. Un recento studio pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology ha infatti appurato che chi possiede un animale domestico coltiva una maggiore autostima, vive le relazioni interpersonali in modo più sano, con meno insicurezze e minore dipendenza affettiva. Inoltre gode di una salute migliore ed è più cordiale e gentile con chi sta intorno. I proprietari di animali domestici tendono a trasferire le emozioni positive che provano con i loro piccoli amici anche nei rapporti sociali, avvertono una maggiore empatia e soffrono meno lo stress, a prescindere dall’animale che possiedono. Inoltre, non è affatto vero che sono solo gli introversi a rivolgersi ad un animale per mitigare una vita sociale povera. A volte è vero il contrario ovvero che chi ha problemi a relazionarsi, ad assumersi responsabilità, non è un proprietario ideale per un animale domestico. Naja: un anno buttato!
Prima o poi taglieranno il numero dei parlamentari, prima o poi toglieranno di mezzo le province, prima o poi accorperanno i piccoli comuni, prima o poi le tasse le pagheranno tutti… prima o poi! Per adesso si continua a spremere i soliti noti!!! Dietro front - e come presto vedremo l’espressione in gergo militare non è casuale - sull'aumento dell'iva, che non ci sarà, la supertassa, che salterà... e il contributo di solidarietà? E’ andato a farsi benedire anche quello! Rimarrà solo a carico dei membri del Parlamento, un mero gesto simbolico. In realtà il contributo toccherà soltanto una minima parte dell’indennità parlamentare nel suo complesso! La casta si è salvata! E sul capitolo pensioni, che sembrava ormai dato per stralciato, il compromesso è stato trovato nel mantenimento dell'attuale regime previdenziale già previsto per coloro che abbiano maturato quarant'anni di contributi con esclusione dei periodi relativi al “percorso di laurea” e al “servizio militare” che rimangono comunque utili ai fini del calcolo della pensione, ma non per il raggiungimento del quarantesimo anno di età lavorativa: le pensioni verranno quindi calcolate in base agli effettivi anni di lavoro! Come al solito e come si conviene ad ogni libera democrazia elettiva, si cambiano le regole del gioco in corso d’opera! Passi per il riscatto della laurea, libera scelta di ognuno di noi conseguirla, prima, e chiederne il riscatto, poi, ma disconoscere il servizio militare… è una vera e propria ingiustizia! Ma occorrono i soldi per salvare la Patria e allora si vanno a prendere da chi la Patria l’ha servita! Con l'esclusione dell'anno di servizio militare dai 40 anni necessari per accedere alla pensione di anzianità senza requisiti anagrafici, di fatto si ritarda l'uscita dal lavoro per circa 80 mila uomini con un risparmio a regime per le casse dello Stato che dovrebbe variare tra uno e 1,5 miliardi. Così lo Stato italiano fa cassa e ringrazia chi ha speso un anno della propria vita a servirlo. Così la Repubblica Italiana dopo la leva obbligatoria, da il suo ben servito a quei poveri ‘fessi’ che hanno obbedito alla Costituzione mettendosi al servizio dello Stato per un anno intero della loro vita sottraendolo allo studio, alla famiglia, agli affetti più cari, al lavoro, allo sport, alla gioventù!!! Obtorto collo, passi per i il risactto della laurea, libera scelta non imposta da nessuno, vale, però, la pena ricordare che nessun cittadino italiano ha mai chiesto volontariamente di servire la Patria, anzi chi ha potuto, chi aveva le giuste conoscenze si è imboscato disertando la chiamata alle armi! Ma quando c’è da far cassa, ormai è prassi consolidata, si va sempre ad attingere dai più “deboli”! Secondo stime attendibili, infatti, sui circa 134 mila lavoratori Inps ritirati nel 2010 in anticipo rispetto all'età prevista per la pensione di vecchiaia (65 anni) grazie alle regole sulle pensioni di anzianità più della metà lo ha fatto grazie al requisito dei 40 anni di contributi. L'età media per l'uscita dei 174 mila pensionati di anzianità (39 mila sono donne), infatti, è stata nel 2010 di 58,3 anni (secondo l'ultima relazione annuale Inps) quindi è presumibile che la gran parte sia uscita grazie ai 40 anni di contributi e senza tenere conto dell'età e non al doppio requisito contributivo e anagrafico (nel 2010 era per i dipendenti 60 anni più 35 di contributi o 59 anni e 36 di contributi). È ipotizzabile che oltre la metà dei pensionati di anzianità (circa 134 mila nel 2010, anno però con un dato boom a fronte del 2009 e 2011) abbia cominciato a lavorare molto presto utilizzando per arrivare ai 40 anni anche l'anno di servizio militare. Per circa 80 mila persone quindi si potrebbe prospettare un rinvio dell'uscita dal lavoro con la necessità di calcolare solo gli anni effettivi di servizio escludendo l'anno riservato al servizio militare prestato durante il lavoro. Anno questo (come d'altra parte quelli di università eventualmente riscattati) che sarà però considerato sul fronte contributivo quando si tratterà di calcolare l'importo della pensione. Il risparmio per le casse dello Stato a regime potrebbe superare il miliardo. Se infatti si considera una pensione di anzianità media di poco meno di 20 mila euro l'anno per circa 80 mila lavoratori bloccati per un anno, il risparmio che si potrebbe ottenere con l'esclusione del servizio militare nel calcolo degli anni di servizio necessari alla pensione di anzianità con 40 anni di contributi potrebbe arrivare a regime, intorno al 2014 a 1-1,5 miliardi. Insomma i conti tornano e ogni accordo politico è possibile quando si tratta di farlo sulla nostra pelle!
martedì 30 agosto 2011
Autonomia scolastica: quello che sarebbe dovuto essere e non è stato.
di Lucio Ficara. L’autonomia scolastica avrebbe dovuto migliorare e razionalizzare la partecipazione democratica delle varie componenti di una scuola , la gestione delle risorse economiche assegnate all’istituto scolastico e avrebbe dovuto migliorare e valorizzare anche la qualità della docenza. Avendo ormai maturato un’anzianità di servizio quasi ventennale, ed avendo vissuto totalmente il passaggio dal sistema scolastico centralizzato a quello autonomo, posso affermare, senza alcuna esitazione, che l’autonomia scolastica ha fallito il mandato per cui è stata nobilmente proposta. Aver generato la figura di un Dirigente Scolastico manager che si assume tutte le responsabilità in termini finanziari, gestionali, amministrativi non ha risolto l’atavico problema della ricerca del giusto equilibrio tra la gestione democratica e partecipativa e la gestione autoritaria e prevaricatrice. Si è dato un eccesso di potere anche di carattere sanzionatorio ai Dirigenti Scolastici e allo stesso tempo si è esautorato il collegio da molti compiti che prima gli erano assegnati. Si è fatto del Dirigente un piccolo “ducetto” che si sceglie i suoi collaboratori senza dover giustificare la sua scelta, mentre prima questi erano eletti democraticamente dal collegio. La legge 150/2009 stabilisce, tra le altre cose, le sanzioni disciplinari che un Dirigente può prendere direttamente nei confronti di un docente. Arma micidiale se messa nelle mani di persone instabili mentalmente o dal carattere semplicemente vendicativo e ossessivo. Il Dirigente Scolastico decide, senza doverne dare spiegazione, l’assegnazione dei docenti alle classi. Per cui se un genitore adirato per esempio con il docente di italiano e latino, facesse pressione sul Dirigente per fare spostare detto insegnante dalla classe frequentata dal figlio, il Dirigente, ipso fatto, può assegnare al docente un’altra classe e togliergli l’insegnamento nella classe dell’anno precedente e il docente non può obiettare. Per agevolare i compiti despotici del Dirigente Scolastico, il governo è intervenuto per via legislativa, annullando di fatto molte parti contrattuali e rendendo la scuola dell’autonomia sempre meno democratica e sempre più autoritaria. L’indebolire l’azione di controllo delle RSU, democraticamente elette da tutto il personale della scuola, e rafforzare in maniera abnorme i poteri dirigenziali ha generato un forte malcontento e un’aspra conflittualità nelle scuole. Gli auspici che l’autonomia scolastica si era posta nella legge 59/97 sono purtroppo oggettivamente e miseramente falliti. Bisognerebbe andare nella direzione opposta, riportando dentro le scuole la partecipazione democratica, individuando nella figura dirigenziale il docente più rappresentativo culturalmente e didatticamente. Invece i Dirigenti di oggi, sono in molti casi, i pessimi docenti di ieri, che di didattica non hanno mai capito nulla, ma sono solo bravi a bearsi del loro ruolo e del loro potere. Quale fiducia può avere in loro un collegio dei docenti? Come è possibile condividere convintamente la loro strategia di scuola? Questa di oggi non è più autonomia ma impura ed insana autocrazia. L'ultimo saluto all'Avvocato Flamminii!
Oreste Flamminii Minuto, avvocato penalista ed ex presidente della Camera penale di Roma, giudice aggregato della Corte Costituzionale, l’Avvocato che aveva difeso con successo, nelle aule di giustizia, centinaia di giornalisti e di editori, legando il suo nome ad alcune battaglie fondamentali per la difesa del diritto-dovere di informare, non ce l'ha proprio fatta a vincere la malattia e ieri... se ne è andato! Nell'incontro che abbiamo avuto con l'Avvocato in Via Rodi prima dell'estate, erano evidenti nel fisico i segni della sua sofferenza, ma li dimenticava discorrendo amabilmente, e con altrettanto garbo e leggerezza li faceva dimenticare a noi altri, in virtù di una straordinaria, contagiosa passione professionale e civile. L'Avvocato Flammini ci ha lascito all'età di 79 anni. Via Rodi al civico 32, studio e abitazione romana di Oreste Flamminii Minuto, era diventato il punto di riferimento, l'ancora di salvezza di quei giornalisti bisognosi di una tutela legale competente, onesta e responsabile, soprattutto dei freelance privi di un editore 'forte', pronto a coprire loro le spalle da querele quasi sempre infondate, ma comunque onerosissime! Strenuo difensore della libertà d'informazione e di stampa, la sua voce rimarrà sempre impressa nella memoria di tutti e di quanti come noi lo stimavano starordinario paladino delle libertà individuali. Come tutti i personaggi di spicco, egli aveva un gran carattere e non faceva sconti a nessuno pur di tenere fede alle sue idee sul processo, sul diritto e sulla libertà d'informazione: depenalizzazione della diffamazione, in linea con quanto avviene nelle democrazie più rispettose dell’informazione; annullamento delle forme attuali di risarcimento del danno, devastanti nel loro impatto; effettività vera della rettifica, perché la modifica della legge sulla diffamazione non può certo significare impunità per i giornalisti che sbagliano. Questo era l'Avvocato Oreste Flamminii Minuto. Senz'altro il migliore! Per queste ragioni resterà sempre nei nostri cuori. Addio Avvocato, non ti dimenticheremo!lunedì 29 agosto 2011
Il coraggio di essere liberi!
di Adriano Frinchi. Vent’anni fa, alle 7.45 del 29 agosto 1991, cinque pallottole mettevano fine alla vita di Libero Grassi, l’imprenditore palermitano che non si era piegato al racket. Il piombo mafioso non poté però arrestare il percorso di liberazione che Libero Grassi aveva avviato con la sua coraggiosa denuncia della violenza mafiosa: dopo Grassi tanti altri imprenditori e commercianti hanno trovato il coraggio di ribellarsi al giogo delle estorsioni, la magistratura ha iniziato ad indagare gli imprenditori che non denunciano i propri aguzzini, e qualche associazione produttiva ha preso l’iniziativa di espellere gli iscritti accusati di connivenza. E’ cambiato tanto in Sicilia da quel terribile mattino di fine agosto, ma c’è ancora tanto da fare perché in troppi non riescono ad uscire dall’incubo del pizzo. Ricordare Libero Grassi significa dare luce a quanti ancora sono avvolti nelle tenebre della violenza e della paura, significa ricordare a tutti e a ciascuno che libertà, coraggio e onestà possono cambiare Palermo, la Sicilia, l’Italia e il mondo intero. Ecco perché vale la pena rileggere e tenere sempre presenti le parole nude e forti, rivestite dell’ironia dei miti, che l’imprenditore palermitano rivolse ai suoi aguzzini dalle pagine del Giornale di Sicilia il 10 gennaio 1991: "Caro estortore, Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al ‘Geometra Anzalone’ e diremo no a tutti quelli come lui."La moto è femmina!
di Valentina. Com’era la storia? Donne e motori, gioie e dolori? Niente di più falso. Ora il gentil sesso non si limita ad amare la moto, ma si diverte a possederla e ad usarla, dopo averla scelte con cura. Sono lontanissimi ormai i tempi in cui molte ragazze iniziavano a salire in moto per accompagnare fidanzati e fratelli. Ora hanno detto basta e si sono ritrovate con le mani sul manubrio a sfrecciare tra le curve. E i costruttori si sono dati da fare per offrire moto sempre più fruibili per la clientela femminile. Anche in moto si può essere eleganti, seducenti e sexy... e i produttori di accessori per moto lo sanno benissimo! Non solo è pensiero comune tra gli uomini, ma anche tra le donne che il binomio donne e motori è un binomio altamente passionale. Diciamo che gli uomini preferiscono le donne seminude sulla moto ferma. Occorre vedere come la donna vede questo inscindibile legame con la moto. La sensazione comune alle donne, nel cavalcare una moto, è simile a un incontro erotico, perchè la moto si cavalca come un amante e la si sente vibrare sotto le gambe, si possiede nel guidarla. Ma nell'ambito delle convinzioni femminili c'è dell'altro, infatti sentire il motore che sale di giri, la velocità sostenuta, percorrere una curva in modo perfetto produce nelle donne motocicliste una scarica di adrenalina simile a quelle di un incontro erotico. Le donne si comportano con le moto e con l'uomo nella stessa maniera, guardano una moto allo stesso modo in cui guardano un uomo, sono euforiche nei confronti dell'uomo se non lo vedono da molto tempo lo stesso fanno con le moto. Ecco che ritorniamo a parlare di donna moderna o in questo caso di donna del futuro, in fatti il sesso debole vede in questo binomio un senso di potere, di dominio. Io ho la moto da ...Dio, fammi prendere la calcolatrice... 23 anni! Io amo la libertà che ti da la moto, l'indipendenza, l'energia, la forza. E' fantastico! E tutti voi motociclisti, lo sapete, no? La paura della prima volta che sali in sella, è pure elettrizzante! Il fatto di essere femmina alcune volte penso mi abbia salvata da uno schiacciamento di balle clamoroso... penso che non sia un particolare da poco! Di portarmi i trucchi appresso mentre viaggiavo in moto non mi è mai pesato più di tanto... in fin dei conti un mascara porta via lo spazio di una matita. Molto più 'ingombrante' è... quella volta al mese quando effettivamente le forze sono un pò meno e gli assorbenti ingombrano lo zaino... ma va beh, si sopravvive! Altrimenti che dire? E' una vera goduria! Penso di non aver mai usato la moto per rimorchiare un ragazzo, ma una volta mi è capitata l'occasione, e lì per lì ho ringraziato Dio di avermi fatto motociclista. Il flirt non è andato comunque a buon fine, ma non è stata colpa della moto... almeno penso. Se sono in un gruppo di motociclisti, mi devo adattare. Normale, no? Non si può essere in perfetta sintonia con tutti, ma la moto ancora una volta viene in aiuto e trascina tutti giù o su per un colle, quindi alla fine è sempre divertente. Andar da sola è stata la mia specialità preferita. Orgogliosa e fiera, fuori città e in città, sotto la pioggia e sotto il sole, facendo le mie cazzate (tipo quella volta che ho grippato perchè mi ero scordata per l'ennesima volta di controllar il livello dell'olio!!!) e le mie imprese epiche felici (velocità, viaggio, scoperta e avventura!). Adesso sono sposata e mio marito, che è il motociclista che mi ha spinto a scrivere oggi, è anche la persona con la quale mi piace di più andare in giro in moto. Ognuno sulla sua se si tratta di un viaggio! Se si tratta di un piccolo spostamento in città, possiamo usare sia la mia che la sua e ci fidiamo l'uno della guida dell'altro/a. Un risvolto molto divertente del nostro esordio da compagni di moto è stato quando anni fa sulle gole del Verdon, dopo una tirata micidiale nella quale mi sono messa in testa, mi si è accostato e mi ha detto "ma sei scema? ma a quanto vai!? vuoi che ci ammazziamo?"...e io, giuro, mi stavo preoccupando di essere una lumaca e che lui si potesse rompere a venire in giro con me. Insomma ho tirato il fiato... non ero una lumaca (!!) e certo non avevo nessuna intenzione di fare del male nè a me nè a lui. Cosi abbiamo proseguito godendoci la nostra luna di miele. Ah, ah, molte volte si pensa una cosa, e in realtà è tutta un'altra. Meno male che c'è modo di parlarne! Adesso aspettiamo una bimba e quindi non mi va di guidare la mia moto. Riprenderò dopo aver partorito. Mio marito ha lanciato l'idea del sidecar cosi che ci possiamo portare appresso la nostra piccolina. A me sembra un'ottima idea! Mah, tempo al tempo e vediamo se riusciamo a conciliare anche questa fase. Ciao a tutti!!!
Consumi: Nord in ripresa, Sud in ritardo!
Stipendi e pensioni ai minimi storici, prezzi alle stelle, è inevitabile che poi si spenda meno: "La debolezza dei consumi a livello pro capite, complice il biennio di crisi 2008-2009, lascia prevedere un rallentamento generalizzato dell'uscita dalla crisi tanto che, a fine 2011, ben 17 regioni su 20 rischiano di registrare un livello di consumi inferiore a quello del 2000". La previsione è della Confcommercio, secondo cui, "in una prospettiva di più lungo periodo, nel 2017, il Mezzogiorno avrà acuito il suo ritardo con una continua riduzione della spesa per consumi rispetto al totale nazionale". In particolare, negli ultimi anni si è ridotto il contributo del Sud in termini di consumi rispetto al totale nazionale con una quota che è passata dal 27,2% del 2007 al 26,6% del 2011. Positive, invece, le dinamiche delle regioni settentrionali con quote in costante aumento sia nel Nord-Est (dal 21,8% al 22,2%) che nel Nord-Ovest (dal 30,1% al 30,6%). Alle deboli performance del Mezzogiorno si associano anche gli effetti del calo demografico registrato in quest'area (la quota della popolazione sul totale nazionale è scesa dal 36,4% del 1995 al 34,4% del 2011) che hanno determinato il protrarsi del calo dei consumi anche nel 2010. A livello di singole regioni, nel 2009 tutte fanno registrare una contrazione dei consumi in termini reali con picchi in Calabria (-4,2%), Puglia (-3,6%), Sicilia (-3,2%) e Campania (-3,0%), mentre nel 2010 solo il Nord-Est ha recuperato i livelli di consumo pre-crisi. "In ogni caso, al di là delle differenti dinamiche dei consumi che evidenziano una maggiore debolezza delle regioni meridionali confermando i divari territoriali presenti nel Paese, a livello generale", afferma Confcommercio, "va segnalato il tentativo delle famiglie di recuperare i livelli di consumo persi nel biennio recessivo anche se le previsioni per il 2011 sull'intero territorio restano modeste con un +0,8%" . Il fenomeno, spiega Confcommercio, rispecchia "oltre alle dinamiche registrate dalla spesa delle famiglie nelle diverse macroaree, anche gli effetti dei fenomeni demografici". Tra il 1995 ed il 2011 è, infatti, diminuita in modo significativo la quota della popolazione residente nel Mezzogiorno (dal 36,4% al 34,4%). Un ruolo di rilievo è giocato anche dalla propensione al consumo, cioè la frazione di reddito disponibile destinata a spesa per consumi. Nel caso dell'analisi territoriale si tratta di un'indicazione approssimata, in quanto i consumi sul territorio si riferiscono anche alla spesa effettuata da soggetti (i turisti, per esempio) che non hanno percepito il reddito disponibile cui i consumi sono rapportati al consumo. Questa distorsione è mediamente non grave. Nel 2007 il rapporto tra consumi sul territorio e reddito disponibile delle famiglie consumatrici si approssimava nel Mezzogiorno al 95%, con margini ridotti per un suo aumento, mentre nel Nord-Est il valore era pari a poco più dell'88%. Particolarmente articolato sotto il profilo regionale è risultato l'andamento dei consumi nel 2010, anno in cui solo nelle regioni del Nord-Est sono stati recuperati i livelli del 2007. Solo nel 2011 la spesa delle famiglie dovrebbe tornare a registrare una dinamica positiva su tutto il territorio italiano, senza peraltro mostrare la presenza di processi espansivi di apprezzabile entità. Considerando i consumi reali rapportati alla popolazione, emerge come la loro dinamica sia da troppo tempo troppo esigua. Posti pari a 100, per ciascuna regione, i consumi per abitante nel 1995, si rileva come complessivamente nel 2007 questo indicatore sia aumentato di poco meno di 14 punti percentuali, un risultato quasi completamente acquisito nella seconda parte degli anni '90. Infatti, tra il 2000 e il 2007, la crescita dei consumi pro capite è praticamente nulla (l'indice per l'Italia passa da 112,7 a 113,8, con una variazione dell'1% cumulato su sette anni). Dopo la recessione, che ha determinato un brusco ridimensionamento dell'indicatore nel biennio 2008-2009, l'uscita dalla crisi risulta particolarmente lenta, non permettendo alle famiglie di tornare entro il 2011 sui livelli di consumo sperimentati nel 2007. Per evidenziare le implicazioni prospettiche degli attuali insufficienti ritmi di crescita dei consumi, è stato proiettato al 2017 il tasso medio di variazione osservato e stimato tra il 2008 e il 2011 per i consumi regionali complessivi. Allo stesso modo sono state proiettate le tendenze attuali della variazione della popolazione residente regione per regione. Date le suddette ipotesi, il ritardo del Mezzogiorno si acuirebbe. Non soltanto la popolazione crescerebbe a un tasso medio dello 0,2% rispetto allo 0,4% del Nord e allo 0,5% del Centro, ma i consumi pro capite ristagnerebbero, a fronte di un pure esiguo incremento della spesa reale per la media Italia pari allo 0,6% . Lettera aperta di 75Manager alla Politica.
di Settantacinque manager. La manovra in discussione in questi giorni è un provvedimento segnato da un forte carattere di iniquità e da un potenziale recessivo, e appare del tutto insufficiente ad avviare a soluzione i problemi strutturali del Paese. In Italia si tassa troppo il lavoro e poco la rendita, in tutte le sue forme. Per tornare a crescere bisogna invertire completamente questa tendenza che è illiberale e va contro chi produce ricchezza. Molte proposte sarebbero da fare, specie sull’abbassamento dei costi dello Stato e sulla necessità di accelerare la realizzazione delle infrastrutture che possano favorire lo sviluppo economico del Paese (pensiamo solo, come esempio, al tema della banda larga e del wi-fi), ma riteniamo che in questo momento poche modifiche chiare si impongano da subito e senza indugi a questa manovra sul lato delle entrate fiscali. La manovra presenta senz’altro alcuni spunti positivi, a partire dalla tassazione al 20% delle rendite e dai provvedimenti per una maggiore flessibilità del lavoro che possono rivelarsi utili alla crescita e a una maggiore equità, purché accompagnati da adeguate rimodulazioni del welfare che supportino in particolare le generazioni più giovani. Riteniamo, invece, sbagliato e ingiusto il «contributo di solidarietà» (leggasi un aumento della tassazione) che deve essere tolto dalla manovra senza indugi, perché grava su una fascia di persone che già pagano molto, non solo nel confronto con altri Paesi industrializzati, ma anche rispetto alla qualità dei servizi, delle prestazioni e agli investimenti effettuati dallo Stato. Qualora le forze più responsabili non riescano in Parlamento a modificare questo ulteriore innalzamento della tassazione sul lavoro, invitiamo deputati e senatori a prendere quantomeno in esame l’esperienza inglese, inserendo per i redditi alti (per esempio, in Italia, con imponibile oltre i 300.000 euro annui) la possibilità di annullare gli aggravi di imposta previsti dalla manovra a fronte di investimenti nella creazione di nuove società o in fondi che investono nella creazione di nuove società (il cosiddetto venture capital). Bisogna tornare a mettere al centro dell’azione l’impresa e la crescita delle imprese e non la rendita. Riteniamo, inoltre, che si debbano prendere in considerazione i seguenti punti per offrire davvero un segnale significativo di serietà fiscale, tanto ai cittadini quanto ai mercati:
1. Intensificazione della lotta all’evasione fiscale “micro”, che in termini aggregati rappresenta un fenomeno particolarmente esteso, attraverso il ripristino delle misure sulla tracciabilità degli assegni, un’ulteriore riduzione a mille euro delle transazioni in contante e l’introduzione dell’obbligo della moneta elettronica per le transazioni superiori a 300 euro, utilizzando eventualmente Poste Italiane e/o Banco Posta per dotare gratuitamente le persone più anziane e/o deboli di carte elettroniche di pagamento.
2. Innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni per tutti, uomini e donne, essendo questo uno dei pochi provvedimenti di risanamento strutturale della finanza pubblica.
3. Reintroduzione dell’Ici, con una forte deduzione sulle prime case non di pregio. L’Ici rappresenta, infatti, una tassa necessaria ai Comuni per svolgere servizi fondamentali ai Cittadini, pienamente coerente con l’indirizzo “federalista” e particolarmente efficace nella riscossione poiché legata alle “cose”. Perché abolirla?
4. Innalzamento dell’Iva di un punto percentuale, vincolando il gettito aggiuntivo all’abbattimento del debito pubblico. In Germania questa misura è già stata adottata senza alcuna conseguenza sull’inflazione né sui consumi.
Distinti saluti.
I firmatari: Carlo Accornero, Giorgio Ambrogioni, Livia Amidani Aliberti, Anna Maria Artoni, Luciano Balbo, Alessandro Balp, Sylvia Bartyan, Orlando Barucci, Riccardo Battaglia, Piero Bendoni, Paolo Bertolino, Cosimo Bisiach, Fausto Boni, Giovanni Bovio, Salvatore Bragantini, Cesare Buzzi-Ferraris, Pia Maria Calabresi, Davide Canavesio, Amedeo Carassai, Cosimo Cardone, Valentina Carella, Gabrio Casati (nome collettivo degli autori del libro Luigini contro Contadini – il lato oscuro della Questione Settentrionale), Mario D’Urso, Rodolfo De Benedetti, Marco Farina, Pietro Fioruzzi, Fulvio Fornaro, Alessandro Fracassi, Andrea Francesconi, Marcello Giustiniani, Alessia Glaviano, Roberta Guaineri, Andrea Guerra, Federico Lalatta Costerbosa, Stefano Landi, Maurizio Lauri, Giovanni Lombardi, Maura Magioncalda, Massimo Malvestio, Francesco Manna, Riccardo Martinelli, Lorenzo Mauri, Maurizio Mauri, Vincenzo Melluso, Oronzo Gaetano Milone, Luca Moroni, Pietro Musolesi, Alberto Musy, Alberto Nanni, Gabriella Pagliani, Auro Palomba, Alessandro Pasquarelli, Chiara Passalenti, Francesco Perilli, Marco Pescarmona, Bruno Prevedello, Ugo Runci, Marco Samaja, Ottaviano Sanseverino, Giuseppe Scassellati, Corrado Sciolla, Alfredo Scotti, Massimiliano Sforzini, Jacopo Silva, Daniele Sottile, Maria Cristina Storchi, Filippo Szego, Andrea Tavecchio, Chicco Testa, Alberto Toffoletto, Pier Giuseppe Torrani, Stefano Venier, Guido Roberto Vitale, Nicola Vitale, Cristiana Vanda Zavoianu.
Il terrore di restare senza pensione fa brutti scherzi.
di Giorgio Ferrari. Eh … già …! Tempi difficili per il futuro, che è diventato amaramente prevedibile se si guarda, in particolare, al discorso pensioni. Il terrore di rimanere privi di mezzi, proprio nel momento in cui non si è più in grado di procurarseli, ha spinto molte persone a “pensarci prima”, cercando soluzioni precauzionali volte ad accantonare una riserva di denaro finalizzata ad integrare quel che resterà della pensione di anzianità derivante dal duro lavoro di una vita. Non tutti, però, sono arrivati a determinarsi autonomamente: per molti il problema della pensione integrativa è stato d’un tratto sollevato da un sedicente amico o parente (in realtà un promotore finanziario o qualcosa del genere!), che forte del rapporto di fiducia, perdurante magari da anni, ha, dapprima, insinuato (o rafforzato) il dubbio circa l’assoluta necessità di costituire un fondo integrativo della normale pensione e, poi, persuaso più o meno subdolamente il malcapitato alla stipula di una polizza vita o similari. Il principio di fondo, in teoria, non appare sbagliato, anzi sembra proprio la soluzione giusta per ridimensionare l’ansia costante generata dall’incertezza sul proprio avvenire: una specie di attuazione del modello suggerito dalla bella favola della 'Cicala e della Formica'! In realtà l’affare si rivela sicuramente vantaggioso per la Banca/Assicurazione e i suoi agguerriti promotori, ma non altrettanto per il futuro beneficiario della polizza, che lungi dal ritrovarsi a distanza di anni un bel capitale rivalutato, si ritrova, invece, con un ronzante pugno di mosche. Presentata, infatti, come rimedio sicuro e senza costi aggiuntivi da uno pseudo consulente qualificato “familiare”, il prodotto di turno frutta inizialmente abbastanza bene, finché, dopo qualche anno e quando oramai il capitale versato è divenuto piuttosto consistente, ricompare l’amico o parente di prima (o per alcuni quasi un parente acquisito!) ovvero un suo sostituto/successore (l’altro si è stranamente volatilizzato senza motivazioni plausibili) che propone una modifica della polizza anzi tempo sottoscritta. La variazione viene caldamente consigliata e incoraggiata in quanto - a suo dire - oltremodo vantaggiosa. Così cambia il nome (e le condizioni ) del contratto, che solitamente passa da investimento di tipo più o meno prudente a investimento con profilo intraprendente e dinamico (che tradotto, in realtà, significa: totalmente in balia dell’andamento delle borse e dei mercati azionari!). Naturalmente i rischi elevati di questo tipo di strumenti non vengono minimamente accennati all’ignaro cliente, che, con la scusa del crollo dei mercati a livello mondiale e della crisi economica, si ritrova ben presto in perdita. Giunto il momento dell’attesa riscossione di quanto faticosamente accantonato in anni di sacrifici e rinunce (per riuscire comunque a versare il premio stabilito) scopre invece che non riscatta neppure il capitale versato, andato letteralmente in fumo e colato a picco insieme ai titoli azionari cui lo stesso era strettamente collegato. Forse, a questo punto, più doloroso ancora della perdita economica è il “tradimento” operato da quel consulente familiare, che avrebbe dovuto avvertire dei rischi connessi al prodotto ma, consapevolmente, non lo ha fatto; tradimento di chi, conoscendo le motivazioni del cliente e i suoi obiettivi finali (semplicemente integrare la pensione di anzianità), avrebbe dovuto consigliare strumenti più cauti e sicuri, avvertendo quanto meno il risparmiatore dell’incertezza assoluta circa il recupero del capitale versato. La beffa, inoltre, fa si che la Società (Banca o altro istituto) si disinteressi completamente del danno arrecato al consumatore, trincerandosi dietro un contratto debitamente firmato, nel quale si rimanda a condizioni generali e/o specifiche, da intendersi, pertanto, approvate contestualmente e per effetto della sottoscrizione della polizza ovvero della sua trasformazione in altro prodotto analogo o con coefficiente di rischio più elevato.
Ovviamente sul contratto non c’è scritto che la presa visione di tutti gli allegati, in realtà non è affatto avvenuta o, nel migliore dei casi, non è stata puntualmente spiegata o comunque analizzata con terminologia comprensibile al consumatore inesperto di finanza e relativi prodotti: anzi il contraente firma, in pratica, che accetta tutto indistintamente! Quello che, tuttavia, può apparire a primo acchito come uno scacco matto per il consumatore, in realtà potrebbe non essere così scontato: occorre mettere queste società, dai comportamenti e dalle prassi, spesso, ben poco trasparenti, di fronte alle proprie responsabilità e rivendicare il proprio diritto a poter fare affidamento sulla competenza e soprattutto correttezza degli operatori del settore, chiedendo giustizia e ristoro per tutti i danni ingiustamente subiti. Del resto, non si parla di noccioline, ma di vita e futuro!
Se arriva Montezemolo...
di Lidia Ravera. Ho accolto con trepidazione la nascita del primo “pre-partito” di questa nostra Italia che secerne fondazioni e associazioni come se sudasse. Si tratta di un pool di padroni che, avendo smarrito anche l’ultimo briciolo di fiducia nelle capacità di Berlusconi di lavorare anche per loro, hanno deciso di arrangiarsi da soli. Scenderanno “in campo”, operazione fra le più quotate nella borsa come nella vita, sotto la guida di Cordero Luca di Montezemolo. Finanziariamente cammineranno sulle gambe (calzate Tod’s) di Diego Della Valle. Teoricamente su due belle teste sottratte a D’Alema (Rossi & Romano). Politicamente su 30mila benestanti, scelti con cura fra i delusi di destra (purché non troppo ignoranti) e i delusi di sinistra (purché non troppo sfigati). Per il ruolo di responsabile delle risorse umane pare si sia proposto Marchionne, un nome una garanzia. Le sedi, spalmate sul territorio nazionale, saranno arredate con gusto e ogni sede avrà la sua “voce”, portata da imprenditori, figli di imprenditori e presidenti. Avendo da perdere assai di più di una dotazione di catene, si spera che si diano da fare, per partorire l’“Italia Futura”. Suggestiva la sigla: If, particella ipotetica all’inglese. Alemanno fischiato al concerto di Marco Masini a Ostia!
Grande serata sul litorale romano con lo spettacolo pirotecnico in Piazza Santa Monica ad Ostia dove ieri si è esibito Marco Masini in concerto nell’ambito della Festa in onore di Sant’Agostino patrono e Santa Monica. Bellissima la serata, bellissime le canzoni di Marco che ad un certo punto ha invitato il sindaco Gianni Alemanno a salire sul palco. Non l’avesse mai fatto!!! Una bordata di fischi ed insulti si è rovesciata sul primo cittadino di Roma. Grandissimo l’imbarazzo! Immediata la fuga del sindaco e del suo 'codazzo'! La kermesse era già cominciata con qualche mugugno da parte della folla, tutta rigorosamente in piedi, per una sorta di “pollaio dei Vip lidensi” allestito con tanto di transenne e ‘poltroncine riservate’ proprio sotto il palco. Lo stesso Marco Masini, rivolgendosi ai suoi fans tra un pezzo e l'altro, ha detto: “Ma dove vi hanno messo, troppo lontani…. Non vi sento!”. Sul finire del concerto e dopo la “benedizione” della folla a Gianni Alemanno - ma al suo posto chiunque ci fosse stato non avrebbe ricevuto trattamento migliore, tanta è la sfiducia che la cittadinanza nutre nei confronti della classe dirigente capitolina e nazionale - il “recinto” è stato aperto e i fans del cantautore fiorentino si sono lanciati addirittura fin sopra il palco! Come al solito una pessima figura da parte della politica ormai troppo lontana dalla genteperbene di questo Paese e che, invece di esporsi in cerca di improbabili consensi, farebbe meglio ad anadre a nascondersi, e una cattiva organizzazione dell’evento. Nel complesso, però, una bella serata di musica, peccato per queste stonature….venerdì 26 agosto 2011
Domani non si gioca... e lo chiamano sciopero!
I calciatori non ci stanno a pagare ti tasca loro il “contributo di solidarietà” e... scioperano! Loro se ne fregano della crisi economica. Loro dall'alto di yacht faraonici e di ville megagalattiche, loro con tutte quelle veline e velone che gli razzolano intorno, loro con i conti correnti che trasudano soldi dappertutto, se ne fregano di contribuire a risanare il debito pubblico. Che paghino i tifosi!!! Del resto in questo grande paese "il conto" non lo paga sempre e soltanto il popolo lavoratore? Che allora paghi per i calciatori il popolo dei tifosi! Se fossimo davvero "un popolo" gli daremmo una bella lezione a lorsignori disertando gli stadi e dando disdetta alla Pay-Tv che ci propina a suon di milioni questi quattro tira pedate in braghe di tela! I mercenari del pallone, i milionari della pedata, se ne fregano dei tifosi e della squadra: stanno sempre lì, pronti con le valigie in mano, per ‘darsi’ al migliore offerente! Pensano soltanto alle loro tasche e noi poveri allocchi ci illudiamo che i calciatori, i nostri idoli in mutande, giochino per i colori del nostro amato e glorioso club o per regalarci la gioia di un gol! Macchè, loro scendono in campo - un rettangolo o un emiciclo, la forma non cambia la sostanza!!! - solo per guadagnare e certo anche per vincere, ma vincere per loro stessi, mica per noi! I calciatori campano sulle nostre spalle esattamente come fanno i politici! Noi pensiamo che scendono in campo per darci emozioni, per portare in alto i nostri colori, per realizzare i nostri sogni e aiutarci a scaricare le nostre frustrazioni! Noi ci immedesimiamo nelle loro gesta sportive e anche quando in campo se la passeggiano, urliamo, cantiamo e soffriamo. Se poi si perde una partita siamo pure capaci di passare la notte in bianco. Loro... in discoteca! Noi ci scanniamo, sbraitiamo, soffriamo, litighiamo e a volte veniamo pure alle mani, divisi come siamo tra romanisti e laziali, destra e sinistra. Loro fanno casta, e si spartiscono tutta la torta! E quando gliene tocca una fetta di meno... proclamano lo sciopero, ma non sanno neppure di cosa parlano!!! Lo sciopero è un diritto sacrosanto, ma dei lavoratori!!! E allora diamogli una bella lezione a questi signori della casta: stadi vuoti e urne deserte! Almeno per una volta facciamo il tifo per noi stessi! Basta deleghe in bianco! ...a proposito di Stadio!
Dopo la meravigliosa poesia dedicata a Marco Pantani, campiome delle due ruote tragicamente scomparso, oggi arriva in radio e nei negli "store digitali" il singolo "Gaetano e Giacinto" degli Stadio, brano che anticipa l'uscita (prevista per il 27 settembre) del loro nuovo album di inediti dal titolo "Diamanti&Caramelle", che esce dopo più di due anni dal precedente ("Diluvio Universale"). Scritta dagli Stadio per ricordare (Gaetano) Scirea e (Giacinto) Facchetti, la canzone rievoca due storie italiane di provincia salite alla ribalta del calcio mondiale; è il tributo a due grandi campioni "silenziosi", a due uomini, a due icone per le tifoserie di Juventus e Inter - ma anche per tutti gli appassionati di calcio - che "con un solo passaggio uniscono milioni di gente", come recita il testo, "due tipi che parlano piano", "che parlano niente"... "Il legame con due personaggi come Scirea e Facchetti è bene impresso nella mia memoria", dice Gaetano Curreri, leader degli Stadio. "Per l'amore che ho per il calcio, mi è sembrato bello raccontare le loro storie che "nascono dal basso", dalla vita vera di periferia. Le storie di quei calciatori "veri", che riescono a fare di un sogno la loro realtà. Sono campioni che aiutano i bambini a sognare e che oggi vanno riscoperti: Facchetti e Scirea sono punti di riferimento ideali". Gli Stadio e Emi Music Italy hanno deciso di devolvere la loro parte di proventi derivanti dalla canzone alle fondazioni dedicate ai due indimenticati campioni. Da "Gaetano e Giacinto" è stato tratto anche il videoclip realizzato dal regista Paolo Marchione e girato sul campo di calcio del Tufello, quartiere popolare romano caro a Pier Paolo Pasolini, tra la sabbia nera e sotto il solleone di un pomeriggio d'estate, interpretando lo spirito che ha ispirato il progetto. Gli Stadio non sono nuovi a canzoni del genere, hanno raccontato gia' altre storie e altri personaggi "paralleli" dello sport, a volte "celebrandoli" altre "guardando dietro la celebrita'": "...e mi alzo sui pedali" (nel 2007, per il ciclista Marco Pantani); "Ma se guido una Ferrari" (nel 1995, sul mito del cavallino rosso); "Doma il mare il mare doma" (nel 2000, per Diego Armando Maradona). "Non amiamo i calciatori con i cerchietti in testa, pieni di tatuaggi, che si fidanzano con le veline, sinceramente non ci appassionano", continua Curreri, "ognuno puo' far quello che vuole ma il calcio deve ritrovare una propria armonia e condivisione, sobrietà, serenità, direi autorevolezza, anche nella figura del calciatore, che si è un po' smarrita ultimamente, perdendo di conseguenza tutta una serie di valori. Non che i calciatori debbano essere per forza dei modelli, anzi, tutt'altro, ma, se hanno cominciato calpestando la terra di campi improbabili, non devono dimenticare mai il sudore e la fatica per realizzare un sogno...". Un'estate bruciante!
di Roberto Zadik. Una Monica Bellucci senza veli è la protagonista del nuovo film "Un'estate bruciante", in programma il 2 settembre al prossimo Festival di Venezia. La splendida attrice umbra, che non dimostra assolutamente i suoi 47 anni, è al centro di una trama molto intensa che, diretta da Philippe Garrel, di certo non passerà inosservata. Stando a quanto affermano le prime "voci di corridoio", la Bellucci, che nel film si chiama Angèle, reciterà in una lunga scena di nudo. Dramma ed erotismo s'intrecciano nel lungometraggio del regista francese 63enne che racconta il travagliato rapporto fra la donna e un pittore dalla vita sentimentale molto tormentata, in cerca della felicità dopo la separazione dalla moglie. Garrel non è nuovo alle storie drammatiche e nella sua lunga carriera di regista e attore è diventato famoso in patria e all'estero, oltre che per la sue pellicole sempre profonde, anche per la relazione con Nico, l'affascinante cantante tedesca dei Velvet Underground, storica band capitanata dal leggendario Lou Reed. Tornando al film, la pellicola è in linea con le atmosfere della kermesse che, in particolare quest'anno, abbonda di storie a sfondo erotico. Qualche esempio? Nel film "Shame" diretto da Steve McQueen, (omonimo del mitico interprete scomparso nel 1980) l'attore Michael Fassbender si spoglia in più di una sequenza e fra i tanti titoli "piccanti" c'è anche "A dangerous method" diretto dal maestro dell'horror David Cronenberg. Dopo aver sconvolto il suo pubblico con pellicole inquietanti e torbide come "Crash" o "La mosca" il regista canadese si presenta con questo film che racconta il triangolo erotico fra i due giganti della psicanalisi Sigmund Freud (interpretato da Vigo Mortensen) e Carl Gustav Jung (nei suoi panni, sempre Michael Fassbender) con la bellissima paziente-amante Sabina Spielrein (Keira Knightley). La passione fra la Spielrein e Jung era già stata oggetto del film "Prendimi l'anima" diretto da Roberto Faenza. Sono davvero tanti i titoli maliziosi di questa 68esima edizione del festival e fra questi non si possono dimenticare "The invader" dove la bella Stefania Rocca ha una relazione piena di passione con un immigrato africano, oppure la rielaborazione in versione violenta di "Cime tempestose" di Emily Bronte diretta da Andrea Arnold. Le passioni divampano anche nel torbido "4:44 Last Day on Earth" l'ultima creazione di Abel Ferrara, regista dalle atmosfere inquietanti, che ha scelto per l'occasione Wilem Dafoe, già visto in "Body of Evidence" e Shanyn Leigh, che è stata legata sentimentalmente a Ferrara per lungo tempo. Dal 31 agosto dunque le sorprese non mancheranno di certo e ci sarà solo l'imbarazzo della scelta fra titoli e trame di ogni genere e Paese. Infatti accanto a produzioni francesi e statunitensi , come l'attesissimo "The Ides of March" del vulcanico e versatile George Clooney, o "Wilde Salomè" con un'icona del cinema come Al Pacino ci saranno anche film che vengono da lontano. E' il caso dell' australiano "Hail" di Amiel Courtin Wilson, e il greco "Alpis" di Yorgos Lanthimos che mischia amore e morte. Cgil: Lettera aperta a Cisl e Uil.
di Segreteria Nazionale CGIL. Cari amici di Cisl e Uil, usiamo una forma inusuale, ma sicuramente la situazione non è ordinaria, per porvi pubblicamente qualche domanda, per ritrovare qualche coerenza nelle scelte del sindacato confederale in una fase così difficile. La situazione che stiamo attraversando, è molto grave, la crisi mondiale spiega solo in parte il nostro Paese, che è in forte declino ed ha alle spalle tre anni, persi dal Governo a negare la crisi. Il giudizio sulla negazione della crisi ed i provvedimenti sbagliati, l’ossessione del Governo per la rottura dell’unità sindacale, ci hanno visto divisi in questi anni, in particolare, per l’operato del Governo sulle questioni del lavoro. Infatti, fin dalla terz’ultima manovra all’idea di difendere nelle pubbliche amministrazioni il potere contrattuale, quanto meno sulle problematiche organizzative e sulle condizioni di lavoro, si è da parte vostra preferito sostenere la legge 150 e la conseguente negazione della contrattazione. Ma fingiamo per un attimo che tutto ciò sia il passato, ora siamo di fronte ad una terza manovra, con caratteri di iniquità che pensavamo inarrivabili. E’ evidente, dai commenti degli ultimi giorni, che i giudizi sono - se possibile - ancora più distanti, leggiamo che avremmo dovuto aprire una discussione cauta, diplomatica. Vorremmo dirvi, che discussioni ne abbiamo fatte molte, sempre proposte da noi, ma efficacia ne abbiamo vista poca. Soprattutto, vorremmo sottolineare che siamo per le discussioni esplicite e trasparenti, che comunque sono meglio degli incontri 'clandestini e secretati' che contraddicono quanto si fa 'insieme' ed in 'pubblico'. Siamo alla ricerca di risposte, e ci scusiamo se utilizziamo un’intervista del Segretario Bonanni, il 12 agosto sul Corriere della Sera veniva dichiarato: “siamo sempre stati contrari ad ogni ingerenza del legislatore. Quelle norme hanno funzionato proprio grazie all’accordo tra le parti sociali. Se si ritiene che il mercato del lavoro debba essere ancora più regolato, la soluzione va ancora una volta ricercata tra noi. Con questo bipolarismo c’è il rischio che tutto diventi la tela di Penelope oggi il centro destra fa così, domani arrivano gli altri e cambiano…….e lo stesso discorso vale per qualsiasi eventuale, insensata modifica dell’art. 18”. Possiamo chiedervi cosa è cambiato il 13 agosto alla presentazione della manovra? L’art. 8 della manovra non è un attacco alla autonomia delle parti? Non è un tentativo di cancellare, perché cambia la gerarchia delle fonti, l’intesa del 28 giugno con Confindustria? Non è forse chiaro che trasformare l’art. 18 in materia contrattabile di non meglio identificate “rappresentanze sindacali operanti in azienda”, mina l’efficacia dell’articolo stesso? Non è forse evidente che una norma che non si basa sulla rappresentanza, e affida poteri su tutte le materie fuori dai contratti, è la proliferazione di qualunque forma di sindacalismo ed un attacco esplicito al sindacato confederale? Ed ancora, da quando una legge può rendere vigente retroattivamente un accordo sindacale separato e che prevede l’esclusione di una grande organizzazione sindacale? Non eravate voi che respingevate l’ipotesi che fosse la legge a definire il solo voto dei lavoratori perché lesivo della funzione delle associazioni sindacali? Abbiamo più volte discusso della necessità che sui costi della politica non si finisse nel qualunquismo e nella riduzione degli spazi di partecipazione, non possiamo dire che la manovra da invece una risposta demagogica perché taglia, senza neanche indicare i risparmi, Comuni e Province senza nessun criterio? Inoltre, si scaricherà sui cittadini (a reddito da lavoro dipendente e pensione) perché non agisce sull’efficacia, ma anticipa il federalismo fiscale a compensazione dei tagli agli enti locali previsti nella manovre. Altre domande ci vengono sull’accanimento sulle municipalizzate, sull’aggressione agli enti locali mentre nulla si dice sulle consulenze dei ministeri e sulle nomine politiche in sanità. Forse, nel frattempo, si fa strada l’idea dello stato minimo? Potremmo parlare di collocamento obbligatorio e dei reparti confino per i disabili? Abbiamo visto che sui lavoratori pubblici ci sono punti di sintonia, ma come portiamo avanti queste rivendicazioni? Come si fa a dire che i deboli sono risparmiati dalla manovra quando i tagli saranno tutti sui servizi? Certo ci vuole una vera riforma degli assetti istituzionali, si può fare una proposta comune e decidere di sostenerla? Delega assistenza e fisco, sappiamo, che è costruita per far cassa e non per abbassare la pressione fiscale? Possiamo ricostruire una piattaforma sul tema? Le fasi di divisioni sono difficili per tutti, bisogna governarle perché non si traducano in comportamenti inaccettabili e lesivi del dovuto rispetto reciproco, rispetto alle persone e alle organizzazioni. Pluralismo e democrazia richiedono innanzitutto rispetto, e la CGIL farà di tutto perché non venga meno, ma vorremmo suggerirvi che se la CGIL, in assenza di scelte unitarie, prende una decisione così seria come lo sciopero generale, lo fa perché guarda al Paese, ai lavoratori, ai pensionati. Non siamo abituati a guardare dal buco della serratura in casa di altri, ci aspettiamo lo stesso rispetto. Scusandoci per la schematicità, vorremmo ribadire che lo scopo di questa riflessione e di queste domande è l’incrollabile volontà di costruire una proposta ed un’iniziativa comune.Cellulite: se la conosci, la combatti!
La cellulite, o più propriamente la Panniculopatia Edemato Fibro Sclerotica (PEFS) colpisce indistintamente le donne, sia giovanissime che mature, sia in sovrappeso che magre, ed è un complesso di alterazioni del derma e dell’ipoderma (lo strato più profondo della cute) che interessa quasi esclusivamente il sesso femminile. Questo perché gli adipociti sono sensibili all’azione degli estrogeni (ormoni sessuali femminili) da cui vengono stimolati. Si tratta, quindi, di una vera e propria patologia, le cui cause possono essere endocrine, posturali e alimentari, o un insieme di esse. Proprio sull’origine e le cause della cellulite, oltre che sulle possibilità di cura, si sono confrontati pochi giorni fa – in occasione della seconda edizione delI’International Meeting dell’ISPLAD (International-Italian Society of Plastic-Regenerative and Oncologic Dermatology) – alcuni esperti dell’area della dermatologia e della diabetologia/endocrinologia, per ribadire l’importanza di un corretto approccio terapeutico e multidisciplinare al problema. “Sappiamo che la cellulite è un disturbo dell’impianto architettonico del tessuto adiposo – spiega il prof. Maurizio Bevilacqua, responsabile SSD Endocrinologia e Diabetologia all’Ospedale L. Sacco-Polo Universitario di Milano – che genera un aspetto particolare della cute sovrastante (il cosiddetto “skin dimpling” o “nodularity”) soprattutto nella zona dei glutei e delle cosce. Quello che ancora non è così noto è che, probabilmente, questo disturbo ha un’origine genetica, dovuto all’azione di particolari geni che regolano la corretta utilizzazione dell’ossigeno a livello tessutale”. La cellulite, infatti, si instaura nell’ipoderma, un tessuto prevalentemente adiposo al di sotto del derma. La cellulite è la risultante di un processo patologico che colpisce il tessuto connettivo sottocutaneo caratterizzato da un aumento del contenuto di acido ialuronico che incrementa la viscosità e l'idrofilia della matrice extracellulare (sostanza fondamentale). Le fibre connettivali (collagene di tipo I) si dissociano, ostacolando la microcircolazione locale e comprimendo le terminazioni nervose. Il tessuto connettivo si ispessisce e si instaura un blocco quasi totale della eliminazione dei cataboliti. Le fibre collagene ed elastiche formano una trama compatta che soffoca gli elementi vascolari e cellulari. Le cellule adipose dei lobuli subiscono aumento di volume e si aggregano, formando micro noduli che aumentando di dimensione diventano macronoduli. A fronte di un’origine fisiopatologica del disturbo, appare chiaro si tratti di un processo complesso, correttamente definito Panniculopatia Edemato Fibro Sclerotica (PEFS), come specifica anche la dott.ssa Piera Fileccia, specialista in Dermatologia e Venereologia a Roma: “innanzitutto la cellulite non va più considerata come una morfologia particolare del corpo femminile, dato che si tratta di una vera e propria alterazione del sottocute. Inoltre, la risposta terapeutica più efficace ad uno stato patologico è il trattamento con specialità medicinali. Principi attivi, quali l-tiroxina ed escina, migliorano consistentemente la struttura del tessuto adiposo e del microcircolo, potenziandosi reciprocamente. L’utilizzo percutaneo di creme a base di l-tiroxina non comporta, inoltre, alcun assorbimento sistemico, verificato dalla mancanza di variazioni apprezzabili dei livelli plasmatici ormonali”.Sempre addosso agli Statali!?
di Statali Indignati. Siamo stufi di pagare per tutti, di essere chiamati "FANNULLONI", di fare da capro espiatorio di colpe che non sono nostre e di pagare debiti per sprechi e ruberie altrui. Cambiano i governi, cambiano i ministri, ma la storia è sempre la stessa: se la prendono solo con il pubblico impiego! Siamo stufi di essere considerati la palla al piede del Paese. Il costo del lavoro nella Pubblica Amministrazione rappresenta soltanto il 25% della spesa complessiva. Perchè nessuno si domanda dove va a finire il restante 75%? Nel decennio 2000-2010 la spesa nella Pubblica Amministrazione - nonostante la 'Cura Brunetta' - è cresciuta del 52% e quella di comuni, province e regioni è triplicata! Sono raddoppiate le auto blu e i voli blu, triplicate le consulenze, i viaggi, le missioni, gli acquisti, le commesse esterne. Nel frattempo i parlamentari si sono aumentati lo stipendio del 15%! A fronte di tutto ciò, la busta paga dei 'colletti bianchi' - che almeno negli anni addietro aveva seguito seppure a stento l'inflazione programmata con rinnovi contrattuali prossimi alla 'questua' - adesso si è addirittura provveduto a "congelarla"!!! Ma nessuno si domanda il perchè. E' troppo comodo gettare la croce sui dipendenti pubblici. Ma è forse colpa di un lavoratore dello Stato a 1.200 euro al mese se c'è un dirigente ogni tre, quattro impiegati? E' forse colpa degli impiegati dello Stato se ad ogni cambio di ministro, di presidente di regione o di sindaco, il politico di turno si porta dietro il suo 'codazzo' strapagato? E' colpa di un semplice impiegato se nella Pubblica Amministrazione ogni tipo di lavoro, ogni tipo di commissione ed ogni sorta di consulenza costa tre, quattro, dieci volte il prezzo di mercato? E' colpa di un impiegato se nell'arco di un anno vengono ristrutturati i 'cessi' tre-quattro volte nello stesso posto di lavoro? E' colpa del singolo impiegato se il lavoro gli viene tolto per darlo a cifre da capogiro alle ditte esterne che hanno "aiutato" il politico a vincere le elezioni? CERTAMENTE NO! Ma il governo - dopo aver denigrato i suoi dipendenti chiamandoli "fannulloni", dopo aver umiliato i suoi lavoratori con l'Euro che ha dimezzato gli stipendi e triplicato il costo della vita - non interviene su sprechi e ruberie, ma 'congela' gli stipendi degli statali, allunga a "tempi cimiteriali" l'età pensionabile, concede la buonuscita ridotta e a rate come se non fosse un diritto maturato da anni di contribuzione, ma una somma concessione! Intanto 'loro' e quanti altri fanno parte della 'cricca' percepiscono stipendi faraonici e liquidazioni inaudite! Tanto poi, il conto di una crisi di cui non ha certamente colpe, lo paga sempre lo statale a 1.200 euro al mese!
Ogni volta che c'è da tagliare si pensa solo a noi: agli statali!
di Michele Ciervo Dipendente Ministero Interno. Caro Direttore, non sono mai stato un "fannullone". Sono uno dei tanti dipendenti ministeriali di fascia media (guadagno 1.500 euro al mese) che da più di venti anni fa ogni giorno il suo dovere, conciliando il lavoro in ufficio e la famiglia, in una città caotica e difficile come Roma. Ecco perchè provo un senso di frustrazione e una rabbia enorme per i provvedimenti del governo che, ancora una volta, colpiscono tanti lavoratori pubblici bravi, onesti, professionalmente preparati (sono la stragrande maggioranza, le assicuro). Non bastava già il blocco dei contratti dal 2009 fino al 2014, la visita fiscale anche per un giorno di malattia, il taglio degli straordinari, delle missioni e di tutte competenze accessorie. Adesso dovremo persino aspettare più di due anni per prendere la liquidazione, cioè soldi nostri, messi da parte nell'arco di una vita, con tanti sacrifici e rinunce. Conosco tanti colleghi al mio ministero che dopo quarant'anni di lavoro pensavano di impiegare la liquidazione per rinnovare i mobili o per estinguere il mutuo di casa. E' una mazzata per loro. Sappiamo che c'è da tirare tutti la cinghia in questo momento difficile per il nostro Paese. Avere il posto fisso di questi tempi è già una gran fortuna, rispetto a tanti lavoratori del settore privato disoccupati o in cassa integrazione. Ma questa 'fortuna' non può trasformarsi sempre in un accanimento nei nostri confronti. Dove vogliamo arrivare? Facciamo già tanta fatica ad arrivare alla fine del mese, con il mutuo da pagare, le bollette, l'assicurazione, la benzina che aumenta ogni giorno di più. E sa quanto ci danno ogni giorno come buono pasto? Sette euro netti, che alla fine dell'anno vengono pure tassati. Io che lavoro al centro di Roma, posso assicurarle che con quella somma non ci prendi nemmeno un tramezzino. Eppure ogni volta che c'è da tagliare si pensa solo a noi: agli statali! Per questo mi domando e le chiedo, Direttore: da quali menti così fantasiose sia potuto uscire ora un provvedimento che affida ai dirigenti più solerti e "risparmiatori" la responsabilità di elargire la tredicesima mensilità ai dipendenti pubblici? Ma perchè debbo pagare io se magari il mio capufficio non è all'altezza del suo compito? O per la negligenza di qualche collega lavativo? Non le pare assurdo sparare così nel mucchio? Spero che tutti i sindacati reagiscano a questa palese ingiustizia nei nostri confronti. Qual'è la ratio di questo provvedimento se non quello di una vendetta trasversale, di una specie di ricatto nei confronti dei dirigenti o degli amministratori locali che potranno scaricare su di noi l'incapacità a far quadrare i conti dello Stato? Riducessero ai politici, ai manager ed ai dirigenti la tredicesima e le ricche competenze accessorie! Siamo stanchi di pagare per responsabilità o colpe che non sono le nostre. Facessero davvero, non a parole, una seria lotta all'evasione fiscale, agli sprechi e alle ruberie, colpendo tutti quelli che anche quest'anno le ferie le stanno facendo in barche di lusso intestate a società fasulle o di comodo. Noi poveri ministeriali, che paghiamo le tasse con la ritenuta alla fonte fino all'ultimo centesimo, ci accontentiamo come Fantozzi delle ferie in una spiaggia affollata. Ora mi hanno detto che con questa manovra, il dirigente potrà trasferire da una città all'altra gli statali senza colpo ferire. Un'altra punizione francamente insopportabile. In certi momenti mi sembra che parlino di bestie e non di persone in carne ed ossa che hanno una famiglia ed il desiderio di condurre una vita normale, in tempi già di per sè difficili.
IL CONTROCANTO.
4 milioni di dipendenti pubblici: sono troppi!
di Antonio Signorini. In Italia ci sono come minimo 300.000 dipendenti pubblici in più, che svolgono compiti che non servono. Mancano quelli con competenze specifiche, pochissimi i tecnici, mosche bianche che le amministrazioni si contendono, mentre trionfano i «generici», benedetti da assunzioni clientelari. Poi ci sono i dirigenti senza merito, circa 40 ogni 100, residuo della lunga stagione degli avanzamenti di carriera automatici, terminata con l’obbligo di concorso voluto dal ministro Renato Brunetta. La fotografia è impietosa, ma viene da un ambiente per nulla ostile al lavoro pubblico, visto che a farla sono la fondazione PromoPa e l’Associazione giovani dirigenti della pubblica amministrazione. I dati - estrapolati da una ricerca ancora in corso - lasciano poco spazio a dubbi. Ci sono almeno 200.000 «eccedenze» tra le pubbliche amministrazioni e ce ne sono altre 100.000, se si considerano le società partecipate. Le eccedenze, spiega Francesco Verbaro - già direttore generale dell’Ufficio per il personale delle pubbliche amministrazioni del Dipartimento della Funzione Pubblica, ex segretario generale del ministero del Lavoro, attualmente docente alla Scuola di pubblica amministrazione - si verificano «quando profili e competenze, rispetto ad alcuni processi, sono più del necessario». In breve, ci sono più dipendenti pubblici a fare la stessa cosa perché sono state fatte «troppe assunzioni per ogni singolo ente» pubblico, ci sono più enti a svolgere medesimi compiti e molti servizi esternalizzati. Sul come siamo arrivati ad avere tanto personale difficile da utilizzare, Verbaro ha un’idea precisa. C’è chiaramente il proliferare di enti pubblici. E, soprattutto, «riqualificazioni senza concorso», con conseguente carenza di «profili tecnici operativi». In cifre: «Oltre 5 milioni di progressioni negli ultimi 12 anni hanno portato ad avere tanto personale inquadrato nella carriera direttiva, ma che non ha le competenze. Possiamo dire che il 40% del personale direttivo non ha le competenza per ricoprire tale livello». In altre parole, quattro dirigenti ogni dieci occupano una poltrona solo per anzianità. Poi assunzioni a pioggia, «soprattutto nei profili generici, dove più forte era la pressione clientelare». Un’epidemia che ha colpito anche gli enti locali, con effetti nefasti sia sui bilanci, sia sull’efficienza degli uffici. «Spesso non si trova un funzionario in grado di fare un bando di gara comunitaria o un bando di concorso. Mancano le figure tecniche in tutti i settori delle amministrazioni». Sui «più bravi, invece, si litiga. Succede con gli esperti di bilancio, ingegneri e informatici. Saremmo disposti a pagarli anche il doppio se come dirigenti ne avessimo la possibilità e, a volte, il coraggio». Le competenze che servirebbero sono «sui servizi alla persona, sanità, scuola, servizi sociali, immigrazione. Poi esperti in gestione di fondi di bilancio, di programmazione». Mancano. Oppure, se ci sono, si trovano nel posto sbagliato.La soluzione è in parte contenuta nella manovra economica varata dal governo. Tra le materie toccate dal decreto che anticipa il pareggio di bilancio al 2013, c’è la mobilità dei dipendenti pubblici. Non mancheranno resistenze, come è sempre avvenuto ogni volta che qualcuno ha cercato di facilitare la mobilità degli statali e dei dipendenti degli enti pubblici, ma adesso serve responsabilità, a partire dai sindacati. «Difendere il pubblico così com’è, significa destinarlo a tutti gli attacchi». Quindi anche a «tagli lineari» che finiscono per penalizzare tutti senza rendere efficiente l’amministrazione pubblica. Una volta che la manovra bis avrà fatto il suo corso, con l’eliminazione degli enti inutili e di parte delle province e dei comuni, ci saranno altri 100.000 dipendenti pubblici in più rispetto alle reali necessità e il conto degli «eccedenti» arriverà a 400.000. E non è poco se si tiene conto che, in tutto, i dipendenti della pubblica amministrazione sono 4 milioni (con le partecipate). Senza una buona gestione, uno su dieci, non servirà più.
L'Italia non ha alcuna possibilità di farcela con questa zavorra!
di Beppe Grillo. Ma qualcuno sano di mente pensa realmente che con 19 milioni di pensionati e 4 milioni di dipendenti pubblici possiamo farcela? Per mantenerli vengono spalati ogni anno nelle caldaie della locomotiva Italia, sempre più lenta, in affanno, con salite ormai proibitive, altri 100 miliardi di debito pubblico, come fossero carbone, che corrispondono almeno a 5 miliardi di interessi annui in più. Pagati dai sempre più rari contribuenti, le aziende chiudono e ci sono 4 milioni di disoccupati. Il tasso sul nostro debito sale e gli interessi non possono che aumentare. Nel 2011, se va bene, pagheremo 100 miliardi di interessi. L'Italia non ha alcuna possibilità di farcela con questa zavorra. Il numero di dipendenti pubblici è pari alla popolazione dell'Irlanda e noi stiamo a fare il tricchetracche sulle Province. Vanno chiuse tutte, che altro c'è da discutere? Le pensioni vanno riviste nel loro insieme. Non ha senso che ci siano doppie e triple pensioni, una basta e avanza. Le pensioni in essere vanno erogate con il metodo contributivo, tanto hai dato, tanto prendi (esattamente il contrario delle pensioni dei parlamentari) e comunque le pensioni devono avere un tetto non superabile, 3.000 euro mi sembrano equi e di un minimo per chi non dispone di redditi sufficienti per vivere. I manager che hanno guadagnato milioni di euro nella loro vita non hanno bisogno di una pensione di 10/20.000 euro al mese, lo stipendio annuo di un impegato. Non è possibile dividere l'Italia in due sulle pensioni con la strategia del "Chi ha dato, ha dato. Chi ha avuto, ha avuto". E' pericoloso. I giovani, ma anche molti quarantenni e cinquantenni, in pensione non ci andranno mai. Perché devono pagare con tasse e contributi la pensione a Mastella, a Amato o a un consigliere regionale della Lombardia o della Sicilia? Questo non ha senso. La riforma delle pensioni deve iniziare da chi in pensione c'è già senza alzare continuamente l'asticella dell'età pensionabile accampando la scusa risibile dell'aspettativa di vita. Non me frega un cazzo delle statistiche. Dopo 35 anni di contributi ho il diritto di riposarmi. Un operaio non andrà in pensione a 70 anni, sarà morto prima.I giovani non hanno più nulla da perdere, non il lavoro, non la pensione, non i servizi sociali, non la speranza di un futuro migliore. Nella manovra economica non è stata spesa una parola per loro. Attenti alla loro rabbia. Quando le nuove generazioni capiranno che oggi sono soprattutto loro a pagare la crisi e che in futuro erediteranno il debito pubblico, non sarà più possibile alcuna mediazione. L'aria che tira è sempre più brutta.
Perchè non vendere le frequenze televisive?
di Mario Pezzati. Nel pieno del dibattito sulla manovra finanziaria e su dove reperire i soldi e sui tagli da operare, c’è una proposta seria e concreta per reperire circa 3 miliardi di euro (euro più, euro meno): perché non vendere le frequenze televisive? Il governo ha tra le mani circa 6 frequenze nazionali di cui 5 per il digitale terrestre, mentre la sesta frequenza può veicolare la televisione in mobilità (il Dvbh) visibile su cellulare o su un tablet. Nel 2009, quando furono individuate queste frequenze si decise di regalarle agli editori nuovi o vecchi come Rai e Mediaset, che avessero certi requisiti. Ora, il 6 settembre prossimo, partirà la preselezione delle emittenti candidate ad ottenere le frequenze.Giustamente l’on. Roberto Rao afferma: “un’asta per l’assegnazione delle frequenze tv digitali risponderebbe innanzitutto a un’esigenza di equità e trasparenza, principi che questo governo ha finora maltrattato. Siamo ancora in attesa di sapere perché sono state sottratte le frequenze da 61 a 69 solo alle emittenti locali e perché è stato consentito agli operatori nazionali già presenti sul mercato di partecipare al ‘beauty contest’ per i nuovi multiplex. Solo nei paesi dove la democrazia e dunque il pluralismo nel servizio pubblico radiotelevisivo non sono di casa viene concessa la possibilità di fare informazione in base a criteri discrezionali. Un conto è mettere tutti in condizione di aggiudicarsi questi spazi, un altro - conclude - è favorire i soliti noti: bella differenza, solo questo esecutivo fatica inspiegabilmente a coglierla”. Si ricorda un precedente molto importante: la vendita delle frequenze per la telefonia mobile avvenute nel 2001. All’epoca il Garante per le Comunicazioni spiegò come assegnare agli operatori della telefonia un certo tipo di frequenze, suggerendo che le frequenze venissero date agli operatori attraverso una gara ad inviti stimando che si potessero ricavare circa 3000 miliardi (di lire). L’allora presidente del consiglio, Giuliano Amato, decise di non seguire il consiglio del Garante e procedette ad un’asta, con il risultato di ottenere la bellezza di 26.750 miliardi di lire (pari a 13 miliardi di euro), effetto proprio dell’asta competitiva. Purtroppo i tempi sono stretti, entro il 6 settembre si procederà all’inizio dell’assegnazione delle frequenze, ma questo non significa che i tempi non si possano spostare anche di poco tramite un emendamento.
Non dico che otterremmo quella cifra, ma sicuramente è lecito supporre che si possano ottenere 3 miliardi di euro e, in ogni caso, sarebbe sempre meglio e più equo, procedere ad un’asta piuttosto che regalare gratis questo piccolo tesoro di frequenze televisive.
Bocchino e l’auto blu!
Potere, sesso e denaro, così fan tutti. Italo Bocchino è stato 'tanato' dal settimanale "Chi" in compagnia di una bellissima ragazza, con la quale ha viaggiato da Roma a Ravello con l'auto blu. Ma il capogruppo di Futuro e Libertà alla Camera si difende: "Non ho fatto viaggi con la vettura di servizio, perché non ne ho una. Sono andato con l'auto di scorta, su cui per regolamento sono obbligato a viaggiare". Intanto però la bufera è scoppiata. Ma come, in questo clima di tagli e di sacrifici chiesti sempre ai soliti noti, Italo se ne va in giro con l'auto di scorta? E poi chi lo dice che sia obbligato a farlo? L'On. Giancarlo Lehner, deputato di Popolo e Territorio, dopo la notizia di Bocchino in gita di piacere con l'auto blu ha chiesto subito le sue dimissioni. "Partiamo da una considerazione attuale, in un momento in cui noi stiamo chiedendo al Paese una serie di sacrifici importanti, fra cui nuove tasse e nuovi balzelli, in cui fra l'altro si sono mosse anche in modo qualunquistico accuse alla cosiddetta casta, in questa situazione particolare, se Bocchino vuole andare a Ravello con una bella donna fa benissimo, ma con un altro mezzo e non con l'auto blu. E poi, non è vero come lui sostiene che è obbligato, si può anche dire no, perchè l'auto di servizio con la scorta non è un obbligo, uno può rifiutarla o dire per esempio che per quel giorno userà altri mezzi. Specialmente se non si tratta di andare a lavorare, ad incontrare persone per questioni politiche o a chiudere un comizio. Probabilmente se Bocchino avesse fatto la stessa cosa due anni fa non ci avremmo neppure fatto caso. Ma oggi, in questa situazione dura, difficile, in cui tutti devono stringere la cinghia, mi è parso uno schiaffo alla gente comune il fatto che lui sia andato in gita con questa signorina utilizzando un'automobile di servizio, con la scorta per giunta, poliziotti sottratti a compiti ben più importanti e urgenti. Qui c'è un problema che supera il particolare su Bocchino. E' giunta l'ora di andare a rivedere questo servizio scorte. Non c'è motivo che Bocchino abbia la scorta, chi è che può attentare alla vita di Bocchino? Potrei chiederla anche io allora, sono stato minacciato tante volte, ma non mi passa nemmeno per la testa. Ha fatto una vera sciocchezza. Insisto, avrebbe potuto pagare un taxi o andare con la propria macchina. Fra l'altro chi beneficia di questa scorta non consuma benzina, non paga bollo, assicurazione, box, come invece fa ogni cittadino, l'automobile per ogni cittadino rappresenta costi importanti. Chi ha la scorta in realtà la usa anche per questo, per non prendere più la propria auto, per non pagare benzina, bollo e tutto il resto, per avere insomma tutto a carico dello Stato. In questo particolare momento storico Bocchino avrebbe dovuto organizzarsi diversamente, cerchi altri sistemi per corteggiare una donna. Quello di Bocchino mi sembra proprio un autogol. Comunque non mi aspetto davvero che si dimetta da Fli. Se pensiamo che Fini è rimasto tuttora a fare il presidente di Montecitorio, pur essendo ovvio il fatto che avrebbe dovuto dimettersi, perchè tu non puoi essere eletto da una parte politica, e addirittura fare una scissione, e poi comportarti come presidente della Camera alcune volte in maniera faziosa, o facendo addirittura dei veri e propri comizi in Aula. Quando si fa uno sbaglio ci si dimette, ma a Fini fa troppo comodo quella postazione, senza la quale sarebbe già finito. Badiamo bene, Fini è già strafinito in realtà, ma senza quella poltrona sarebbe completamente scomparso. Se quindi non si è dimesso Fini, non posso proprio contare sul fatto che lo faccia Bocchino".
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