lunedì 31 ottobre 2011

Halloween: la notte delle 'sexy streghe'!

Noi come gli americani! Pasti consumati in fretta nei fast food, code interminabili davanti ai grandi magazzini e poi… zucche spettrali, teschi, scheletri, scherzetti o dolcetti: aumentano di anno in anno le persone che festeggiano Halloween, festa di tradizione americana, ma ormai sempre più diffusa anche in Italia. Secondo un'indagine dell'Adoc, saranno più di 13 milioni gli italiani che quest'anno lo festeggeranno. La spesa per l'acquisto di zucca, dolciumi, maschera, costume, decorazioni varie per la casa, la serata in tema in un locale sara' di oltre 180 euro. Il giro d'affari complessivo superera' i 350 milioni. “Halloween è una festa sempre più in voga tra gli italiani, soprattutto i più giovani, e fortunatamente quest’anno non si traformerà in un vero e proprio ‘incubo’ economico - dicono all'Associazione dei consumatori - dato che gli aumenti rispetto allo scorso anno, seppure presenti, non arrivano all’1%”. Un chilo di dolci assortiti costa in media 26 euro, lo 0,7% in più dell'anno scorso. Mentre il prezzo della zucca, il simbolo per eccellenza della festa e ingrediente base di molti piatti tipici, sia salati che dolci, è in discesa: viene venduta in media a 2,05 euro al chilo, il 7,3% in meno del 2010. Per chi volesse rappresentare Jack-o'-lantern, ossia intagliare una zucca disegnando un volto e inserendo al suo interno una candela, consigliamo di acquistare un esemplare di almeno 7-8 chili, per una spesa complessiva di circa 15 euro. Costo simile ad una zucca decorativa in plastica o vetro, mentre le altre decorazioni di casa, come vetrofanie e finte ragnatele costano mediamente 20 euro a prodotto, lo stesso prezzo dello scorso anno. Chi deciderà di trascorrere la festa in un locale con serata a tema pagherà, in media, 40 euro, il 5,2% in più dello scorso anno. Ma bando alla taccagneria, per una notte mettiamo da parte la crisi e i catastrofismi! Halloween è ormai alle porte e per chi ha deciso di festeggiarlo in casa, in modo romantico, ma sexy, potrà sorprendere il proprio partner, indossando la lingerie più sexy e accattivante. Insomma… le streghe sono ormai alle porte, pronte a suonare il campanello e a fare... “Dolcetto o scherzetto?” La notte delle streghe è un’occasione unica per farsi vedere, per mettersi in vetrina e perché no? anche per …trasgredire!! Ecco allora che Halloween arriva carico, carico di… costumini, corpetti, bustier, vestaglie, coulotte, baby doll e minigonne, associati ad accessori che li arricchiscono, rendendoli glamour e sensuali. Streghe e vampire sexy con tanto di giarrettiere di pizzo nero. L’unica tachicardia che avrete la notte del 31 ottobre sarà quella data da troppa carne ‘sexy’ al fuoco…

Le 100 idee di Matteo Renzi...


















TEMA 1 - RIFORMARE LA POLITICA E LE ISTITUZIONI.
1. Basta con il bicameralismo dei doppioni inutili. Cominciamo dalla testa. Il Parlamento, la sede della rappresentanza in cui si riflette la sovranità popolare, è oggi tra le istituzioni più denigrate e discreditate, anche perché è inefficiente. Quasi mille componenti e due camere che fanno lo stesso mestiere, entrambe titolate a dare e togliere la fiducia al Governo, con due serie di Commissioni che operano sulle stesse materie, due filiere dirigenziali, doppie letture su tutte le leggi, non hanno nessuna giustificazione. Una delle due camere va semplicemente abolita. Ne basta una sola, veramente autorevole, composta da non più di 500 persone. Al posto dell’attuale doppione serve un organo di raccordo tra lo Stato e i governi regionali e locali che possa anche proporre emendamenti a qualsiasi proposta di legge su cui la Camera elettiva si esprime in ultima istanza a maggioranza qualificata.
2. Le elezioni diano potere ai cittadini non ai segretari di partito. Per ridare autorevolezza al Parlamento bisogna innanzitutto abolire il “Porcellum”, l’attuale legge elettorale che consente la nomina dei parlamentari da parte delle segreterie dei partiti, tornando ai collegi uninominali.
3. La politica non sia la via breve per avere privilegi e una buona pensione. Aboliamo tutti i vitalizi per i Parlamentari e i Consiglieri regionali. La politica torni a essere assolvimento di un dovere civico e non una forma di assicurazione economica. Le risorse spese per i singoli Parlamentari devono essere portate alla media europea, distinguendo nettamente le indennità dalle risorse messe loro a disposizione per l’esercizio dell’incarico, che devono essere amministrate dagli uffici del Parlamento.
4. Un costo standard per le Regioni. Oggi i Consigli delle varie Regioni hanno costi sproporzionati, che variano moltissimo senza nessuna giustificazione. Non sono legati alla dimensione dei territori che i Consigli dovrebbero rappresentare e nemmeno al numero dei loro componenti. Si va dai 35 milioni di euro dell’Emilia-Romagna agli oltre 150 milioni di euro della Sicilia. I consiglieri regionali devono avere un compenso e, chiaramente distinto da questo, un budget per le attività di servizio uguali in tutte le regioni. Deve essere definito il “costo standard” per il complessivo funzionamento delle assemblee legislative regionali fissandolo ad un valore compreso tra gli 8 e i 10 euro annui per abitante.
5. Abolizione delle province. Più di 100 province non ce le possiamo permettere. Vanno abolite. Nei territori con almeno 500.000 abitanti si può eventualmente lasciare alle Regioni la facoltà di istituire enti di secondo grado per la gestione di funzioni da loro delegate.
6. L’unione fa la forza: mettiamo insieme i piccoli comuni. I comuni sono il vero pilastro dell’amministrazione tra i cittadini, ma 8100 sono troppi, e tanti tra loro troppo piccoli per gestire i servizi che dovrebbero erogare. Mantenendo salvi i presidi locali e la rappresentanza dei centri minori, dovrebbero raggiungere attraverso unioni o fusioni una dimensione minima di 5.000 abitanti.
7. I partiti organizzino la democrazia, non siano enti pubblici. Il finanziamento pubblico va abolito o drasticamente ridotto e in ogni caso commisurato al solo rimborso delle effettive spese elettorali, condizionandolo al fatto che i partiti abbiano statuti democratici, riconoscano effettivi diritti di partecipazione ai propri iscritti e selezionino i candidati alle cariche istituzionali più importanti con le primarie. Favorire il finanziamento privato sia con il 5 per mille, sia attraverso donazioni private in totale trasparenza, tracciabilità e pubblicità.
8. Azzerare i contributi alla stampa di partito. Con internet, chiunque può produrre a costo zero il suo bollettino o il suo house organ. I contributi alla stampa di partito vanno aboliti.
9. Le camere di commercio regolino il mercato, non siano imprese. Le camere di commercio dovrebbero limitarsi a tenere il registro delle imprese, garantire il mercato e non spendere soldi nella promozione, nell’acquisto e partecipazione nelle imprese, nella formazione e quant’altro non sia missione pubblica di regolazione. Inoltre bisogna portare la democrazia nella scelta dei consigli direttivi. Gli organi di governo delle camere non siano nominati dalle associazioni, ma siano eletti liberamente e direttamente dalle imprese. Anche chi non è iscritto alle associazioni ha diritto di scegliere chi governa le camere di commercio. Il tributo delle imprese sia volontario non obbligatorio.
10. Il consiglio inutile. Il CNEL, il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro è un organo di rilevanza costituzionale, propone sostanzialmente pareri agli organi costituzionali, puntualmente ignorati. Istituito nel 1948, è entrato in funzione solo dieci anni dopo, trasformandosi rapidamente in una riserva per burocrati, in primis ex leader sindacali e imprenditoriali. In mezzo secolo, le sue proposte di legge sono state appena undici (11). Di queste nessuna ha mai avuto seguito o è stata seriamente considerata. Costa venti milioni di euro l'anno. Va abolito.
11. Meno poltrone, più efficienza. Nel Paese ci sono 24.310 consiglieri d’amministrazione in aziende partecipate dal pubblico, al livello statale e locale. In tre anni bisogna dimezzare il numero dei consiglieri e la relativa spesa, sia accorpando le imprese sia privatizzandole, oltre che prevedendo un massimo di tre consiglieri per le aziende piccole e cinque per quelle grandi.
12. Gli altri costi della rappresentanza. Anche le organizzazioni degli interessi (dai sindacati alle organizzazioni imprenditoriali) devono tornare a concentrarsi sulla loro funzione più propria: difendere i diritti dei loro associati. Quindi, le agevolazioni pubbliche di cui godono vanno commisurate alle effettive funzioni di rappresentanza che svolgono.
13. Eliminiamo la classe politica corrotta. Lo strumento è una amnistia condizionata. Al rispetto di 5 punti: ammissione della colpa, indicazione di tutti i complici, restituzione del maltolto, impegno a non fare più politica. In caso di nuovo reato, la pena si somma a quella del reato oggetto dell’amnistia.
14. Razionalizzare le missioni italiane all'estero. Definire una strategia di coordinamento della presenza militare all'estero in pieno accordo (e non in competizione) con l'Europa, per essere di maggior aiuto alle popolazioni e razionalizzare il costo d'intervento.
15. Una strategia per il Mediterraneo in trasformazione. Siamo il paese europeo più vicino a una fascia di nazioni, dall’Egitto alla Libia, dalla Tunisia alla Siria, che sta vivendo un periodo tumultuoso nel quale la speranza della libertà si mescola con la paura di arretrare sul piano della libertà religiosa e della laicità dello stato. L’Italia dedichi una speciale attenzione a questi paesi aprendo sedi di istituti italiani di cultura, approfondendo gli scambi economici e culturali; offrendosi come un paese che può aiutarli nel passaggio alla democrazia.
16. Cambiare la Rai per creare concorrenza sul mercato tv e rilanciare il Servizio Pubblico. Oggi la Rai ha 15 canali, dei quali solo 8 hanno una valenza “pubblica”. Questi vanno finanziati esclusivamente attraverso il canone. Gli altri, inclusi Rai 1 e Rai 2, devono essere da subito finanziati esclusivamente con la pubblicità, con affollamenti pari a quelli delle reti private, e successivamente privatizzati. Il canone va formulato come imposta sul possesso del televisore, rivalutato su standard europei e riscosso dall’Agenzia delle Entrate. La Rai deve poter contare su risorse certe, in base ad un nuovo Contratto di Servizio con lo Stato.
17. Fuori i partiti dalla Rai. La governance della Tv pubblica dev’essere riformulata sul modello BBC (Comitato Strategico nominato dal Presidente della Repubblica che nomina i membri del Comitato Esecutivo, composto da manager, e l’Amministratore Delegato). L’obiettivo è tenere i partiti politici fuori dalla gestione della televisione pubblica.
TEMA 2 - FAR TORNARE I CONTI PER RILANCIARE LA CRESCITA.
18.
Portare il rapporto debito/Pil al 100% in 3 anni. La crisi di fiducia nell’Italia sui mercati internazionali accresce i tassi d’interesse e il peso del debito, che si trasforma in maggiori tasse per tutti. Per alleggerire questo peso e ridare fiducia ai mercati dobbiamo riportare il rapporto tra il debito e il Pil al 100% in tre anni. Questo puo’ essere fatto attraverso: a) privatizzazione imprese pubbliche; b) privatizzazione municipalizzate; c) alienazione di parte del patrimonio immobiliare dello Stato (il valore di mercato degli immobili di proprietà pubblica è di 380 miliardi; di questi sono ci sono immobili liberi per un valore di 42 miliardi di euro. Questi ultimi, essendo inutilizzati, possono essere venduti subito. Sul resto si veda quello che serve effettivamente al servizio pubblico e l’eccedenza sia liberata e venduta. Creazione di un fondo immobiliare che si occupi della valorizzazione degli asset). d) imposta sui grandi patrimoni. Non solo questo riduce il debito, ma elimina gli spazi per il clientelismo.
19. Riformare le pensioni per avere ancora le pensioni. Sulle pensioni si può, fin da subito, parificare l'età pensionabile delle donne con quella degli uomini, instaurando una finestra anagrafica unica di 63-67 anni per accedere al pensionamento con assegno proporzionato alla speranza di vita secondo coefficienti attuariali aggiornati annualmente. Accelerare il passaggio al sistema contributivo per tutti. Eliminazione delle pensioni di anzianità nell’ambito di un patto tra le generazioni. Parte dei risparmi ottenuti andrà utilizzata per finanziare l’azzeramento dei contributi previdenziali per i giovani neo-assunti.
20. Nuove regole per evitare il cumulo delle pensioni.
21. Una rivoluzione copernicana per il fisco. Per tornare a crescere bisogna modificare il sistema degli incentivi. Oggi, il nostro Paese tassa i fattori produttivi e premia la rendita. Quel che serve è una rivoluzione copernicana del sistema fiscale che riduca la pressione sul reddito personale e sulle imprese e la accresca sugli immobili e sulle rendite finanziarie.
22. Abolizione dell’IRAP. Finanziare l’abolizione dell’imposta con il taglio dei sussidi alle imprese.
23. Uscire dal sommerso. Ridurre l’aliquota dell’IRES per le imprese che accettano procedure di accertamento rapido e maggiore trasparenza sui bilanci. Questo riduce gli incentivi ed aumenta i rischi a mantenere un’attivita’ nel sommerso.
24. Le procedure per la crisi d’impresa come leva per la competitività del sistema. Gli imprenditori corretti danno lavoro e creano ricchezza per tutti, ma rischiano in proprio. Possono vincere e possono perdere. Quando perdono, vanno incoraggiati a gestire la crisi nel migliore interesse dei creditori e dei lavoratori. Occorrono regole che premino la correttezza e la trasparenza dei comportamenti e che consentano alle imprese che ancora producono ricchezza di ristrutturarsi e tornare sul mercato, nell’interesse di tutti. L’attuale normativa pone non pochi ostacoli agli imprenditori onesti ma sfortunati, e consente talvolta comportamenti opportunistici a danno dei creditori. Occorrono procedure moderne, che proteggano l’imprenditore in crisi ma lo obblighino a mettere tutte le carte in tavola, e che consentano ai creditori di decidere rapidamente. Procedure di crisi più efficienti aumentano la competitività del paese e la sua credibilità per gli investitori, anche stranieri.
25. No ai condoni. Nessuno condono edilizio né fiscale, neppure travestito da scudo per il rimpatrio dei capitali.
26. Riformare gli ordini professionali. Bisogna abolire gli ordini professionali superflui e ricondurre i rimanenti a una funzione di regolatori del mercato e non di protezione corporativa per quanti esercitano già la professione. Bisogna arrivare all’abolizione delle tariffe minime e ulteriore riduzione dei vincoli alla pubblicità per gli studi professionali, in maniera tale che tutti abbiano la possibilità di farsi conoscere.
27. Liberalizzare i servizi pubblici locali. I servizi pubblici locali sono un monopolio d’inefficienza; bisogna liberalizzare i servizi, accorparli in poche società, abbassare i costi di gestione, ottimizzare l’uso del personale, rendere le gestioni trasparenti, allontanare la politica dalle decisioni aziendali.
28. Antitrust obbligatorio. Sarebbe importante che le funzioni dell’autorità per la concorrenza si manifestassero non solo ex post, una volta che il fenomeno di violazione della concorrenza è già manifesto e acclarato, ma anche nel momento in cui le leggi sono discusse. E’ evidente che l’impianto di alcune leggi costituisce una menomazione della concorrenza e questo lo si può osservare già nel meccanismo astratto della norma, prima ancora di osservarne gli esiti concreti. Occorre perciò che nella discussione in Parlamento delle leggi di natura economica venga richiesto obbligatoriamente un parere all’autorità sulla concorrenza, in maniera che sia evidente la sua coerenza con l’obiettivo di non creare chiusure e barriere alla libera competizione di mercato.
29. Liberalizzare le assicurazioni su infortuni e malattie. Le attività svolte dall’Inail, il monopolio pubblico che si occupa dell’assicurazione per le malattie e per gli infortuni dei lavoratori svolge una funzione tipica di qualunque società di assicurazione privata. Bisogna allora aprire all’accesso dell’attività di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro da parte di imprese private di assicurazione o di riassicurazione.
30. Ridurre il numero delle norme. Le leggi statali in Italia sono oltre 21mila. È un numero troppo elevato, doppio o triplo rispetto a quello di altri paesi: in Francia sono meno di 10mila, quelle federali in Germania meno di 5mila. Alle leggi statali vanno aggiunte le circa 25mila leggi regionali, oltre agli atti normativi di livello inferiore. Le leggi e i regolamenti sono troppi, prodotti di continuo e modificati troppo frequentemente, poco coordinati tra loro, mal scritti, interpretati in modo incerto. Si pensa che i problemi si risolvano attraverso la modifica delle norme, piuttosto che la loro applicazione puntuale. Il disegno di legge 1873 del 2009 dimostra che il contenuto essenziale del diritto del lavoro può essere concentrato in poche decine di articoli, scritti per essere distribuiti in milioni di copie a tutti i lavoratori, imprenditori e consulenti e immediatamente comprensibili. Lo stesso si può fare in tutti gli altri campi, dal fisco al diritto civile.
31. Mettere in competizione il pubblico con il pubblico. L’alternativa nella gestione di servizi non può essere solo o pubblica o privatizzata; è possibile creare una competizione fra una scuola e l’altra, fra sistema sanitario di un’area e sistema sanitario di un’altra area; tra un’università e l’altra, insomma all’interno di ciò che rimane pubblico. Quando l’offerta di un servizio pubblico specifico è al di sotto non solo della media, ma degli standard previsti per quel settore, bisogna trovare il modo di penalizzare il responsabile della struttura o addirittura la struttura nel suo complesso. Allo stesso modo, quando in uno specifico servizio, sia per il modo in cui il servizio viene condotto, sia per i risultati ottenuti, la situazione è di grande eccellenza bisognerà trovare il modo di premiare, economicamente e non solo con riconoscimenti, i responsabili e le strutture medesime. Le valutazioni siano fatte facendo partecipare e decidere i cittadini che utilizzano i servizi.
32. Una Delivery Unit sul modello UK. Valutare non basta. Bisogna istituire una “unità di risultato” presso la Presidenza del Consiglio, che sia responsabile del raggiungimento degli obiettivi strategici in materia di istruzione, sanità, trasporti e lotta alla criminalità.
33. Dirigenti a termine nelle aziende pubbliche. Nelle aziende i dirigenti a vita non esistono: ogni anno c’è un bilancio da fare, risultati da raggiungere, verifiche da realizzare. I contratti non sono mai a tempo indeterminato, vanno solitamente da tre a cinque anni e ogni conferma presuppone una verifica positiva. Nel pubblico i dirigenti, anche se falliscono, rimangono lo stesso nell’amministrazione, al massimo sono spostati e se falliscono ancora, vengono spostati ancora e girano nell’amministrazione fino alla pensione. L’incarico dirigenziale nell’amministrazione pubblica è una sfida ancora più grande rispetto a quella privata e perciò l’ambizione rispetto ai risultati deve essere maggiore. La proposta perciò è di avere contratti dirigenziali che durino cinque anni.
34. Mezzogiorno: investire solo sullo sviluppo. Ogni euro investito nel Mezzogiorno, provenga dall’Europa o dallo Stato, deve essere finalizzato allo sviluppo e non al finanziamento della spesa corrente e al mantenimento di un sistema di economia assistita quasi esclusivamente pubblica e parassitaria.
35. Superare il precariato attraverso il contratto unico a tutele progressive. Per superare il dualismo del mercato del lavoro, che vede parte dei lavoratori con tutte le garanzie e gli altri (i giovani) senza nessuna garanzia, occorre introdurre un contratto unico a tutele progressive che dia maggiori certezze ai giovani.
36. Riformare gli ammortizzatori sociali. Bisogna passare dalla cassa integrazione, ordinaria e straordinaria, a indennità di disoccupazione universali, applicabili anche ai dipendenti di piccole e medie imprese e improntati al criterio del welfare to work sul modello danese.
37. I contratti aziendali contro i salari poveri. Oggi i lavoratori italiani ricevono un salario mediamente più basso rispetto a paesi a noi vicini come la Germania e la Francia. Un modo per avere salari più alti per i lavoratori italiani è quello di sostenere i contratti aziendali che possano, quando le condizioni aziendali lo permettano, crescere oltre quanto previsto dai contratti collettivi di lavoro.
38. Aliquote rosa. L’Italia ha la più bassa percentuale di occupazione femminile d’Europa. Anche il tasso di attività femminile, cioè il numero di donne che si presenta sul mercato del lavoro, è il più basso. Un’agevolazione fiscale riservata all’assunzione delle donne e per un certo congruo numero di anni può portare a riallineare in alto la parità uomo donna sul piano del lavoro.
SANITA’ .
39.
Immediata introduzione di un patto di stabilità interno non derogabile sui parametri dei costi standard. Lo scopo è quello di uniformare la spesa sanitaria nelle diverse realtà locali.
40. Completa riorganizzazione della medicina sul territorio: radicale cambiamento del ruolo della medicina di base. Abolizione dell'attuale ruolo del medico di medicina generale. Creazione di ambulatori polispecialistici sul territorio. Consorzio dei medici di Medicina generale.
41. Far lavorare in “rete” gli ospedali per le terapie di urgenza, ad alto costo, tecnologicamente sofisticati. Ciascuno caratterizzato da una propria peculiarità. Razionalizzazione dei servizi. Occorre riservare l’ospedalizzazione dei pazienti solo nei casi in cui effettivamente sia necessaria.
42. Chiudere tutti gli ospedali con meno di 100 posti letto e che non abbiano un servizio di anestesia e rianimazione aperto 24 ore su 24. Questi dovrebbero essere ospedali per pazienti cronici a lunga degenza a bassa intensità di cure ma a basso costo. Dovrebbero essere di supporto agli Ospedali ad alta complessità e alto costo, i quali dovrebbero esclusivamente gestire la fase acuta e poi inviare a strutture con costi ridotti. Ne consegue anche la necessità di un'assistenza domiciliare efficace e ben coordinata. Nei grandi ospedali bisogna cancellare i doppioni, la moltiplicazione dei reparti ad alto costo e ad alta tecnologia creati solo per moltiplicare i ruoli direttivi.
43. Creazione di percorsi diagnostici terapeutici su base regionale. Lo scopo è stabilire procedure e comportamenti comuni rispetto ad una data patologia e in parallelo gestire e organizzare l’offerta delle diverse prestazioni sanitarie.
44. Esternalizzare, ma non per pagare di più. In via generale le esternalizzazioni aziendali servono sia per assicurare un servizio migliore rispetto a quello interno, sia per ridurre i relativi costi. Succede in sanità che l’esternalizzazione dei servizi troppo spesso si traduce non in un risparmio ma in un incremento dei costi, tanto che costa di più l’infermiera “esternalizzata” della infermiera interna. Allo stesso modo troppo spesso i beni e servizi acquistati dalle aziende sanitarie, hanno prezzi medi addirittura superiori a quelli di mercato, mentre sarebbe del tutto ovvio pensare che, dato l’ammontare delle quantità acquistate, si possano ottenere prezzi più bassi. inoltre l'esternalizzazione è troppo spesso gravata da attività professionalmente scadente. Occorre in questo caso strutturare e controllare l'iter formativo individuale
RICERCA.
45.
Un fondo nazionale per la ricerca gestito con criteri da venture capital. Istituire un fondo nazionale per la ricerca che operi con le modalità del venture capital e sia in condizione di finanziare i progetti meritevoli al di fuori delle contingenze politiche. Il fondo sarà gestito un comitato esecutivo in carica per almeno 7 anni, costituito per 1/3 da professori impegnati nella ricerca a livello internazionale, per 1/3 da membri della comunità finanziaria esperti di project finance e venture capital, e per 1/3 della Comunità europea.
46. Incentivi fiscali per contributi alla ricerca universitaria. Detrazione dalla base imponibile del 905 di quanto donato alle università e tassazione agevolata per chi investe negli spin-off universitari.
GIUSTIZIA.
47.
Una terapia d’urto per la giustizia civile. Oggi l’Italia è intrappolata in oltre 5 milioni di cause civili pendenti presso i tribunali. Occorre assolutamente ridurre in tempi rapidissimi lo stock di cause arretrate, oltre che stabilire norme che rendano meno premiante il ricorso alla giustizia come modalità di rinvio di un pagamento o di una qualunque obbligazione. Si crei una task force composta da magistrati in pensione e da giovani avvocati per affiancare i giudici in carica nello smaltimento in tempi veloci dell’arretrato giudiziario civile.
48. Avvocati pagati solo su preventivo. Al fine di evitare effetti discorsivi dell’applicazione delle tariffe sulla lunghezza dei processi, obbligo di stipulazione di un mandato che comprenda anche il preventivo per lo svolgimento dell’intero incarico, a prescindere dalla durata del procedimento. Ciò consentirebbe di incentivare gli avvocati ad una più rapida conclusione delle cause.
49. Entri (più spesso) la corte. Riduzione a 30 giorni della sospensione dell’attività giudiziaria (20 giorni in estate, 10 giorni nel periodo natalizio). Oggi è sospesa dal 1° agosto al 15 settembre, perciò per 45 giorni. Prevedere lo svolgimento delle udienze anche nel pomeriggio in maniera da accelerare i tempi della giustizia.
50. Accorpamento delle sezioni giudiziarie staccate. Riduzione dei costi degli uffici giudiziari mediante un’organica riforma delle circoscrizioni giudiziarie con accorpamenti delle sezioni distaccate (attualmente sono 220) mantenendo solo quelle che hanno ragione di essere quando il Tribunale circondariale è veramente lontano.
51. Entri l’informatica nel tribunale. Completamento dell’informatizzazione di tutti gli uffici giudiziari anche per il deposito di atti e per estrarre copia di atti di controparte, documenti prodotti, sentenze, con abolizione dei borbonici depositi cartacei e delle marche da bollo, con evidente risparmio di tempo di tutti gli operatori.
52. Il merito in tribunale. Valutazione dell’attività dei magistrati; stipendio in parte collegato alla produttività; maggior controllo e maggiori responsabilità in caso di errori conclamati. Avanzamento di carriera per merito e non solo per anzianità.
53. Giustizia penale nei tempi giusti. Accorciare i tempi medi delle sentenze. Ogni corte d’appello si ponga l’obiettivo di ridurre in un anno del 10 % i tempi di svolgimento medio dei processi. Modernizzazione dei tribunali che seguano le buone pratica di Torino, Trento e Bolzano. Semplificazione dei processi e riduzione dei riti (oggi se ne contano 34) con abbreviazione dei tempi per ottenere la sentenza e certezza di esecuzione della stessa.
TEMA 3 - GREEN, DIGITAL, CULTURA E TERRITORIO: LE NUOVE LEVE DELLO SVILUPPO.
54.
Le città rinnovabili. Coinvolgere le amministrazioni cittadine nel raggiungimento degli obiettivi europei di riduzione delle emissioni, assegnando obbiettivi alle grandi aree urbane e ai comuni. Parte degli incentivi per le energie rinnovabili sarà destinata ai piani cittadini per le campagne d'introduzione delle tecnologie eco-efficienti (caldaie di nuova generazione, finestre a isolamento termico), della mobilità sostenibile e degli impianti solari e micro-eolici.
55. Incentivi rinnovabili. Annullamento degli incentivi alla produzione elettrica "inquinante" (carbone e inceneritori), e loro impiego delle rinnovabili "vere". Gli incentivi rinnovabili non saranno impiegati solo per l'installazione d'impianti: ci si concentrerà anche sulla ricerca e sulla creazione di una vera filiera industriale. Si punterà di più sulle tecnologie ancora in sviluppo, come il solare a concentrazione (in alternativa al fotovoltaico) o il vento d'alta quota.
56. Ammodernare la rete elettrica e il mercato per ridurre il costo della bolletta. Definire ed eseguire un piano d'interventi infrastrutturali e regolamentari, con budget e priorità, per ridurre i costi elettrici per le famiglie e le imprese. Le bollette saranno più chiare e leggibili, di modo che il cittadino possa scegliere il fornitore di elettricità che offra le migliori condizioni, e senza costi per il cambiamento.
57. I rifiuti da problema a risorsa. Più raccolta differenziata (imporre ai Comuni 50% entro il 2015 e 70% entro il 2020) ma non fine a se stessa: incentivare, anche attraverso la leva fiscale, il riutilizzo dei materiali differenziati, il compost, le materie per produrre nuovi oggetti.
58. Agribusiness italiano. Incentivare nuove imprese dell’agribusiness. Tutelare il prodotto agro-alimentare nel mondo, contro i falsi prodotti “italian sounding”, al fine di recuperare fette di mercato che spettano ai prodotti della nostra terra.
59. Non auto blu, ma auto verdi. Obbligare tutte le amministrazioni pubbliche ad acquistare solo auto a basso consumo via via che le attuali, a benzina o diesel, devono essere sostituite.
60. Puntare su internet. Accesso a internet veloce per tutti attraverso investimenti sulla banda larga e facendo saltare gli assurdi vincoli legislativi che ci hanno relegato agli ultimi posti della classifica di Freedom House.
61. E&Open Government. Un piano nazionale per digitalizzare i servizi pubblici e ridurre la burocrazia. Adottare un piano complessivo per digitalizzare i servizi pubblici e gestire meglio il welfare, l'educazione, la giustizia, la sanità, i trasporti, la sicurezza. L'Italia deve replicare le migliori esperienze europee nei progetti di eGovernment, per ridurre burocrazia e costi, mettendo i cittadini al centro del servizio. Per le imprese, i servizi digitali aiuteranno a ridurre le incombenze burocratiche.
62. Mai meno dell’1 %. Il Governo decida di investire l’equivalente dell’ 1 % del Pil italiano per la cultura.
63. La funzione civile del bello. Restituire ai cittadini di oggi l’arte del passato. Il patrimonio artistico diffuso nel Paese è un bene comune che ci unisce, sancito anche dall’articolo 9 della Costituzione. Concretizziamolo attraverso il recupero di una minima parte dell’evaso - basta il 4%.
64. Defiscalizzare i contributi per la cultura. Occorre al più presto che sia defiscalizzato ogni contributo delle aziende e dei privati a favore della cultura. Al solo ruolo pubblico bisogna aggiungere anche quello privato se si vuole rigenerare la cultura italiana.
65. Autonomia ai musei. Oggi la maggior parte dei musei non ha nessuna autonomia rispetto al Ministero dei beni Culturali in fatto di dipendenti (numero, compenso, inquadramento). I musei non incassano gli introiti dei biglietti, che vanno direttamente sul bilancio pubblico nazionale, non possono differenziare i prezzi dei biglietti. Bisogna fare in modo che ciascun museo possa rappresentare un’unità economica in senso pieno: raccogliere gli introiti, pagare le spese relative alla gestione del museo, sia pure riconoscendo delle royalties al ministero dei Beni Culturali.
66. Un’agenzia internazionale per i musei italiani. Mobilitare risorse per la cultura attraverso un sistema analogo a quello istituito in Francia per i diritti internazionali dei musei.
67. Coordinare il marketing turistico. Il nostro Paese va trattato come è un “prodotto” turistico unitario. Non possiamo lasciare alle Regioni le competenze esclusive di promozione, alimentando una scoordinata frammentazione delle attività di marketing turistico. Affidare allo Stato il compito di coordinare le politiche regionali e di sviluppare le attività di comunicazione complessiva.
68. Rivisitazione delle competenze delle Soprintendenze. Oggi, nell’emergenza della conservazione del patrimonio culturale e del paesaggio, le funzioni di tutela sono totalmente esercitate dallo Stato, e risultano appesantite dall’obbligo di intervento su questioni di assoluta ordinarietà. Le Soprintendenze vanno per queste focalizzate sulle azioni più rilevanti per la tutela, lasciando l’attività ordinaria ai Comuni che garantiscano livelli organizzativi adeguati
69. Una sola voce per la cultura italiana all’estero. Fondere gli Istituti di Cultura italiana all’estero con i Centri linguistici - Dante Alighieri e altri - sul modello dei Goethe Institute tedeschi.
70. Ambasciatori per la globalizzazione. E’ sempre più necessario che le ambasciate italiane nel mondo, oltre a svolgere le funzioni diplomatiche, sempre meno essenziali da quando la comunicazione diretta tra i governi ha reso più facile il dialogo tra gli stati, assumano un ruolo di aiuto per le imprese italiane che competono sui mercati del mondo
71. Scegliere le grandi opere che servono davvero Rivedere il piano delle infrastrutture alla luce di criteri di valutazione economica. Puntare sulle (poche) grandi opere che servono e soprattutto sulle tante piccole e medie opere delle quali il Paese ha davvero bisogno.
72. Semplificazione delle norme sulle gare d’appalto. Aumento della soglia al di sotto della quale si possono indire procedure negoziate e procedure semplificate. Emanazione dell’obbligo di presentazione del DURC da parte di soggetti privati all’amministrazione interessata che dovrà acquisirlo per via telematica. Abolizione dell’arbitrato negli appalti pubblici e congruo indennizzo alla stazione appaltante in caso di ricorso immotivato.
73. Liberalizzazione del trasporto pubblico regionale. Bisogna incrementare l’offerta di mobilità ferroviaria su base locale, favorendo la liberalizzazione dei servizi. Le Ferrovie dello Stato sono infatti sempre più concentrate sul trasporto ad alta velocità mentre rimane l’esigenza di avere trasporti ferroviari locali frequenti ed efficienti.
TEMA 4 - DARE UN FUTURO A TUTTI.
74.
Istituire gli “affitti di emancipazione”. Sul modello spagnolo, vengono istituiti gli “affitti di emancipazione” per i giovani che escono di casa. Si tratta di approntare un’offerta pubblica di “housing”, di appartamenti da dare in affitto a un prezzo ragionevole e per un tempo limitato ai giovani che cercano di uscire di casa, che vogliono sposarsi e non trovano casa, che si muovono dalla propria residenza per motivi di lavoro.
75. Consentire a tutti gli studenti universitari di finanziarsi gli studi e le tasse. Obbligo per le Università di stabilire accordi con almeno tre banche (di cui almeno una locale e almeno una nazionale) per i finanziamenti agli studi universitari, garantiti da un fondo pubblico di garanzia.
76. Premio ai laureati meritevoli da investire in formazione. I laureati con 110 e lode e la media ponderata superiore al 28,5 ricevano un bonus di 2.000 euro da investire in formazione, in Italia o all'estero, in programmi di studio riconosciuti.
77. Regolamentazione dei contratti di lavoro per gli studenti. Introduzione di un contratto di lavoro per studenti universitari o di scuole di formazione, per un massimo di 32 ore al mese, con minimo salariale e assegnazione di crediti formativi (se il lavoro è attinente al corso di studi, in base alle valutazioni delle facoltà).
78. Cominciare giovani, cominciare bene. Cominciare sin da giovani a coltivare la cultura del rischio d’impresa, mettere in pratica le idee che maggiormente appassionano, provare a creare ricchezza sin da giovani è un valore non solo materiale, ma anche etico per il nostro paese. Bisogna allora che i giovani imprenditori siano agevolati nel loro spirito di costruirsi un futuro in maniera autonoma e in una maniera tale che accresca la ricchezza del paese. La proposta è di favorire le imprese che nascono da persone fisiche con meno di 40 anni (che controllino almeno l’85% del capitale): la nuova società si crea e si registra con un unico atto a costo fisso di 1.000 euro e per i primi tre anni ha diritto a una gestione contabile estremamente semplificata e garantita dai Centri Servizi a un costo fisso (1.000 euro l’anno). Le persone fisiche che investono nella nuova impresa anno diritto alla defiscalizzazione parziale (50%) dei capitali investiti. Per i primi tre anni l’impresa non ha alcun carico fiscale e per i successivi tre anni la tassazione sugli utili sarà parificata all’aliquota oggi vigente per i proventi finanziari (20%).
79. Diritto di voto a 16 anni. Permetterebbe di immettere circa un milione di giovani elettori nel processo politico, abbassando l’età media del corpo elettorale più anziano del mondo.
80. Valutare le Università e sostenere quelle che producono le ricerche migliori. L’Italia spende per l’università e la ricerca meno dei grandi paesi con cui dobbiamo confrontarci, ma questo non è il solo problema. Il reclutamento dei ricercatori è spesso viziato da logiche familistiche e clientelari. Le risorse vengono disperse tra centri di eccellenza e strutture improduttive. Anche in questo campo si devono introdurre meccanismi competitivi. I dipartimenti universitari che reclutano male devo sapere che riceveranno sempre meno soldi pubblici. Deve essere chiaro che chi recluta ricercatori capaci di farsi apprezzare in campo internazionale ne riceverà di più. È un risultato che si può ottenere usando indicatori quantitativi sulla qualità della ricerca prodotta e il parere di esperti internazionali autorevoli e fuori dai giochi. L’obiettivo è avere una comunità scientifica meno provinciale, che esporta idee e attrarre talenti.
81. Distinguere tra università eccellenti nella ricerca e università che offrono una buona formazione. Non tutte le Università possono essere centri di eccellenza in tutti i settori. Alcune non lo sono in nessuno. Ma non tutte per questo vanno chiuse. Le risorse per la ricerca avanzata e per i corsi di dottorato, finalizzati a formare i ricercatori di domani, devono andare dove vengono spese meglio. In tanti altri casi le Università possono svolgere una funzione formativa ugualmente fondamentale. Anche questa però può e deve essere valutata, usando indicatori oggettivi, insieme ai giudizi degli studenti.
82. Abolizione del “valore legale” del titolo di studio. Introdurre nei concorsi della Pubblica Amministrazione criteri di valutazione dei titoli di studio legati all’effettiva qualità del percorso formativo dei candidati.
83. Restituire prestigio e reddito agli insegnanti capaci. Ossia rivedere radicalmente le modalità di reclutamento e di retribuzione degli insegnanti, sulla base di criteri legati alla competenza e al merito.
84. Eliminare la formazione che serve solo ai formatori. Esiste un’offerta molto ampia di corsi di formazione professionale che vivono solo per mantenere in vita le organizzazioni che organizzano i corsi senza nessun beneficio pubblico. Spostare le risorse da questo ambito in altri dove possono produrre benefici reali e aiutino il paese a riconquistare posizioni nell’economia della conoscenza.
85. Ebook per tutti. Moltissimi libri sono liberi dai diritti d’autore, in pratica lo sono tutti i classici della letteratura italiana. L’invenzione degli ebook ha eliminato i costi di stampa e di distribuzione di un libro e, nel caso specifico, non essendoci diritti d’autore, neppure questa voce di spesa è presente. I costi sono soltanto legati alla accessibilità su web dei titoli e l’organizzazione del loro downloading. Il Ministero della Pubblica Istruzione, con spesa molto contenuta, potrebbe offrire la disponibilità degli e-readers a titolo gratuito a tutti gli studenti e promuovere una diffusione simile, a basso costo, anche dei libri di testo.
86. Inglese sin da piccoli. Portare l’insegnamento dell’inglese ad almeno 5 ore settimanali in tutte le classi a partire dalla scuole elementari. È interesse del Paese che la padronanza dell’inglese sia diffusa, visto che la gran parte della letteratura scientifica, del commercio internazionale, dei prodotti multimediali parlano con quella lingua.
TEMA 5 - PER UNA SOCIETA’ SOLIDA E SOLIDALE.
87.
Introdurre il quoziente famigliare. Fa parte della realtà italiana che la famiglia sia il luogo di raccolta non solo della solidarietà ma anche dei redditi. Si ricalcolino le aliquote fiscali considerando il quoziente familiare. A parità di reddito paghi meno la famiglia con più componenti.
88. Detrazione della spesa famigliare. Dare la possibilità alle famiglie di detrarre dal calcolo del reddito imponibile totalmente (o parzialmente) alcune voci di spesa legate all’educazione, alla conduzione della casa, all’assistenza per gli anziani. Dovrebbe ogni anno essere emanata una lista delle spese specifiche che possono essere detratte in occasione della dichiarazione dei redditi. In questo modo si crea un conflitto tra chi paga il servizio e chi riceve il compenso che favorirà l’emersione di pratiche d’acquisto in nero molto diffuse in questi ambiti.
89. Una regolamentazione delle unioni civili. La legge deve assicurare pieno riconoscimento alla coppia dal punto di vista contributivo e assistenziale. Ciascun convivente può beneficiare dell’assicurazione sulla malattia del compagno e l’unione conferisce gli stessi diritti del matrimonio in materia di cittadinanza.
90. Promuovere la natalità. Il declino delle nascite in Italia è stato in questi anni molto accentuato: nel 1975 nascevano 2,2 bambini per ogni donna e oggi siamo a 1,4, quasi un figlio in meno per ogni famiglia. L’Italia è oggi il posto dove nascono meno bambini al mondo. Occorre determinare un vantaggio per la famiglia che accoglie i figli dal secondo in poi. Per ogni nascita del secondo figlio va previsto un assegno annuale di quattro mila euro per i primi due anni. Abbattimento della base imponibile dei primi 10.000 euro di reddito derivanti dal lavoro delle mamme con figli sotto i 3 anni.
91. Adozioni internazionali. Più controlli sugli enti autorizzati, anche da parte della magistratura, e anche attraverso verifiche dell’operato di tali enti in rapporto ai costi sostenuti. Ciò al fine di ridurre gli attuali pesanti oneri economici degli adottanti.
92. Più Nidi e Asili d’infanzia. Collocare i Nidi e gli Asili d’infanzia sotto la competenza del Ministero dell’Educazione. Uniformare a livello nazionale la legislazione regionale sul rapporto metri quadri/bambini ed educatore/bambini.
93. Progetto DAVID per la sicurezza stradale. DAVID sta per Dati e analisi; Aderenza alle regole; Vita ed educazione; Ingegneria; Dopo la violenza. Partito da Firenze, DAVID è un modello di metodo esportabile ovunque: si mettono insieme i dati degli incidenti di un Comune (quanti incidenti, dove avvengono, le cause, quali controlli e dove vengono fatti, quanti e quali corsi vengono fatti nelle scuole per la formazione, quale assistenza viene fornita alle famiglie che hanno subito un lutto, qual è lo stato delle strade ecc), per creare un ‘profilo’ degli scontri e finalizzare un piano preciso di intervento. A livello mondiale gli incidenti incidono per l’1,5% sul Pil, mentre la spesa per la prevenzione continua ad essere irrisoria: DAVID ribalta la visione.
94. Adozione dello jus soli. E’ un fatto elementare, addirittura fondamentale negli Stati Uniti: chiunque nasca in Italia è Italiano. Questo risolve alla radice ogni valutazione di ordine discrezionale, ogni aspetto burocratico e sancisce il principio che la terra dove si nasce non è irrilevante, ma è fondante dell’identità.
95. Immigrazione intelligente. Occorre stabilire una politica attiva e molto dettagliata nei confronti dell’immigrazione legale. Si stabilisca un piano nel quale siano definite le competenze professionali che è più urgente per il Paese acquisire e si aprano le porte a queste competenze, da valutare nelle ambasciate e nei consolati italiani nel mondo.
96. Regolare? Permesso veloce. Coloro che hanno bisogno di un permesso di soggiorno perché hanno un lavoro regolare, spesso aspettano parecchi mesi prima di avere il permesso e devono usare un titolo di soggiorno provvisorio, il quale però non permette loro di acquisire un mutuo o di accedere a altre attività che ne stabilizzino la residenza nel nostro paese. Gli immigrati che hanno un lavoro regolare rappresentano una forza e non un pericolo per il paese.
97. Far diventare legge il 5 per mille. Il 5 per mille deve diventare legge, un diritto per contribuenti e volontariato, non più un favore. La stabilizzazione eviterebbe alle organizzazioni il quadro di incertezza regolativo ed economico. Il 5 per mille è il mattone primo di sussidiarietà reale e perciò anche fiscale.
98. Un secondo 5 per mille: tassare le transazioni finanziarie per sostenere le organizzazioni no profit. La proposta è già stata presentata dalla Commissione Europea, ed è venuto il momento di approvarla: la TTF genererebbe 55 miliardi di euro all’anno a sostegno delle attività del terzo settore e avrebbe il significato di riportare la finanza al servizio dell’economia reale e del cittadino.
99. Servizio civile obbligatorio. Un tempo di servizio agli altri coincidente con la maggiore età, della durata di 3 o 6 mesi. I contenuti ed i processi adeguati a gestirlo sono una responsabilità del terzo settore che deve inventarsi anche forme per sostenerlo e finanziarlo.
100. Sequestrare più rapidamente, gestire meglio immobili, patrimoni e aziende. Durante la fase che porta un bene immobile alla confisca definitiva (da 6 a 10 anni) bisogna consentire l’affidamento temporaneo ai soggetti sociali, in attesa della definitiva confisca. L’aggressione dei patrimoni finanziari delle mafie può avere effetti analoghi alla lotta all’evasione, essendo stimato il fatturato annuo di “mafie spa” in 150 miliardi di euro. Le aziende sotto sequestro vanno sostenute nell’impatto con il mercato, formando amministratori giudiziari specializzati, incentivando la riconversione in cooperativa di dipendenti e consentendo nella fase di start up di accedere a forme di fiscalità di vantaggio e abbattimento del costo del lavoro come quelli previsti dalla legge 407. Non sarebbero minori introiti per lo Stato poiché oggi solamente un’azienda confiscata su mille riesce a sopravvivere.

I limiti della Sinistra.

di Angelo D'Amore. Mai come adesso, nello scenario politico nazionale, si registrano due dati inconfutabili: la perdita di consenso del PDL e il crollo di gradimento del Premier Berlusconi. Nonostante ciò, la sinistra ed in particolar il PD (troppi leaders al suo interno), non riesce ad emozionare il suo elettorato potenziale. Restano molteplici le correnti, le divisioni, gli orientamenti, i limiti, rispetto alle maggiori problematiche che affliggono il Paese. A Berlusconi ed al 'berlusconismo', la sinistra ha risposto univocamente con un 'anti-berlusconismo' sterile ed asfittico, fine a se stesso, unico collante di una formazione fin troppo variegata. La sinistra ha smarrito i suoi riferimenti, si è gradualmente allontanata dalla classe operaia, non ha più dato risposte concrete a chi, nel mondo del lavoro non si è nemmeno avvicinato o chi vive ormai una situazione di precariato cronicizzato. Un altro errore della sinistra degli ultimi anni, da definirsi quasi come una condotta ossessiva, è stato quello di volersi a tutti i costi amicare il cosiddetto elettorato moderato (oggi troppi soggetti politici si definiscono tali), con il conseguente e definitivo risultato di perdere la capacità di intercettare, le esigenze più radicali, di chi è rimasto ai margini della società. Questa graduale e complessa metamorfosi, ha eroso la sinistra nel suo insieme. Gli scontenti e i delusi, sono confluiti in altri partiti o movimenti politici, come la Lega al nord ed i Grillini. Nel contempo, si sono generati semplici raggruppamenti apolitici, come l'Onda Viola e gli Indignados. Frange minoritarie, hanno accresciuto quei raggruppamenti anarchici che fanno della lotta e dello scontro armato la ragione della propria azione. Se Berlusconi è stato il padrone indiscusso della destra italiana, la sinistra ha una costellazione di piccoli padroncini, desiderosi di protagonismo e visibilità che pur di creare un contagioso rumore intorno alla propria persona, attaccano maggiormente i propri colleghi di partito che gli antagonisti politici. Il Premier è al tramonto. Un'epoca politica volge al termine. Chissà chi, tra destra o sinistra, si sentirà più orfano.

Binge drinking: giovani alcolizzati crescono!

In calo il consumo di alcolici. Si beve in quantità moderate, ma gli eccessi tra i giovani non accennano a diminuire. E' la fotografia delle abitudini di consumo dell'alcol degli italiani scattata dall'Osservatorio permanente sui giovani e l'alcol che, in occasione dei suoi vent'anni, ha presenta i dati dell'elaborazione del Censis effettuata su sei indagini Osservatorio/Doxa. Pur essendo cambiati stili di uso e consumo e divertimenti tra i giovani italiani, in vent'anni si conferma stabile la platea dei giovani consumatori (75%) tra i quali si sono però indeboliti i meccanismi di auto-controllo con un conseguente aumento del binge drinking (letteralmente 'abbuffata di alcol'). Un fenomeno che evidenzia anche la parziale efficacia del controllo informale della famiglia e dei meccanismi di autoregolazione. Osservando la popolazione generale, emerge che il consumo di alcolici in Italia, diversamente che nel resto d'Europa, rimane integrato con l'alimentazione e con altri aspetti della vita sociale e relazionale. Dal paragone tra le fasce di giovani e giovani-adulti del 1991, 2000 e 2010 emerge un aumento dei consumi solo nella fascia d'età 25-34 anni mentre chi vent'anni fa aveva tra i 15 e i 24 anni oggi beve moderatamente. Tra i giovani adulti di 25-34 anni è cresciuto, negli ultimi vent'anni, il consumo di vino, birra, superalcolici e aperitivi e sono aumentati i fenomeni di abuso. Se il vino si consuma principalmente in famiglia, cresce il consumo di superalcolici tra amici, fuori pasto e in discoteca, della birra durante le vacanze e il consumo generale in compagnia del partner. Il calo dei consumi e degli eccessi e il consumo costante e moderato tra gli appartenenti alla fascia 35-44 anni dimostra che con l'aumentare dell'età nelle persone tornano a funzionare quei meccanismi di autoregolazione accanto alla ripresa di stili di consumo maggiormente legati al valore della qualità, contrapposto alla quantità. L’alcol sta, quindi, diventando un vizio sempre più giovane: il vero protagonista dello svago, l’ingrediente immancabile di serate e pomeriggi con gli amici. Le caratteristiche principali dei giovani che abusano del consumo di alcolici sono: l’iperattivismo, la paura della quotidianità e della noia il che orienta la loro vita verso l’avventura, l’imprevisto, l’iper-stimolazione e le condotte trasgressive a tutti i costi. I minorenni non dovrebbero assumere alcol. Chi è più grande dovrebbe farlo in modo intelligente. Ma l’abuso di alcol rappresenta per i giovani d’oggi una vera emergenza sociale che cresce ogni anno. Le conseguenze riempiono le pagine della cronaca nera dei nostri quotidiani. Non solo incidenti autostradali, ma vandalismo, violenze, furti, stupri… Nella nostra cultura vi è ormai un totale e assodato consenso sociale relativo al consumo di bevande alcoliche. Tant’è che “l’iniziazione” al bere avviene spesso in ambito familiare, con un consumo di alcol che potremmo definire “alimentare” (un po’ di vino durante i pasti è una componente della dieta mediterranea). Dopo questa iniziale esperienza il consumo di vino, e soprattutto di birra diventa abituale e i genitori accettano tale abitudine a condizione che rimanga contenuta e sotto il loro “controllo”. Il consumo di alcolici da parte di un giovane all’interno della propria famiglia non si configura quindi mai, sin dall’inizio, come un comportamento inadeguato. Col passare del tempo, però, il “controllo” dei familiari viene esercitato sempre meno, gli adolescenti tendono a sfuggire alle regole imposte dai genitori nella ricerca di un’identità propria che si delinea all’interno del gruppo di pari. E’ qui che si sperimentano le bevande “alternative” (ad esempio la birra in luogo del vino) e i comportamenti trasgressivi come l’abuso. Il senso di questo utilizzo eccessivo, anche se non quotidiano, di alcolici, si può comprendere solo se ci si svincola dall’idea che esso sia legato al piacere del gusto. Quest’ultimo è infatti assolutamente secondario all’effetto che si va ricercando nella sostanza, a quello stato di euforia e benessere che può dare o a quella disinibizione che risulta funzionale all’interno di un gruppo di adolescenti. In altri termini, non è tanto importante la qualità di ciò che si beve, ma che la gradazione e i quantitativi siano tali da avere un effetto “potente”. Si può quindi comprendere perché l’alcol sia considerato da alcuni un valido “sostituto” delle droghe: è una sostanza che può provocare uno stato di profonda alterazione psicofisica ed allo stesso tempo è una sostanza legale, socialmente accettata e... a buon mercato!!!

Unione Europea: una questione di debito?

di Maria Pia Caporuscio. Vorrei chiedere ai politici che si sono adoperati per entrare a far parte dell’Europa, se a posteriori siano ancora certi di aver fatto all’Italia e agli italiani, una cosa buona e giusta. Se erano consapevoli di quello che stavano facendo o da “ingenui” si siano fidati dei cannibali, che spacciavano l’Unione Europea e la moneta unica sovranazionale, come la panacea per ogni male che affliggeva le nazioni. Purtroppo i fatti stanno dimostrando trattarsi della più tragica catastrofe umanitaria che l’Europa abbia finora conosciuto. Rinunciare alla sovranità nazionale equivale ad un lavoratore cui il datore di lavoro non consegna la busta paga, ma gli concede pochi spiccioli per volta, da spendere solo per le cose che lo stesso datore di lavoro ritiene giuste. Quale lavoratore accetterebbe queste condizioni? Ebbene i governanti di quei 17 disgraziati Paesi hanno fatto proprio questo, hanno smesso di prendere ogni e qualsiasi decisione per delegare una certa Commissione Europea che in nome, non si sa bene di cosa, detta le istruzioni su ciò che, a suo giudizio deve essere fatto. I capi di Stato sono tornati a scuola dove il maestro detta loro i compitini da svolgere. E’ concepibile una tale situazione? Pare proprio di sì, visto che nessuno tra questi signori, osa rovesciarla! In poche parole i governanti europei si sono arresi allo straniero invasore, senza combattere nessuna battaglia. Ci si chiede a questo punto, se siano o no consapevoli di non esistere, di non contare più nulla, di essere manovrati come marionette. Se sono consapevoli di aver venduto il proprio Paese e suoi abitanti. Come definire questa cosa, vigliaccheria, menefreghismo, idiozia? Questa che appare come un’assoluta mancanza di intelletto è imperdonabile per una classe dirigente. Stanno tranquillamente lasciando disintegrare il Paese che si erano impegnati a difendere. A che serve strombazzare di assumersene la responsabilità? Queste rassicurazioni sono simili alle farneticazioni di un ubriaco. C’è mai stato qualcuno che essendosi assunta la responsabilità abbia poi pagato in prima persona i danni? Mai! La cosa peggiore che poteva capitargli era di andare a casa con liquidazioni milionarie. Chi ha mai pagato le scellerate privatizzazioni di aziende statali, svendute a privati e fatte fallire, fregandosene della disperazione dei lavoratori licenziati? Chi pagherà la distruzione dello stato sociale e l’osceno massacro del lavoro, il precariato, la disoccupazione galoppante, le piccole imprese costrette da questo infame sistema, a chiudere i battenti? Chi pagherà la povertà galoppante, la svendita del nostro patrimonio, la fuga dei cervelli, la mancanza di futuro delle nostre generazioni, la distruzione ambientale e la fine della nostra democrazia? La popolazione! Saranno solo i poveri stracci a pagare col sangue la loro scellerata idiozia o avidità. Quando l’Italia era uno Stato sovrano avevamo un debito pubblico, certo, ma era un debito nostro a moneta sovrana e nessuno poteva avanzarne la restituzione. Nessuno si poteva permettere di ricattarci, di stracciare le nostre regole, di calpestare la nostra Costituzione, di precarizzare i lavoratori, di spezzare le braccia ai sindacati, di mortificare i pensionati, di licenziare a piacere, di cancellare le infrastrutture, di tagliare la spesa sociale, insomma nessuno poteva permettersi di schiavizzare il popolo italiano e fargli elemosinare con la bava alla bocca, come sta succedendo adesso, un posto di lavoro o addirittura suicidarsi per averlo perduto. A questo punto chiedo a lor signori: come avete fatto a firmare, un trattato che vi metteva una corda al collo lasciando a questi assassini, la possibilità di stringerlo quando volevano? Come avete fatto a fidarvi di questi maledetti vampiri, senza accertarvi cosa c’era veramente in gioco?

Europa: tutti in pensione a 67 anni!

Nei principali Paesi europei l'accesso alla pensione di vecchiaia è previsto a 65 anni sia per gli uomini che per le donne, ma in molti casi è già previsto un aumento graduale fino a 67/68 anni. L'Italia sarebbe l'unico Paese nel quale si mantiene il divario di genere (60 le donne, 65 gli uomini nel settore privato, mentre nel pubblico le donne vanno a 61 ma è previsto l'innalzamento a 65 anni nel 2012). Nel Regno Unito, invece, è già previsto l'adeguamento per le donne all'età degli uomini (65) entro il 2020. In Francia uomini e donne vanno ancora a riposo a 62 anni, ma è previsto un aumento dell'età di 4 mesi l'anno per andare a regime nel 2018. Per l'Italia all'età di accesso al pensionamento si deve poi aggiungere un anno ulteriore previsto dalla finestra "mobile" (18 mesi per gli autonomi) inserita nella manovra correttiva del 2010, oltre agli aumenti legati all'aspettativa di vita. Per le donne è previsto un aumento dell'età di vecchiaia molto graduale (dal 2014 al 2026). Per l'Italia c'é poi la possibilità di uscire dal lavoro con la pensione di anzianità (in un'età anticipata rispetto a quella della vecchiaia) a 60 anni con 36 di contributi (61 gli autonomi), età alla quale va comunque aggiunta la finestra mobile.
Ecco le regole per il pensionamento negli altri Paesi:
- BELGIO: 65 anni uomini e donne
- DANIMARCA: 65 anni uomini e donne, innalzamento a 67 tra il 2024 e il 2027.
- FRANCIA: 62 anni uomini e donne, aumento progressivo di 4 mesi l'anno dal 1 luglio 2011 (a regime nel 2018).
- GERMANIA: 65 uomini e donne per i nati ante 1947. 67 anni uomini e donne con aumento graduale dal 2012 al 2019 a partire dai nati nel 1947.
- REGNO UNITO: Uomini 65 anni: Donne, graduale aumento fino a 65 anni dal 2010 al 2020. E' previsto un aumento a 68 anni per tutti tra il 2024 e il 2046.
- SPAGNA: uomini e donne a riposo a 65 anni. Aumento graduale fino a 67 anni dal 2018 al 2027.


Il governo italiano sarebbe intenzionato ad introdurre la famigerata "quota 100", somma dell'età anagrafica e degli anni di vita lavorativa. La quota per il 2011 era già stata portata a 95 (59 anni di età e 36 di contributi o 60 più 35 per i dipendenti) per poi salire nel 2012 a 96 e dal 2013 a 97. Ulteriori innalzamenti erano stati introdotti con le cosidette finestre mobili. Con un nuovo intervento anche chi ha accumulato 40 anni di di lavoro dovrà aver compiuto i 60 anni di età anagrafica per andare in pensione!

Maschi con il raffreddore!

di Carla Vongher. Quando senti la chiave nella serratura e poi, ancor prima che un viso bianco e smunto su un corpo trascinante i piedi. Varchi la soglia di casa, odi la fatidica frase... Mmmm... non mi sento niente bene, senti un pò se ho la febbre? Puoi tranquillamente alzare gli occhi al cielo e pensare: Nooo, il maschio malato noooo!!! Perchè le donne che lo hanno sperimentato sanno che il maschio malato è una specie assai rompiscatole. Non sarebbe tanto male se si limitasse a vagare per la casa da una stanza all'altra con le braccia intrecciate e i capelli arruffati, indosso una tutona informe nel migliore dei casi, altrimenti una coperta a mò di poncio sulle spalle che lo fa assomigliare più che ad un gaucho della pampa sconfinata (ma senza cavallo e senza pampa) ad un barbone che vive alla stazione e trovi strano che non si trascini dietro la carretta con i cartoni per dormire per terra. Quello che dà più fastidio è quel suono lamentoso e continuato, - ohi ohi uiohioooo, uh uh ohio hoio... come sto male... sò tutto un dolore... - accompagnato da una serie di poderosi starnuti che spargono microbi malefici dappertutto, perchè il maschio malato si sente in diritto non di usufruire di un igienico fazzolatto, ma di sputacchiare tutto intorno i suoi germi come fossero preziosi testimoni del suo malessere. Quando poi si decide a misurarsi la febbre, ripete in continuazione la posa sotto l'ascella di quel povero termometro, nel tentativo di veder finalmente salire quelle due lineette che ancora lo separano dal gridare, trionfante... 37°!!! Te lo avevo detto! Questa è febbre, questa è febbre! ohi come sto male.... Al momento della cena, con la voce ridotta ad un soffio, richiede se gli prepari un poco di minestrina per potersi mettere senza troppa pesantezza a letto e, apprestandosi a mangiarla, raggiunge il massimo della mascolinità frugando nel frigo alla ricerca del... formaggino! Eh si... questo sesso forte...

Responsabilità, autonomia, libertà, ma austerità no!

di Silvio Berlusconi. Gentile direttore, la parola “Austerità” non fa parte del mio vocabolario. Responsabilità sì, autonomia sì, libertà sì, ma austerità no. La polemica sui “licenziamenti facili” è figlia di una cultura ottocentesca che ignora i cambiamenti del mercato mondiale ed è oltraggiosa per l’intelligenza degli italiani: già ora nelle aziende con meno di 15 dipendenti, dove lavora circa la metà degli occupati, non vige la giusta causa. E se ora il governo si propone di intervenire sui contratti di lavoro, seguendo la strada indicata dal disegno di legge presentato dal senatore dell’opposizione Pietro Ichino, è solo per aumentare la competitività del Paese, aprire nuovi spazi occupazionali per le donne e per i giovani, e garantire a chi perde il lavoro l’aiuto della cassa integrazione per trovare una nuova occupazione. Di fronte al compimento di una fase critica e turbolenta, e dopo che in Europa il nostro e altri governi hanno chiesto e ottenuto impegni finanziari a difesa dell’euro, dando assicurazioni sulle riforme e un calendario impegnativo per la loro realizzazione, si va purtroppo dipanando una campagna fatta di ipocrisie e falsità, che tende a rovesciare come un guanto il senso delle cose. Ci siamo impegnati per la crescita, per lo sviluppo, per più efficaci regole di concorrenza, di competitività, di mobilità sociale, non per deprimere l’economia e rilanciare la lotta di classe, che come ho detto in Parlamento è finita da un pezzo. La rete di protezione sociale, in specie sul tema del lavoro, è tutto sommato abbastanza solida in Italia, e nessuno vuole sfilacciarla. Il problema è di ridurre le cattive abitudini, scongiurare un’estensione abnorme del lavoro precario, offrire un futuro qualificato ai giovani e alle donne rimuovendo solo e soltanto le rigidità improprie che impediscono l’allargamento della base occupazionale e produttiva, per avvicinarci agli obiettivi del Trattato di Lisbona sulla partecipazione al mercato del lavoro, purtroppo ancora lontani. Gli imprenditori del XXI secolo non sono i padroni delle ferriere dell’Ottocento, non si svegliano al mattino con l’impulso di liberarsi di manodopera per gonfiare profitti. E i lavoratori sono titolari di forza contrattuale e di diritti, non schiavi sociali. Non dobbiamo sottometterci alla caricatura di noi stessi. Il lavoro è cambiato. Sono cambiati i bisogni e le aspettative sociali. Il lavoro socialmente tutelato ha le sue ragioni, ma gli investimenti in ricerca e in sviluppo, il rischio d’impresa e il ruolo delle politiche pubbliche si misurano con la capacità di competere produttivamente in una dimensione infinitamente più grande e varia che nel passato, di rendere il lavoro un’utilità sociale di cui andare orgogliosi, una scala da salire per vedere meglio l’orizzonte, non un buco in cui ripararsi. Sono cose che anche la migliore cultura riformista di una grande filiera di tecnici del diritto del lavoro, al di là delle diverse appartenenze, ha sempre coerentemente sostenuto. Siamo tutti chiamati a un grande senso di responsabilità nell’interesse dell’Italia e dell’Europa. Mi affido al senso della realtà dei sindacati, a una resipiscenza di senso comune nelle opposizioni, e soprattutto all’intelligenza paziente, tendenzialmente infinita, del nostro popolo. Abbiamo un orizzonte stretto e ravvicinato per varare alcuni provvedimenti in favore del lavoro e dello sviluppo, capaci di rimettere in moto la produzione di ricchezza nel manifatturiero e nei servizi, in particolare capace di restituire orgoglio e fiducia al Mezzogiorno italiano, e diciotto mesi di serio e responsabile lavoro prima del compimento della legislatura. Avvilire il tutto in manovre di concertazione corporativa, in giochi di palazzo e di vecchia politica, non è la soluzione auspicata dalla maggioranza degli italiani. Possiamo e dobbiamo fare di meglio. Siamo europei e liberi cittadini di un’Unione cha ha battuto un colpo sonoro nell’ultimo vertice di Bruxelles, l’Italia ha dei vincoli ma anche dei vantaggi da sfruttare. Rimettere in moto la macchina demagogica del catastrofismo e del pessimismo può essere l’istinto politicista di pochi, ma non deve essere la pratica dei molti, nella maggioranza e perfino nell’opposizione, che si rendono conto della necessità di crescere. Stimolata a dovere, in un nuovo clima di cooperazione che non ha alternative, l’economia italiana, che dipende dal funzionamento del sistema politico e dal comportamento della società civile, può vincere anche questa sfida. Io ci scommetto fiducioso. Altro che austerità. Cordiali saluti,

venerdì 28 ottobre 2011

Migranti: carne da macello!

di Vincenzo Andraous. Migranti arrivano sopra barconi che stanno a galla per un qualche miracolo aerodinamico, con un grave e drammatico tributo di vite umane, nella rincorsa di una libertà che comunque non ci sarà. Cecità del cuore e ottusità della mente, in troppi sanno tutto, hanno capito tutto, riescono a risolvere tutto in una sola parola, respingimento. Migranti, una parte di umanità che non merita attenzione, nè possibilità di cambiamento, di trasformazione, unicamente la “necessità” di inseguirne le orme imprigionate alle onde, ai venti, alle stive, che allontanano ogni pietà. Migranti e letteratura ridotta a poco più di un fumetto, vite usate impropriamente da parolai in bella mostra, ma una cattiva accoglienza costringe a indossare abiti sdruciti, scarpe rotte, ferite insanabili che non consentono incontro né fratellanza, addirittura impongono di non dare alcuna scelta, fosse anche l’ultima, agli ultimi del pianeta: la scelta di morire con dignità, anche la morte è diventata non vedente, non udente, non sempre credibile. Migranti e mare che ingrossa la fossa comune di superfice, ma non parla di quella al fondo, come a voler fare vergognare quella parte di umanità che non intende guardare per non dovere comprendere e condividere cosa sta accadendo, una mattanza continua, persistente, inarrestabile. Migranti e informazione che non racconta chiaramente l’indicibile, senza cura e rispetto della verità, quella che non sopporta manipolazioni, giustificazioni, che creano disincanto che deresponsabilizza. Migranti galleggiano senza più occhi, carne alle ossa, cenci alla deriva, “cose” che non avevano valore prima, ora anche meno, e pure la fatica della raccolta è un lusso, una spesa, per cui la compassione è modellata a contenitore di numeri, di quantità, di materiali avariati da smaltire in fretta, perché altre “cose” stanno per sopraggiungere tra le onde uniche compagne commosse. Uomini, donne e bambini sono avanzo da non più considerare, tenere a mente nelle carte processuali, anche quelle sono finite a mare, i colpevoli cambiano di posto, s’afferrano agli abiti degli altri, persino le parole non sanno più chiamare con il suo significato quanto sta accadendo: una carneficina. Dove i barconi arrancano, alle dita strette ai legni è sfuggita la speranza, il miracolo ha chiuso i battenti, non può dare di più, è rimasto senza più fiato né forza per salvare chi soffre e annega. Il presagio corre di generazione in generazione dove la storia si ripete nelle catene di schiavitù, nei mari inebetiti di violenza, nell’indifferenza che travolge le povertà più feroci e dimenticate. Stranieri, rifugiati, uomini e donne in fuga, la meta è la vita, il prologo è una continua emergenza, usata furbescamente per saltare un passo avanti, non dare conto di quanto accaduto ieri e accadrà domani, quando altri esseri umani saranno concessi come ostaggi a un problema tutto ancora da risolvere. Migranti costretti alla diaspora dai tiranni, dalle guerre, dalle intolleranze religiose, dalla paura che non è custode di alcun rispetto, anziani e bambini privati della possibilità di vivere. Finchè ogni uomo non saprà fare tesoro degli affanni degli innocenti che non hanno scelto le assenze, le scomparse, le morti sopraggiunte, a poco servirà voltarsi da un’altra parte per non farci i conti con questa terribile ingiustizia.

Amarsi, perdersi e ritrovarsi in 'One day'!

Amarsi, perdersi e ritrovarsi: questa in estrema sintesi la trama di 'One day', il film della regista Lone Sherfig, con Anne Hathaway e Jim Sturgess, nelle sale dall'11 novembre. Il film è un adattamento cinematografico del bestseller 'Un giorno' di David Nicholls, autore anche della sceneggiatura. Dopo una giornata trascorsa assieme - il 15 luglio 1988, il giorno della loro laurea - Emma Morley (interpretata dall’attrice candidata all’Oscar Anne Hathaway) e Dexter Mayhew (interpretato da Jim Sturgess, protagonista di Across the Universe) iniziano un’amicizia destinata a durare tutta la vita. Lei è una lavoratrice ambiziosa e di saldi principi, che sogna di trasformare il mondo in un posto migliore; lui è un ragazzo ricco e affascinante che pensa di fare del mondo il suo parco di divertimenti personale. Nel corso dei successivi vent’anni, il 15 luglio di ogni anno, i due vivranno momenti cruciali del loro rapporto. Seguiremo Dex ed Em, insieme e separatamente, attraverso la loro amicizia e i loro scontri, speranze e opportunità mancate, risate e lacrime. A un certo punto di questo percorso, i due si renderanno conto che ciò che cercavano e speravano era sempre stato là, a portata di mano. Quando si rivelerà il vero significato di quel lontano giorno del 1988, Em e Dex capiranno la natura dell’amore e la vita stessa.

Addio al Ponte sullo Stretto di Messina!

di Angelo D'Amore. La situazione economica lo imponeva. Era inevitabile rinunciarvi, anche soltanto immaginarlo. Il Governo, in risposta alla mozione proposta dall'Idv, abbandona l'idea del Ponte sullo Stretto. La cruda realtà vissuta dal Paese, mette fine ai film di fantascienza irradiati dal "televenditore". Un paese che si sgretola sotto gli acquazzoni, ha bisogno di ben altri interventi infrastrutturali. Senza soldi, non si cantano messe e i soldi sono proprio finiti. Da un bel pò. Puntare sulle infrastrutture per risollevare le sorti del Paese, era da tempo, uno spot elettorale fuori da ogni logica. C'è bisogno d'altro. Gli italiani iniziano ad essere assai arrabbiati, pretendono risposte diverse ai loro bisogni, alle loro paure. Il Ponte sullo Stretto, miraggio di grandezza, resterà probabilmente, solo un plastico per gli studi di Vespa. L'epoca delle deliranti promesse è finita. La propagazione dell'edonismo non può più funzionare. Si è compreso finalmente, che l'ottimismo da solo, non basta. In tempi di carestia, anche il "Signore" non riesce più a camminare sulle acque...
LA NOTIZIA. Il ponte sullo stretto di Messina non si farà, forse mai più, per volontà non dell'opposizione, ma del governo. L'Aula della Camera ha approvato una mozione dell'Italia dei valori che impegna il governo alla "soppressione dei finanziamenti" previsti per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina. Il testo è passato con il parere favorevole del governo, probabilmente preoccupato in caso di parere contrario di essere battuto nuovamente alla Camera. Del resto anche l'Europa aveva espresso un No secco al sogno del ponte dello Stretto, non includendolo tra le opere pubbliche destinate a ricevere finanziamenti comunitari nel nostro Paese. La mozione, approvata con l'astensione della maggioranza, ha ricevuto parere favorevole da parte del governo, nonostante l'Idv non avesse accolto le modifiche chieste dal viceministro Aurelio Misiti. La mozione approvata impegna l'esecutivo "alla soppressione dei finanziamenti che il governo ha previsto per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, pari complessivamente a 1 miliardo e 770 milioni di euro, di cui 470 milioni per il solo anno 2012 quale contributo ad Anas per la sottoscrizione e l'esecuzione - a partire dal 2012 - di aumenti di capitale della società stretto di Messina". Lo scorso 16 ottobre, il ministro delle Infrastrutture aveva detto che il ponte sullo stretto di Messina verrà realizzato "a prescindere dall'eventuale finanziamento della Ue, in quanto le risorse per il manufatto saranno reperite sul mercato, come previsto dal piano finanziario allegato al progetto definitivo. Il ponte - aveva puntualizzato - per il governo resta «una priorità essenziale per lo sviluppo del sistema dei trasporti dell'Italia". Ma c'è chi ritiene che non sia stata scritta l'ultima parola. La Società Stretto di Messina ritiene infatti che "il voto favorevole della Camera dei Deputati sulla mozione presentata dall'Italia dei Valori, inerente le misure a favore del trasporto pubblico locale, non pregiudichi lo stanziamento dei fondi già previsti per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina, ciò anche alla luce delle valutazioni espresse al riguardo dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli". Ma intanto che 'loro' decidono, discutono, concertano e... sconcertano, a Messina sulla banchina del porto si ode una voce... "uora uora arrivao 'u ferribotti"!!! Oggi per passare lo stretto o prendi il traghetto e l'aereo oppure... te la fai a nuoto, perchè del ponte dei sogni, del ponte dei miracoli non se ne vede traccia!

Cancro ai polmoni: un vaccino ne rallenta la crescita.

TG4010. Non è la sigla di un nuovo telegioranale, ma il nome del vaccino che potrebbe sconfiggere il cancro ai polmoni. Il cancro ai polmoni più comune, quello a cellule non piccole, potrebbe essere battuto con un vaccino che indichi al sistema immunitario del paziente la strada per attaccare e uccidere le cellule malate. E' la prospettiva che si intravede dai risultati positivi di una sperimentazione clinica su 148 pazienti in stato avanzato di malattia. Scienziati francesi hanno dimostrato infatti che somministrando un vaccino sperimentale anti-cancro insieme alla chemioterapia usata oggi contro questo male, il tumore rallenta la sua crescita e gli effetti della chemio risultano potenziati. Gli scienziati hanno anche scoperto un modo per predire su quali pazienti il vaccino potrebbe funzionare di più e su quali meno. Il vaccino, spiega Elisabeth Quoix dell'università di Strasburgo, si chiama 'TG4010' ed è basato su una molecola, MUC1, che è presente sulla superficie delle cellule malate e non su quelle sane e che quindi funziona da 'bandierina', o etichetta, per indirizzare il sistema immunitario del paziente contro il tumore. Il cancro ai polmoni a cellule non piccole costituisce la forma più comune (80% di tutti i casi) di questa neoplasia. Nel 50% dei casi questo tumore viene diagnosticato quando è già in fase avanzata e l'unica possibilità di cura oggi disponibile è la chemioterapia. Gli esperti d'oltralpe hanno somministrato a metà del loro campione (pazienti in cura presso 23 centri in Francia, Polonia, Germania e Ungheria) solo la chemioterapia (gruppo di controllo) e all'altra metà sia la chemio sia il vaccino. Dopo sei mesi di trattamento i ricercatori hanno visto i differenti risultati tra i due gruppi: nel 43% dei pazienti trattati sia con chemioterapia sia col vaccino, contro il 35% di quelli trattati solo con la chemio la progressione di malattia non era avvenuta. Inoltre la risposta alle terapie era più alta nei pazienti vaccinati rispetto a quelli del gruppo di controllo. E non è tutto. I ricercatori hanno anche visto che la combinazione chemio-vaccino è particolarmente efficace in quei pazienti che presentano, prima ancora dell'inizio della terapia, una quantità adeguata dei linfociti CD16+ CD56+ CD69+, segno che questi globuli bianchi sono importanti perché il vaccino sia efficace, cioé affinché sproni il sistema immunitario ad attaccare il tumore. I ricercatori procederanno ad ulteriori indagini sperimentali per confermare l'efficacia di questo vaccino.

Fini: Presidente della Camera o Capo partito?

di Angelo D'Amore. La Lega si innervosisce per le dichiarazioni del Presidente della Camera Fini a Ballarò, in merito al prepensionamento della moglie del leader padano, Bossi. Certo, il comportamento di Fini non è dei più cristallini, nel senso che, dall'alto della sua carica istituzionale, dovrebbe tenere un atteggiamento più neutrale in merito a questioni più propriamente politiche. Spesso i suoi interventi sono più vicini a quelli di un segretario di partito. Penso che anche il Presidente della Repubblica Napolitano, vorrebbe dire tante cose sull'attuale vergognoso momento politico che, tuttavia, il suo ruolo e credo, anche la sua saggezza, glielo impediscano. Sta di fatto, che il Presidente della Camera, evidenzia i limiti del progetto leghista, una formazione politica divenuta litigiosa, divisa in correnti e che ha visto svanire la sua velleità separatista e forcaiola, diventando a sua volta, un partito sempre più calato nei tatticismi del centralismo romano (basti pensare al voto contro l'arresto di Milanese) un atteggiamento intuito e fortemente criticato dal suo stesso elettorato. Spesso Bossi, quando non lo ha fatto materialmente come nel '94, ha minacciato di staccare la spina al Governo, ottenendo sempre qualche "contentino" dal suo storico amico di Arcore. Queste richieste ultimamente sono diventate più frequenti, anche perchè ormai la figura del Premier, è sempre più ricattabile. Anche questa volta Bossi è molto tentato di affossare la maggioranza, andando al voto per altro, con l'attuale sistema elettorale, evitando la proposta di modifica costituzionale passata con la raccolta di firme referendaria. Tuttavia, Bossi è consapevole che in questo momento, il suo gesto potrebbe trasformarsi in un suicidio, poichè da tempo, la sua fine politica è indissolubilmente legata, a quella del Premier. Sono maturi i tempi in cui Fini tornerà a pieno titolo, a svolgere il ruolo di capo partito.

LA RISPOSTA. di Francesco Sposato. Gianfranco Fini ha raccolto l’invito rivolto dai militanti di FLI a Mirabello, il mese scorso. Come tutti sappiamo, negli ultimi giorni il Presidente Fini sta avendo molta visibilità sia sulla stampa che in tv, proprio come richiesto dalla base di Futuro e Libertà alla Festa Tricolare di Settembre. I militanti hanno chiesto esplicitamente al Presidente Fini di scendere in campo, di tornare a fare politica attiva, di prendere in mano il partito perché solo lui era in grado di risollevare Futuro e Libertà. E infatti hanno avuto ragione! Da quando Gianfranco Fini si è rimesso in gioco le percentuali di FLI aumentano di giorno in giorno con un aumento costante negli ultimi cinque giorni. E’ inutile nasconderlo, il Presidente Fini conquista la gente, le persone hanno voglia di ascoltarlo, fatto dimostrato anche dal numero di ascolti ottenuto da Ballarò, martedì scorso, con la presenza del Presidente della Camera. La base di FLI è con il suoi leader. Andiamo avanti per far conoscere il nostro progetto per parlare alla gente ma soprattutto con la gente. Forza Presidente!

Lancette indietro di un'ora!

Nella notte tra sabato 29 e domenica 30 ottobre tornerà l’ora solare che resterà in vigore fino al 25 marzo 2012. Alle 3 del mattino, dunque, le lancette dell’orologio andranno spostate indietro di un’ora. Cosa comporta questo piccolo cambiamento nelle nostre vite quotidiane? Le giornate saranno più brevi, il buio arriverà prima, le ore di luce diminuiranno e la domenica dormiremo un’ora in più. A risentirne, almeno nei primi giorni, potrebbe essere il nostro benessere psicofisico. I disturbi più diffusi sono legati all’umore: l’ora solare è sinonimo dell’arrivo dell’inverno, delle giornate troppo brevi e troppo buie e del definitivo addio all’estate. Irritabilità, stanchezza, sbalzi d’umore e apatia colpiscono, secondo gli esperti, il 15% delle persone per le quali l’entrata in vigore dell’ora solare sarebbe causa di un’autentica sindrome depressiva stagionale. Sul piano fisico i disturbi più ricorrenti sono cefalea, fatica, insonnia e disturbi del sonno: chi abitualmente dorme poco potrebbe risentire dello spostamento di orario perché questo provoca una leggera alterazione del ciclo sonno-veglia. Per questi motivi la metà degli italiani sarebbe favorevole all’abolizione dell’ora solare, a dispetto del risparmio energetico che essa garantisce. A dar credito alla richiesta di abolire l’ora solare è anche lo studioso britannico Mayer Hillman, che qualche mese fa ha firmato sulle pagine del British Medical Journal due studi che dimostrerebbero che adottare l’ora legale tutto l’anno potrebbe aiutare nella lotta al sovrappeso, uno dei mali del nostro secolo. Il motivo è semplice: più ore di luce equivalgono a una giornata più lunga, magari più invitante per chi desidera trascorrere del tempo all’aria aperta, facendo sport. Un invito valido anche per i bambini che d’inverno trascorrono tra casa e scuola la maggior parte della giornata, complice anche il buio che arriva troppo presto. Secondo Hillmann adottare l’ora legale per tutto l’anno permetterebbe di guadagnare 200 ore di luce per i bambini e 300 ore per gli adulti. Ma ecco qualche consiglio per affrontare con serenità l’arrivo dell’ora solare: attenzione all’alimentazione che deve essere ricca di vitamine (che regalano energia e aiutano a combattere la stanchezza) e sali minerali, no alla pigrizia (sfruttate le ore di luce, svegliatevi prima e godete del sole quanto più potete), nelle belle giornate invernali uscite ed esponetevi ai raggi del sole perché favoriscono la produzione di vitamina D e aiutano il buonumore, datevi tempo: in capo a qualche giorno i ritmi di sonno e veglia si saranno stabilizzati e l’organismo si sarà abituato al nuovo orario.

giovedì 27 ottobre 2011

La pioggia bagna, non uccide!

di Marco Bucciantini. La pioggia bagna, non uccide. Allaga, ma non travolge. Si muore d’altro, in questi giorni d’autunno, in questi piccoli paesi di fondovalle sul fiume Vara, in questi borghi sulle Cinque Terre che sappiamo apprezzare con il sole, Vernazza, Monterosso, ma che non sappiamo difendere dal maltempo. Questa gente muore d’incuria, di assenza di governo del territorio. Ammazzati dallo sprezzo della natura, dall’illegalità diffusa e accettata dell’abusivismo edilizio. Dalla mano che asseta le radici di queste terre, rendendoli impermeabili alle piogge. Dall’incompetenza di chi non sa curare un fiume, e lo violenta. Uccisi - soprattutto - dalla mancanza di volontà di chi non trova mai i soldi per rimediare al dissesto idrogeologico. Per arrivare subito al dunque: "Nella legge di stabilità (il bilancio dello Stato per il 2012) che stiamo discutendo al Senato i soldi per tutte le politiche di risanamento ambientale sono stati dimezzati. Da circa 300 milioni a 150 milioni", denuncia Roberto Della Seta, del Pd. Il ministro all’Ambiente Stefania Prestigiacomo reitera ogni consiglio dei ministri le sue sofferenze per questa taccagneria. Inascoltata. Spesso si arrabbia, ma poi accetta, per ragion di Stato. Di quei 150 milioni solo una parte (30-40 milioni) è destinata alla messa in sicurezza del territorio. "L’ultimo grande studio sul nostro sistema idrogeologico - ancora Della Seta, da sempre interessato a questi tempi e per anni dirigente di Legambiente - stimò in 40 miliardi il costo per una protezione totale, definitiva dell’Italia". Il governo mette a disposizione un millesimo di quella cifra. Questo è un Paese laureato in prognostica: del macabro repertorio di tragedie, frane, alluvioni si conosceva anche l’indirizzo. Geologi e ambientalisti hanno studiato il territorio e pubblicato una mappa che dovrebbe essere una guida per la politica. Nel rapporto 2010 del centro studi del consiglio nazionale dei geologi ci sono scritti i nomi dei comuni a rischio, c’è un dato enorme: 6 milioni di italiani vivono in zone pericolose. Sono 29.500 i chilometri quadrati d’Italia a elevato rischio idrogeologico (il 10% di tutta la nazione). Qui sopra insistono un milione e 260 mila edifici, fra i quali 6 mila scuole: quale metafora migliore di un Paese che “prepara” i propri figli su un terreno alluvionabile? Ovviamente quei 40 miliardi da spendere per dormire tranquilli sono un “prezzo” indicativo. Gli studi e soprattutto la storia elencano le priorità sulle quali investire. Giorgio Lampetti, coordinatore scientifico di Legambiente trova «insopportabile la ciclicità della tragedia e delle recriminazioni: è il terzo anno di fila che contiamo i morti nella zona colpita martedì». Nessuno - nemmeno queste inascoltate cassandre - nega l’eccezionalità di certi eventi: "È piovuto molto e in poche ore - dice ancora Lampetti - ma i danni sarebbero sempre molto più contenuti se queste aree non fossero urbanizzate. Il cielo è sempre lo stesso, il sottosuolo anche. La superficie no: qui deve lavorare la politica, con i piani urbainistici seri, senza deroghe, programmando le bonifiche, mediando con gli abitanti". Ma servono i soldi e questo è un Paese povero. Così la prevenzione diventa un lusso, "ed è un ragionamento serio, che prima o poi dovremo affrontare", ha detto ieri Franco Gabrielli, capo della Protezione civile. Il governatore della Toscana Enrico Rossi accetta di mettersi in discussione, bloccando lo sviluppo urbanistico attorno al fiume Magra (che martedì ha esondato) e ammettendo che "parte delle responsabilità vanno anche a quanto non fatto nei decenni scorsi in campo urbanistico". Guardare avanti diventa difficile: "Il governo ha tagliato il 90% della spesa per l’ambiente", accusa Rossi, che poi si fa capire in numeri: "La Toscana ha impiegato 60 milioni nella prevenzione nel 2010. Quest’anno ne potevamo spendere solo 15 a causa dei vincoli del patto di stabilità". Il governo limita le possibilità di intervento delle Regioni, e invece di surrogare evita di fare la sua parte: l’accordo raggiunto con il ministro Prestigiacomo per dividersi l’onere dei 2 miliardi e mezzo d’interventi da fare è stato sabotato: i soldi del ministero non ci sono più. Pochi soldi, dunque. Ma anche scarsa forza politica di soverchiare l’andazzo speculativo sul territorio. Perché davvero si potrebbero mirare le opere da fare, e spendere molto meno dei 40 miliardi. Le zone a rischio sono dettagliate e classificate con esattezza. Legambiente ha puntualmente presentato il rapporto regione per regione di quanto fatto e di quanto dimenticato. In Liguria - dati resi pubblici a Genova, venti giorni fa - gli ambientalisti lamentavano che il lavoro di messa in sicurezza delle zone a rischio era stato positivo per il 26% dei comuni, negativo per il 74%: fra gli inadempienti, anche le amministrazioni della provincia spezzina, la più “pericolosa”. Così i pochi soldi che ci sono vengono assorbiti nell’emergenza, l’indomani delle disgrazie: il costo del dissesto idrogeologico dal dopoguerra ad oggi è stato di 213 miliardi di euro. Cinque volte maggiore di quanto servirebbe per evitarlo. Questo, al netto dei morti. Un geologo messinese, Carmelo Gioé, dopo una frana avvenuta nel 2007 dalle mezze montagne sopra il comune di Scaletta Zanclea, inventariò gli interventi da fare per evitare un nuovo smottamento: "Servono 10 milioni", disse. Non ci sono, risposero ad ogni livello politico. Due anni dopo - era ottobre, anche allora - piovve. Si staccò un pezzo di montagna che rotolò verso il mare, impastando un paese intero (Giampilieri) e 37 cittadini. Il costo per sanare il danno fu di oltre 30 milioni. Sull’onda emotiva, quei soldi furono trovati e la montagna riparata, a un costo triplo rispetto a quello che avrebbe evitato tutto, ma i morti, però, non tornarono in vita.

Vespasiani: a volte ritornano!

Tornano i 'vespasiani' a Roma e si rifanno il look. Spariti negli anni '90, con sommo dispiacere di prostate e vesciche ormai attempate, i bagni da strada saranno hi tech, a pagamento e ospiteranno anche un 'punto info' per i turisti! Lo ha annunciato il vicesindaco, Mauro Cutrufo, specificando: "Entro la prima settimana di dicembre approveremo la delibera di Giunta relativa ai nuovi Vespasiani, cui poi seguirà un bando pubblico per la loro realizzazione e gestione. Continuo a ricevere lamentele dai turisti su questo tema dei bagni pubblici, e da ciò nasce il nostro impegno di dotare la città di Vespasiani moderni, ecologici, accoglienti, tecnologici, che oltre ad essere un luogo di servizio costituiscano anche un punto di informazione, un riferimento per ogni necessità del turista. Abbiamo lavorato con la Soprintendenza e abbiamo superato tutti gli ostacoli per arrivare ad una soluzione del tutto innovativa. I nuovi siti che ospiteranno i Vespasiani infatti avranno anche uno spazio dotato di personale in grado di dare informazioni in due lingue e offriranno la possibilità di acquistare biglietti per eventi culturali, spettacoli o trasporti. Le nuove strutture verranno realizzate riprogettando i dodici bagni pubblici esistenti, sparsi in tutto il centro storico di Roma". Di vetro e metallo, con forma ottogonale, i nuovi bagni pubblici della capitale, verranno dunque incontro anche ad altre esigenze dei turisti: al loro interno si potrà acquistare la Roma-pass , i tour convenzionati con Roma Capitale, merchandising su Roma Capitale e ci saranno anche distributori di acqua. Saranno aperti almeno 10 ore al giorno, ad accogliere i turisti ci sarà personale bilingue e personale addetto alla custodia, manutenzione e pulizia. Costo del progetto, passato in giunta capitolina, un milione di euro. Ogni turista che vorrà fare uso di questi servizi dovrà pagare un euro, ad eccezione di coloro che avranno già acquistato la Roma-Pass , che potranno utilizzare i servizi gratuitamente. E' un passo nella direzione di altre metropoli europee che forniscono un più elevato standard di accoglienza, imprescindibile per una città che deve garantire assistenza ai romani e ai numerosi turisti che ogni anno visitano la Città eterna, al pari di quanto avviene nelle altre Capitali europee. Per far sì che i nuovi servizi igienici vengano realizzati in armonia col contesto artistico del centro storico è stata istituita dal Dipartimento Turismo una commissione tecnica composta da rappresentanti della Sovrintendenza Comunale dell'ufficio Città Storica e del Mibac. La rivoluzione nel look riguarderà i 13 vespasiani del centro storico che si trovano tra l'altro a Piazza di Spagna, piazza S. Giovanni, piazza Sonnino, piazza della Città Leonina, piazza Porta Maggiore, piazza Santa Maria Maggiore, piazza Cavour, piazza Risorgimento. Un suggerimento per l'amministrazione capitolina: adotti questa invenzione che è valsa a Yeongwoo Kim un premio al prestigioso "iF Concept Design 2010", che unisce lavandino e scarico in modo che l’acqua utilizzata per lavarsi le mani venga utilizzata come acqua dello sciacquone.

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